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L’ufficiale lanciò una sommessa imprecazione.

«Tutti vogliono l’Alta Guardia. Mi ascolti, figliolo, la quota per l’Alta Guardia è stata raggiunta alle nove di questa mattina… adesso non accetto più volontari neppure per la lista di attesa.»

«Ma io non voglio le Forze di Superficie. Io… io sono uno spaziale.»

L’uomo imprecò di nuovo, questa volta con una certa violenza.

«Non ne ha l’aria. Voi patrioti dell’ultimo minuto mi date la nausea… cercando di entrare tra i ragazzi del cielo, per non dovere fare i soldati nel fango. Se ne torni a casa; quando la vorremo, la manderemo a prendere… e non sarà per l’Alta Guardia. Lei sarà un mangiafango, e le piacerà, oh, se le piacerà!»

«Ma…»

«Se ne vada, ho detto.»

Don se ne andò. Quando raggiunse il ristorante, il vecchio Charlie guardò l’orologio, poi il giovane.

«Adesso sei un soldato?»

«Non mi hanno voluto.»

«Una cosa buona. Preparami delle tazze.»

Ebbe il tempo di riflettere, mentre si curvava sul contenitore delle tazze. Benché non fosse portato a piangere sul latte versato, Don poteva capire bene, adesso, come fosse stato intelligente il consiglio del sergente McMasters; lui aveva perduto quella che, probabilmente, era stata la sua unica possibilità (per quanto esile) di raggiungere Marte. Pareva una certezza a tenuta stagna, il fatto che ora avrebbe dovuto passare l’intera guerra (mesi? anni?) facendo il mangiafango nelle Forze di Superficie, non avvicinandosi a Marte più di quanto gli avrebbe permesso la distanza di opposizione… circa sessanta, settanta milioni di miglia nella migliore delle ipotesi. Una distanza dalla quale sarebbe stato impossibile comunicare… anche gridando forte.

Prese in considerazione la possibilità di chiedere l’esenzione dal servizio militare, in base alla sua cittadinanza terrestre… ma scartò l’ipotesi immediatamente. Lui aveva già affermato il suo diritto di venire su Venere, come cittadino del pianeta; dire bianco o nero a seconda delle convenienze non era una cosa che gli andasse bene. E inoltre, si rendeva conto di quanto fosse tenue quella possibilità. In ogni caso, le sue simpatie erano tutte per Venere, indipendentemente da quello che i giuristi avrebbero deciso, alla fine, sulla questione della sua cittadinanza.

E c’era di più. Anche se lui avesse avuto lo stomaco per fare una simile richiesta, non riusciva a raffigurarsi dietro il filo spinato di un campo di concentramento alieno. Ed esisteva un campo di concentramento, lo aveva saputo, sul Promontorio Est. Passare laggiù tutta la guerra, per farsi portare dei pacchetti di cibo e di regali da Isobel, al pomeriggio della domenica?

L’ipotesi era inconsistente; Don non si lusingò neppure per un momento… Isobel era una convinta patriota; lo avrebbe lasciato cadere, come una manciata di fango. E poi, era facilissimo rendersi conto di quanto fossero assurde tutte quelle speculazioni… lui era su Venere e cittadino di Venere, gli piacesse o no… doveva accettare la situazione.

«Ciò che non può essere curato deve essere sopportato»… Confucio, o qualcun altro, aveva detto quella frase. Lui era in ballo, e doveva ballare… non si sentiva troppo sconvolto, all’idea; la Federazione non aveva alcun diritto di esercitare le sue pressioni su Venere, comunque. Dopotutto, di chi era il pianeta? Non certo della Federazione.

La cosa che più gli stava a cuore, in quel momento, era di entrare in contatto con i genitori, e di far loro sapere che lui aveva l’anello del dottor Jefferson, anche se non poteva consegnarlo immediatamente. Avrebbe dovuto andare a controllare all’ufficio dell’I.T. T… forse il periodo favorevole alle comunicazioni tra i due pianeti era già cominciato. Charlie avrebbe dovuto avere un telefono, in quella sua baracca.

Ricordò che gli rimaneva una possibile risorsa, che fino a quel momento non aveva utilizzato… «Sir Isaac». Aveva avuto sinceramente l’intenzione di mettersi in contatto con il suo amico drago, al momento stesso dello sbarco su Venere, ma la cosa non si era rivelata facile. «Sir Isaac» non era sbarcato a Nuova Londra, né Don era stato in grado di scoprire, dall’ufficio locale, il luogo in cui il drago era atterrato. Probabilmente alla Città CuiCui, o a Buchanan… oppure… era possibile, poiché «Sir Isaac» era persona di tale importanza… la Media Guardia poteva avere predisposto in suo favore un atterraggio speciale, secondo i suoi desideri. Avrebbe potuto trovarsi in qualsiasi punto della superficie di un pianeta che possedeva una superficie emersa molto maggiore di quella della Terra.

Naturalmente, doveva essere possibile rintracciare un personaggio così importante… ma il primo passo sarebbe stato quello di consultare l’Ufficio per gli Affari Aborigeni, che si trovava nell’Isola del Governatore. La qual cosa significava un viaggio di due ore, trovando una gondola che lo accompagnasse all’andata e al ritorno, e superando gli ostacoli burocratici che era sicurissimo di incontrare. Si disse che, semplicemente, non ne aveva il tempo.

Doveva rassegnarsi a quella constatazione, per quanto essa potesse dispiacergli. Questo se lo era ripetuto dal momento in cui era giunto nel locale del Vecchio Charlie.

Ma ora la situazione era cambiata, e lui doveva trovare il tempo. «Sir Isaac» avrebbe potuto fare in modo che lui fosse assegnato all’Alta Guardia, o trasferito a essa, indipendentemente dalle quote e dalle liste di attesa. Il governo era estremamente ansioso di conservare i draghi felici e amichevoli verso il nuovo regime. Il genere umano poteva restare su Venere per accondiscendenza dei draghi; e gli uomini politici se ne rendevano perfettamente conto.

Provava un certo disgusto, all’idea di ricorrere ad aiuti politici, in una situazione simile… ma proprio la situazione lo rendeva indispensabile. C’erano dei momenti nei quali niente altro avrebbe potuto funzionare, ed era indispensabile usare le armi che si possedevano. Questo lo aveva sempre saputo, ma mai come allora se ne era reso conto.

«Charlie!»

«Eh?»

«Piano con quei fornelli; devo tornare in centro.»

Charlie grugnì, di malagrazia; Don si tolse il grembiule, e uscì. Isobel non si trovava dietro il bancone, nell’ufficio dell’I.T. T.; Don fece trasmettere il suo nome attraverso l’impiegato di turno, e riuscì a vedere il padre della ragazza. Il signor Costello sollevò lo sguardo, quando Don entrò, e disse:

«Sono lieto che sia venuto, signor Harvey. Avevo bisogno di parlarle.»

«Il mio messaggio è stato trasmesso?»

«No, volevo restituirle la sua cambiale.»

«Perché? Che è successo?»

«Non sono stato in grado di trasmettere il suo messaggio, e non so quando sarò in grado di farlo Se in seguito scopriremo che il messaggio può essere trasmesso, accetterò la sua cambiale… o un pagamento in contanti, se allora le sarà possibile.»

Don ebbe la spiacevole impressione di venire cortesemente scaricato.

«Un momento solo, signore. Pensavo che oggi fosse il primissimo giorno in cui si sperava di poter stabilire una comunicazione con Marte. Le condizioni non miglioreranno domani… e ancor più dopodomani?»

«Sì, teoricamente. Ma oggi le condizioni erano soddisfacenti. Non esiste alcuna comunicazione con Marte.»

«Ma domani?»

«Temo di non essermi spiegato bene. Noi abbiamo tentato di lanciare un segnale a Marte; non abbiamo ottenuto risposta. Allora abbiamo utilizzato il controllo radar. Il segnale è rimbalzato nel momento previsto, con puntualità cronometrica… duemiladuecentotrentotto secondi, impossibile sbagliarsi o captare un segnale-fantasma. Così noi sappiamo che il canale di trasmissione era del tutto soddisfacente, e che il nostro segnale doveva arrivare. Ma la Stazione Schiaparelli non risponde… non c’è comunicazione.»

«Forse si tratta di un guasto?»

«È del tutto improbable. Si tratta di una stazione binaria. Dipendono tutti da essa, per l’astronavigazione, lo sa bene anche lei, immagino. No, temo che la risposta sia ovvia.»