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«Be’, se questo non è il mio piccolo nei guai! Come se la cava, figliolo? È riuscito a cambiare il suo denaro?»

«No, la banca non l’ha accettato. Immagino che farà meglio a restituirmi il radiogramma.»

«Non c’è fretta; Marte è ancora in congiunzione. Forse troverà una miniera di uranio e diventerà ricco nel frattempo.»

Don rise, con un po’ d’amarezza.

«Non è molto probabile!» Le spiegò quello che faceva, e dove.

Lei annuì.

«Potrebbe fare di peggio. Il vecchio Charlie è un tipo a posto. Ma quella è una brutta parte della città, Don. Faccia attenzione, specialmente quando è buio.»

«Farò attenzione. Isobel, mi farebbe un piacere?»

«Se non è impossibile, illegale, o scandaloso… sì.»

Don estrasse di tasca l’anello.

«Potrebbe custodire lei questo, per me? Tenerlo al sicuro, finché non le chiederò di restituirmelo?»

Lei lo prese, lo sollevò e lo guardò attentamente.

«Attenta!» disse Don, in fretta. «Non lo tenga in vista.»

«Uh?»

«Non voglio che nessuno sappia che l’ha lei. Lo faccia sparire.»

«Be’…» Lei gli voltò le spalle; quando tornò a voltarsi, l’anello era scomparso. «Cos’è tutto questo mistero, Don?»

«Vorrei saperlo.»

«Eh?»

«Non posso dirle niente di più. Voglio soltanto tenere al sicuro l’anello. Qualcuno sta cercando di rubarmelo.»

«Ma… senta, questo anello le appartiene?»

«Sì. Non posso dirle altro.»

Isobel lo guardò in viso, attentamente.

«D’accordo, Don. Ne avrò cura io.»

«Grazie.»

«Nessun problema… almeno lo spero. Senta… torni qui presto. Voglio farle conoscere il direttore.»

«D’accordo, tornerò presto.»

Lei si allontanò, per occuparsi di un cliente. Don aspettò nella sala, fino a quando una cabina telefonica non fu libera, e poi comunicò il suo indirizzo all’ufficiale della sicurezza dell’astroporto. Fatto questo, ritornò ai suoi piatti.

Verso mezzanotte, centinaia di piatti più tardi, Charlie salutò l’ultimo avventore, e chiuse ermeticamente la porta di strada. Consumarono insieme una cena che non avevano avuto il tempo di consumare prima, il cinese con i bastoncini, Don con forchetta e coltello. Don scoprì di essere stanco, addirittura quasi troppo stanco per mangiare.

«Charlie,» domandò, «Come ha fatto a mandare avanti questo locale, senza aiuto?»

«Avevo due aiutanti. Si sono arruolati entrambi. I ragazzi non vogliono più lavorare, di questi tempi; sanno pensare solo a giocare ai soldati.»

«Così io lavoro per due, eh? Meglio assumere un altro ragazzo, altrimenti potrei decidere di arruolarmi anch’io.»

«Il lavoro ti fa bene.»

«Forse. Certamente, lei prende molto sul serio questo consiglio; non ho mai visto lavorare nessuno come lei.»

Charlie si appoggiò allo schienale della sedia, e arrotolò una sigaretta, con una manciata della ‘erba pazza’ indigena, le foglioline conciate di una pianta bruna.

«Mentre lavoro, penso che un giorno tornerò a casa. Avrò un piccolo giardino, circondato da un muro alto. Tra i rami di un albero, ci sarà un uccellino che canterà solo per me.» Indicò con la mano il fumo soffocante e le pareti umide e spoglie del ristorante. «Mentre lavoro, mentre preparo il cibo, io non vedo tutto questo. Vedo il mio piccolo giardino.»

«Oh.»

«Cerco di risparmiare il denaro per tornare a casa.» Charlie aspirò furiosamente il fumo della sigaretta. «Io tornerò a casa… o vi torneranno le mie ossa.»

Don capiva quel che l’uomo voleva dire; aveva sentito parlare di «denaro delle ossa», durante l’adolescenza. Tutti gli emigranti cinesi facevano progetti per tornare a casa; spesso, troppo spesso, era soltanto un pacchetto di ceneri e ossa che compiva il lungo viaggio di ritorno. I cinesi più giovani, nati su Venere, ridevano dell’idea; per loro Venere era la casa e la patria, e la Cina era soltanto una favola troppo gonfiata.

Decise di raccontare a Charlie le sue disavventure, e lo fece, tralasciando solo di menzionare l’anello, e tutti gli eventi collegati a esso.

«Così, vede, io sono ansioso di arrivare su Marte, proprio come lei è ansioso di tornare a casa sua, in Cina.»

«Marte è lontano. Si trova al termine di una lunga strada. E quella strada è ancora più lontana oggi.»

«Sì… ma io devo arrivarci.»

Charlie finì la sua sigaretta di ‘erba pazza’, e si alzò in piedi.

«Tu resta con il vecchio Charlie. Lavora sodo, e io ti farò dividere i profitti. Un giorno o l’altro, questa idiozia della guerra finirà… e allora partiremo entrambi.» Gli voltò le spalle. «Buonanotte.»

«Buonanotte.» Questa volta Don andò a controllare personalmente, per assicurarsi che nessun vieni-sopra fosse riuscito a infilarsi nel locale, e poi si ritirò nel suo cubicolo. Si addormentò quasi subito, e sognò di scalare interminabili montagne di piatti sporchi, che scintillavano rossigni perché Marte stava sorgendo, dietro di essi, un globo sanguigno nel cielo, sempre lontano.

Don era fortunato ad avere un cubicolo, in un ristorante economico, come alloggio; la città era talmente colma di gente che quasi scoppiava. Anche prima della crisi politica che l’aveva trasformata nella capitale di una nuova nazione, Nuova Londra era stata una città affollata, un centro di mercato in una regione di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio abbandonato e ostile, principale astroporto del pianeta. L’embargo de facto dei trasporti interplanetari causato dallo scoppio della guerra con il pianeta madre avrebbe prima o poi consumato il grasso superfluo che circondava la città, ma per il momento l’unico effetto era stato quello di riversare nella città gli spaziali rimasti bloccati al suolo, spaziali che giravano per le strade e cercavano di assaggiare i divertimenti e gli svaghi che la città era in grado di offrire.

Gli spaziali venivano a malapena notati; gli uomini politici erano molto più numerosi. Sull’Isola del Governatore, separata da Isola Centrale da un corso d’acqua stagnante, una fangosa laguna, gli Stati Generali della nuova repubblica erano in sessione continua; vicino, in quella che era stata la residenza del governatore, il Generale Plenipotenziario, il suo capo di Stato, e i ministri del governo, si disputavano furiosamente le competenze, le decisioni sui problemi spaziali, e il sottogoverno. Una burocrazia in continua crescita, come i fungoidi che si alimentavano nell’umida atmosfera del pianeta, si stava già riversando su tutta Isola Centrale, e traboccava sull’Isola Sud, sul Promontorio Est, e sull’isola di Tombstone, disputandosi accanitamente gli alloggi e gli edifici migliori, e facendo salire gli affitti alle stelle. Nell’ondata di statisti e di parlamentari eletti, giungevano anche… assai più numerosi… gli spruzzi e la schiuma del sottogoverno, piccoli burocrati che lavoravano e assistenti speciali che non lavoravano affatto, salvatori del mondo, uomini in possesso di Rivelazioni e Messaggi, favorevoli e contrari, uomini che affermavano di parlare a nome dei draghi locali, ma che non erano mai riusciti a imparare neppure i rudimenti del linguaggio sibilato, e draghi che erano perfettamente in grado di parlare per proprio conto… e usavano questa facoltà con grande liberalità.

Malgrado tutto, l’Isola del Governatore non si inabissò sotto questo carico.

A nord della città, sull’Isola di Buchanan, un’altra città stava nascendo e si gonfiava a dismisura… i campi di addestramento della Media Guardia e delle Forze di Superficie. Nel corso delle riunioni degli Stati Generali, l’opposizione protestò violentemente, dichiarando che la presenza di campi militari di addestramento nella capitale della nazione era un invito al suicidio nazionale, poiché una bomba all’idrogeno avrebbe potuto cancellare sia il governo che la maggior parte delle forze armate venusiane., ma ciononostante nessuno aveva fatto nulla per risolvere il problema. La maggioranza aveva obiettato che era necessario offrire agli uomini qualche possibilità di svago e ricreazione; se il territorio di addestramento fosse stato spostato nella boscaglia, o nelle paludi dell’interno, gli uomini avrebbero disertato, per tornarsene alle fattorie e alle miniere.