Le frittate furono seguite da una pietanza che Don non riuscì a identificare. Si trattava di cucina cinese, ma certamente non era uno degli esempi meno degni di una nobile tradizione. Don pensò di avere identificato, grazie ai ricordi della sua infanzia, delle verdure venusiane, in quella pietanza, ma non poté esserne sicuro. Qualunque cosa fosse, era esattamente quello di cui lui aveva bisogno; cominciò a provare un caldo senso di benessere, e smise di preoccuparsi di tutto il resto.
Mentre mangiava, scoprì che stava raccontando a Ling la storia della sua vita con particolare enfasi sui più recenti avvenimenti, gli stessi che lo avevano condotto a un inaspettato atterraggio su Venere. Era molto facile parlare con il cinese, che era un eccellente interlocutore e un attento, incoraggiante ascoltatore, e non gli pareva cortese starsene semplicemente seduto, mangiando come un lupo il cibo offerto dal suo ospite, facendo scena muta.
Dopo qualche tempo, Ling si appoggiò allo schienale del suo posto, e si passò un tovagliolo sulle labbra.
«Certamente lei ha vissuto un’esperienza molto strana, e molto sconcertante, Don. Cos’ha intenzione di fare, adesso?»
Don corrugò la fronte.
«Vorrei saperlo. Devo trovare un lavoro, in un modo o nell’altro, e un posto per dormire. Dopo avere fatto questo, dovrò guadagnare, o risparmiare, o prendere a credito, il denaro sufficiente per avvertire i miei genitori. Immagino che saranno in ansia.»
«Lei ha portato del denaro con sé?»
«Uh? Oh, certo, ma si tratta di denaro della Federazione. Non posso spenderlo.»
«E lo Zio Tom non ha voluto cambiarglielo. È un vecchio figlio di una cagna, con il cuore più duro di una pietra, malgrado tutti i suoi sorrisi. In fondo è rimasto sempre un usuraio.»
«Lo zio Tom? Il banchiere è suo zio?»
«Eh? Oh, no, no… solo un modo di dire. Tanti anni fa ha aperto un negozio di prestiti su pegno. I cercatori andavano da lui, e impegnavano i loro contatori Geiger. Al viaggio successivo, lui li spolpava vivi. Dopo poco tempo, era diventato proprietario di una buona metà dei giacimenti d’uranio della zona, ed era diventato anche un banchiere. Ma continuiamo a chiamarlo ‘lo zio Tom’.»
Don ebbe la vaga sensazione che Ling fosse stato troppo ansioso di negare la parentela con il banchiere, ma non seguì quel ragionamento fino in fondo, perche tutto sommato non gli pareva importante. Ling stava parlando ancora:
«Vede, Don, la banca non è l’unico posto in cui si possa cambiare il denaro della Federazione.»
«Cosa intende dire?»
Ling sfiorò con la punta del dito una macchia di acqua rimasta sul tavolo, e tracciò il segno universale del credito.
«Naturalmente, si tratta dell’unico posto legale. Questo la preoccuperebbe?»
«Be’…»
«Non è come se ci fosse qualcosa di male, nel cambiare il denaro. Si tratta di una legge arbitraria, e l’hanno approvata senza chiedere il parere a nessuno. Lei non ne sapeva niente, no? E dopotutto si tratta del suo denaro. È giusto, no?»
«Credo di sì.»
«Si tratta del suo denaro, e lei può farne quello che vuole. Ma questo discorso è rigorosamente confidenziale… se ne rende conto?»
Don non disse niente, e Ling proseguì:
«E adesso, parlando solo per ipotesi… quanto denaro della Federazione possiede?»
«Uh, circa cinquecento crediti.»
«Vediamo.»
Don esitò. Ling disse, seccamente:
«Andiamo. Non si fida di me? Dopotutto, in questo momento si tratta solo di carta straccia.»
Don tirò fuori il suo denaro. Ling lo osservò, ed estrasse il suo portafogli, cominciando a contare delle banconote.
«Sarà difficile piazzare alcune di queste banconote di grosso taglio,» fu il suo commento. «Che ne dice del quindici per cento?» Il denaro che egli posò sul tavolo aveva l’identico aspetto di quello che Don possedeva, solo che, su ogni banconota, era stata sovrastampata lo dicitura REPUBBLICA DI VENERE.
Don fece un rapido calcolo. Il quindici per cento di quel che possedeva gli dava settantacinque crediti, più o meno… nemmeno la metà di quello che gli era necessario per mandare un radiogramma a Marte. Riprese il suo denaro e fece per rimetterlo nel portafogli.
«Cosa c’è?»
«Non mi serve. Le ho detto che avevo bisogno di centottantasette crediti e cinquanta, per pagare il radiogramma.»
«Be’… il venti per cento. E le sto facendo un favore, perché lei è un giovane nei guai.»
Il venti per cento era sempre poco, cento crediti.
«No, grazie. Lasciamo perdere.»
«Cerchi di essere ragionevole! Non posso piazzare il denaro a più di un punto o due da questa percentuale; potrei subire una perdita. Le cose stanno andando male, e la moneta subisce una svalutazione dell’otto per cento. Questa roba deve essere nascosta, e la svalutazione le farà perdere l’otto per cento del valore ogni anno. Se la guerra continua per molto tempo, si tratterà di una perdita. Cosa si aspetta di ottenere?»
Le teorie economiche non importavano, in quel momento, a Don; lui sapeva, semplicemente, che gli interessava soltanto il costo di un radiomessaggio per Marte. Scosse il capo.
Ling si strinse nelle spalle, e riprese il suo denaro.
«È lei a perderci. Ehi, è un bellissimo anello quello che porta al dito.»
«Grazie.»
«Di quanto denaro ha bisogno, mi aveva detto?»
Don ripeté la somma.
«Vede, io devo avvertire la mia famiglia. In realtà, non ho bisogno di denaro per nient’altro; per mangiare e alloggiare, sono perfettamente in grado di trovarmi un lavoro.»
«Le dispiace se do un’occhiata a quell’anello?»
Don non voleva passarlo a quell’uomo, ma apparentemente non c’era alcun modo per evitarlo senza apparire scortese. Ling infilò l’anello; era piuttosto largo, per il suo dito ossuto.
«Proprio la mia misura. E c’è anche la mia iniziale.»
«Uh?»
«Il mio secondo nome, Henry. Sa cosa le dico, Don? Veramente, io vorrei aiutarla a uscire dai guai. Che ne dice di accordarci per il venti per cento sul suo denaro, e per il saldo della somma della quale ha bisogno per spedire il messaggio, prenderò l’anello. D’accordo?»
Don non avrebbe saputo spiegare per quale motivo aveva rifiutato. Ma cominciava a trovare odioso Ling, cominciava a pentirsi di avere contratto l’obbligo di una cena, con lui. L’improvvisa sensazione diede più forza al suo innato e ostinato orgoglio.
«È un ricordo di famiglia,» rispose. «Non è in vendita.»
«Eh? Lei non è in condizione di essere sentimentale. L’anello vale più qui che sulla Terra… ma le offro ugualmente molto più di quanto non valga. Non faccia lo stupido!»
«Lo so che mi offre molto più di quanto l’anello valga,» rispose Don. «E non riesco a capire il perché. In ogni caso, l’anello non è in vendita. Me lo restituisca.»
«E se lo tenessi?»
Don sospirò profondamente.
«Be’, in questo caso,» disse, lentamente, «Suppongo che dovrò lottare per riaverlo.»
Ling lo fissò per un momento, poi si sfilò l’anello dal dito e lo lasciò cadere sul tavolo. Poi si alzò in piedi e uscì dal separé, senza aggiungere altro.
Don fissò la tenda, anche quando il cinese fu scomparso, cercando di trovare un senso a tutti quei misteri. Stava ancora riflettendo, quando la tenda si aprì, e il padrone del ristorante apparve. Fece cadere un biglietto sul tavolo.
«Uno e sei,» disse, con voce piatta.
«Non è stato il signor Ling a pagare? Mi ha invitato a cena con lui.»
«Uno e sei,» ripeté Charlie. «Lei ha mangiato. Lei paga.»
Don si alzò in piedi.
«Dove si lavano i piatti, qui? Tanto vale che cominci subito.»
CAPITOLO IX