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«Grazie,» disse Don, lentamente. «Ma credo che aspetterò un poco. Forse potrò farmi prestare il denaro altrove.»

Il signor Costello guardò prima Don poi Isobel, e si strinse nelle spalle, con aria d’impotenza.

«Oh, mi dia il suo pagherò,» disse, spazientito. «Lo intesti a me, non alla compagnia. Potrà pagarmelo quando le sarà possibile.» Guardò di nuovo sua figlia, che stava sorridendo con aria d’approvazione.

Don compilò la cambiale. Quando Isobel e lui furono usciti, fuori della portata del padre della ragazza, Don disse:

«Sai, tuo padre ha fatto una cosa enormemente generosa.»

«Bah!» rispose lei. «Questo dimostra semplicemente fino a qual punto il padre di una ragazza può arrivare, per non rovinare le possibilità di sua figlia.»

«Uh? Cosa intendi dire?».

Lei gli sorrise.

«Niente. Niente di niente. Nonna Isobel ti stava prendendo in giro. Non prendermi mai sul serio.»

Anche Don le sorrise.

«E allora, dove ti posso portare? Andiamo dall’Olandese, a bere una coca?»

«Sei stato tu a convincermi.»

Quando fu di ritorno al ristorante, Don trovò, oltre all’inevitabile montagna di piatti da lavare, una discussione surriscaldata intorno alla legge sull’arruolamento obbligatorio che era in discussione agli Stati Generali. Rizzò subito le orecchie; se arrivava la chiamata alle armi, lui sarebbe stato una preda sicura, e voleva precedere gli arruolatori, presentandosi volontario per l’Alta Guardia. Il consiglio di McMasters sull’«unico sistema per arrivare su Marte» gli era rimasto in mente.

Quasi tutte le opinioni parevano in favore della coscrizione, né Don poteva fare delle obiezioni; gli pareva una decisione ragionevole, anche se lui ne avrebbe fatto le spese, con tutti gli altri giovani della sua età. Un ometto silenzioso ascoltò gli altri fino in fondo, poi si schiarì la voce:

«Non ci sarà nessuna coscrizione,» annunciò.

L’ultimo che aveva parlato, un co-pilota che portava ancora il triplice globo sul colletto, rispose:

«Eh? Cosa ne sa lei, piccoletto?»

«Un bel po’. Mi permetta di presentarmi… senatore Ollendorf della Provincia di CuiCui. In primo luogo, noi non abbiamo bisogno di una coscrizione; la natura della nostra disputa con la Federazione non è tale da richiedere l’impiego di un grande esercito. In secondo luogo, la nostra popolazione non ha il temperamento per adattarsi a una simile decisione. In virtù del drastico processo d’immigrazione selettiva, noi abbiamo, qui su Venere, una nazione di individualisti convinti, quasi al margine dell’anarchia. Nessuno sarà disposto ad accettare l’arruolamento forzato. In terzo luogo, i contribuenti non daranno alcun supporto a un esercito di massa; già adesso abbiamo più volontari che denaro per sostentarli. E in ultimo luogo, io e i miei colleghi bocceremo la proposta, in sede di votazione, in misura di tre contro uno.»

«Piccoletto,» si lamentò il co-pilota, «Ma perché diavolo si è disturbato a elencare le prime tre ragioni?»

«Stavo semplicemente esercitandomi nel discorso che intendo fare domani,» si scusò il senatore. «E ora, signore, poiché lei è un così acceso sostenitore della coscrizione, vuole dirmi, per favore, perché non si è arruolato nell’Alta Guardia? È evidente che lei è un uomo qualificato.»

«Be’, glielo dirò, proprio come lei mi ha detto i suoi motivi. Prima di tutto, io non sono un coloniale, così non è una guerra che mi riguardi. Secondo di tutto, questa è la mia prima vacanza, dal giorno in cui hanno escluso dal servizio le astronavi del tipo Cometa. E terzo, mi sono arruolato ieri, e mi sto bevendo il denaro ricevuto all’arruolamento, prima di presentarmi a rapporto. Questo la soddisfa, senatore?»

«Completamente, signore! Posso offrirle un buon bicchiere?»

«Il vecchio Charlie serve soltanto caffè… dovrebbe saperlo. Bene, prenda una tazza e ci dica cosa stanno cucinando nell’Isola del Governatore. Ci dia i dati dall’interno.»

Don tenne le orecchie bene aperte, e la bocca (come al solito) chiusa. Tra le altre cose, apprese per quale motivo la «guerra» non produceva azioni militari… all’infuori della distruzione di Circum-Terra. Non si trattava solo della distanza che, variando dai trenta milioni ai centocinquanta milioni di miglia rendeva, per dirla in tono blando, abbastanza scomode le comunicazioni militari; l’elemento più importante pareva la paura di una ritorsione, che aveva apparentemente prodotto una situazione di stallo.

Un sergente tecnico della Media Guardia spiegò la situazione a chiunque volesse ascoltarlo:

«Adesso vogliono tenere tutti svegli per metà della notte, con gli allarmi d’incursione dallo spazio. Scemenze! La Terra non attaccherà… i cervelloni che governano la Federazione sono più furbi. La guerra è finita.»

«Perché lei pensa che la Terra non attaccherà?» domandò Don, rompendo il suo abituale silenzio. «A me sembra che noi siamo dei bersagli fermi, qui, come anatre di legno.»

«Certo che lo siamo. Una bomba, e faranno saltare questa pozza di fango dalla palude. Lo stesso per Buchanan. Lo stesso per Città CuiCui. E cosa diavolo otterrebbero, con questo?»

«Non lo so, ma non mi piace l’idea di venire preso a bersaglio da una bomba atomica.»

«Ma non c’è alcun pericolo! Serviti del cervello, amico. Bombardandoci, spazzerebbero via un’infinità di bottegai, e un sacco di uomini politici… e non toccherebbero neppure le regioni dell’interno. La Repubblica di Venere sarebbe più forte che mai… perché questi tre punti sono gli unici bersagli adatti ai bombardamenti, su tutto questo pianeta nebbioso. E dopo, che cosa succederebbe?»

«È lei che racconta; me lo dica.»

«Una buona dose di ritorsione, ecco cosa accadrebbe… con tutte quelle bombe che il commodoro Higgins ha portato via da Circum-Terra. Ci siamo impadroniti di alcuni dei loro incrociatori più veloci, e avremmo i più succolenti bersagli della storia, per esercitarci nel tiro a segno. Tutto quello che vogliamo, da Detroit a Bolivar… acciaierie, centrali di alimentazioni, pile atomiche, fabbriche. Non correranno mai il rischio di pestarci i piedi, quando sanno che siamo prontissimi a colpirli in pieno ventre. Cerchiamo di essere logici!» Il sergente posò la sua tazza, e si guardò intorno, con aria di trionfo.

Un uomo dai modi tranquilli che si trovava in fondo al bancone aveva ascoltato la discussione. Scelse quel momento per dire, a bassa voce:

«Sì… ma come fa lei a sapere che gli uomini forti della Federazione useranno la logica?»

Il sergente parve sorpreso.

«Eh? Oh, andiamo! La guerra è finita, glielo dico io. Dovremmo tornarcene tutti a casa. Io ho quaranta acri delle migliori risaie del pianeta; qualcuno dovrà curare il raccolto, no? E invece, me ne sto qui seduto, a scaldarmi il sedere, giocando all’incursione spaziale così, per esercitarmi. Il governo dovrebbe fare qualcosa.»

CAPITOLO X

«MENTRE MEDITAVO, UN FUOCO S’È ACCESO»

Salmo XXXIX: 3

Il governo fece davvero qualcosa; la legge per la coscrizione venne approvata il giorno dopo. Don apprese la notizia a mezzogiorno; non appena il tumulto dell’ora di pranzo fu finito, egli si asciugò le mani e andò in centro, alla stazione di arruolamento. Davanti all’edificio c’era una lunga fila; Don si accodò, e attese il suo turno.

Più di un’ora dopo, si trovò di fronte a un sottufficiale dall’aria stanca e ostile, seduto dietro un tavolo. L’uomo mostrò un modulo a Don.

«Scriva il suo nome in stampatello. Firmi in fondo, e metta l’impronta del pollice. Poi alzi la mano destra.»

«Un momento,» rispose Don. «Io voglio arruolarmi nell’Alta Guardia. Questo modulo è per le Forze di Superficie.»