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OMBRE NELLA NOTTE

Prima che la serata finisse, il compito di lavare i piatti in cambio della cena diventò una sistemazione fissa. Il salario era basso… Don calcolò che gli sarebbe occorsa all’incirca l’eternità, per risparmiare la somma necessaria per spedire il radiogramma ai suoi genitori… ma includeva tre pasti al giorno, della superlativa cucina di Charlie. E lo stesso Charlie, malgrado la sua rudezza, pareva una brava persona. Il cinese espresse una opinione complicata, ed estremamente sprezzante, di Johnny Ling, usando la stessa lingua franca colorita e infinitamente espressiva e piccante che aveva usato per commentare le imprese dei vieni-sopra. Inoltre, negò qualsiasi parentela con Ling, attribuendo a Ling molte altre parentele che erano chiaramente improbabili, se non del tutto contro natura.

Quando l’ultimo avventore fu uscito, e l’ultimo piatto fu asciugato, Charlie preparò un giaciglio per Don, sul pavimento del locale sul retro nel quale Don aveva cenato. Quando Don si spogliò, e s’infilò nel letto, ricordò che avrebbe dovuto telefonare all’ufficio della sicurezza dell’astroporto, per informare le autorità del suo indirizzo. Domani sarebbe stato lo stesso, pensò, assonnato; e comunque, il ristorante non aveva un telefono.

Si svegliò nel buio, avvertendo un senso di oppressione. Per un terribile momento, pensò che qualcuno lo tenesse fermo, e stesse cercando di derubarlo. Quando si svegliò del tutto, capì dove si trovava, e cosa provocava il senso di oppressione… dei vieni-sopra. Ce n’erano due a letto con lui; uno gli si era infilato sotto la schiena, e teneva il muso premuto tra le sue scapole; l’altro era accovacciato in grembo a Don, come in un cucchiaio. Entrambi stavano russando sommessamente. Qualcuno aveva senza dubbio lasciata aperta una porta per un momento, e i due vieni-sopra erano riusciti a intrufolarsi nel ristorante.

Don ridacchiò, tra sé. Era impossibile arrabbiarsi con quelle creaturine affettuose. Grattò la creatura davanti a lui tra le corna, e disse:

«Sentite, ragazzi, questo è il mio letto. Adesso scendete subito, prima che ricorra alle maniere forti.»

Entrambi belarono, e si strinsero ancor più a lui. Don si alzò, li prese entrambi per un orecchio, e li scacciò fuori della tenda.

«E adesso, restate fuori!»

Tornarono a infilarsi nel letto prima di lui.

Fu svegliato da un guaito di terrore vicinissimo al suo orecchio. I pochi istanti che seguirono furono terribilmente confusi. Don si rizzò di scatto a sedere, mormorò, «Fate silenzio!», e fece per accarezzare il suo compagno di letto, quando sentì il polso stretto da una mano… non le piccole zampe a quattro dita di un vieni-sopra, ma una mano umana.

Scalciò selvaggiamente, e urtò qualcosa. Ci fu un grugnito, si udirono dei guaiti ancor più terrorizzati, e il ticchettare di piccoli zoccoli su un pavimento nudo. Scalciò di nuovo, e per poco non si fece male; la mano lo lasciò andare.

Alzandosi in piedi, Don indietreggiò. Si udirono dei rumori di lotta, vicino a lui, e molti altri belati, assai più forti. I suoni si spensero quando lui stava ancora cercando di guardare nella fitta oscurità, per scoprire quel che era accaduto. Poi apparve una luce, accecante, ed egli vide Charlie in piedi sulla porta, con indosso una vestaglia a grandi pieghe e in mano un enorme coltello da cucina scintillante e affilatissimo.

«Che ti succede?» domandò Charlie.

Don fece del suo meglio per dare una spiegazione, ma vieni-sopra, sogni, e mani che lo afferravano nelle tenebre, erano troppo mescolati per assumere un senso.

«Tu hai mangiato troppo tardi, stanotte,» decise Charlie. Malgrado ciò, ispezionò il locale, seguito da Don.

Quando il cinese arrivò davanti a una finestra il cui paletto era stato spezzato, non disse niente, ma andò immediatamente a ispezionare il registratore di cassa e la cassaforte. Apparentemente, né l’uno né l’altra erano stati forzati. Charlie sostituì il paletto spezzato, inchiodò un’altra sbarra di legno alla finestra, spinse i vieni-sopra fuori, nella notte, e disse a Don:

«Torna a dormire.»

Poi il cinese ritornò nella sua stanza.

Don cercò di obbedire, ma impiegò molto tempo prima di riuscire a riprendere sonno. Il suo denaro e l’anello c’erano ancora. Infilò di nuovo l’anello al dito, e si addormentò con il pugno stretto.

Il mattino dopo, Don ebbe tutto il tempo per riflettere, nell’affrontare un’inesauribile pila di piatti sporchi. I suoi pensieri si concentravano intorno all’anello. Non lo portava al dito; non solo non desiderava immergerlo troppo spesso nell’acqua calda, ma adesso non desiderava più metterlo in mostra… per lo meno, quando ciò poteva essere evitato.

Era possibile che al ladro interessasse più l’anello del denaro? Pareva impossibile… un oggettino che valeva mezzo credito, e che poteva essere acquistato in qualsiasi bancarella di souvenir! O forse cinque crediti, si corresse, là su Venere, dove ogni cosa era estremamente costosa. Dieci, al massimo.

Ma cominciava ad avere dei dubbi, e a porsi delle domande; troppe persone avevano mostrato d’interessarsi a quell’anello. Cercò di passare in rassegna, mentalmente, gli eventi che avevano riguardato in qualche modo l’anello. Interpretando in quel senso la situazione, doveva rivedere diverse idee… a pensarci, il dottor Jefferson aveva rischiato la morte… era morto… solo per assicurarsi che l’anello giungesse su Marte. Lo aveva pensato all’inizio… ma si trattava di una congettura assurda, e proprio per questo lui aveva concluso in base a quella che era parsa una logica rigorosa che non l’anello, ma la carta nella quale l’anello era stato avvolto, avrebbe dovuto raggiungere i suoi genitori. Quella conclusione aveva ricevuto una conferma, quando l’I.B.I. l’aveva perquisito, e aveva confiscato la carta.

E se per un istante lui avesse preso in considerazione la folle possibilità che lo stesso anello fosse importante? Anche in questo caso, com’era possibile che qualcuno, su Venere, cercasse quell’anello? Lui era appena sbarcato; non aveva neppure saputo, al momento della partenza dalla Terra, che sarebbe stato Venere il pianeta di arrivo.

Certo, avrebbero potuto esistere diversi modi per fare precedere la notizia del suo arrivo al suo sbarco su Venere; ma Don non li prese neppure in considerazione. Inoltre, gli era immensamente difficile pensare che qualcuno avrebbe potuto prendersi tanti fastidi solo per lui.

Ma Don possedeva una qualità altamente sviluppata: l’ostinazione. Di fronte all’acquaio e all’inesauribile pila di piatti sporchi, egli giurò solennemente che lui e l’anello sarebbero giunti fino a Marte, insieme, e che una volta arrivati sul pianeta rosso, lui avrebbe consegnato l’anello a suo padre, come gli aveva chiesto il dottor Jefferson.

Il lavoro rallentò un poco a metà pomeriggio; Don riuscì a finire la pila dei piatti. Si asciugò le mani, e disse a Charlie.

«Voglio andare in centro, per un po’.»

«Che ti succede? Sei pigro?»

«Stanotte lavoriamo, no?»

«Certo che lavoriamo. Credi che questa sia una sala da tè?»

«D’accordo, io lavoro al mattino e alla sera… così mi prendo un po’ di tempo libero nel pomeriggio. Lei ha piatti puliti a sufficienza per durarle ore e ore.»

Charlie si strinse nelle spalle, e gli voltò le spalle. Don uscì dal ristorante.

Attraversando il fango e le folle che gremivano le strade, risalì Strada Buchanan fino al Palazzo dell’I.T. T. Nel salone esterno c’erano numerosi clienti, ma quasi tutti si servivano dei telefoni automatici, o stavano facendo la coda davanti alle cabine, in attesa del loro turno. Isobel Costello era dietro la scrivania, e non pareva troppo occupata, benché stesse chiacchierando con un soldato. Don andò all’estremità opposta del balcone, e aspettò che la ragazza fosse libera.

Dopo qualche tempo, lei riuscì a liberarsi del soldato intraprendente, e si avvicinò a Don.