«Sì?»
«Le forze della Federazione hanno occupato la stazione, per i propri usi. Non saremo in grado di comunicare con Marte, fino a quando le forze di occupazione non ce lo permetteranno.»
Don uscì dall’ufficio del direttore, cupo e abbattuto e con il morale sotto i tacchi. Quasi si scontrò con Isobel, che stava entrando in quel momento nell’edificio.
«Don!»
«Oh… ciao, nonnina.»
Lei era eccitata, e non notò il suo umore.
«Don, arrivo adesso dall’Isola del Governatore! Sai la grande notizia? Stanno formando un corpo di ausiliarie, e un esercito femminile!»
«Davvero?»
«La legge è all’approvazione della commissione, in questo momento. Non posso aspettare… mi arruolerò subito, naturalmente. Ho già dato il mio nome.»
«Davvero? Sì, immagino che sia proprio così.» Rifletté sulla cosa, e aggiunse, «Ho cercato di arruolarmi stamattina.»
Isobel gli gettò le braccia al collo, e lo baciò sulla guancia, con grande interesse di tutti i clienti che si trovavano nell’atrio.
«Don!» Passato il momento d’entusiasmo, si scostò un poco da lui, abbassando le braccia, con sollievo di Don che era violentemente arrossito, e poi aggiunse, «Veramente, nessuno si aspettava questo da te, Don. Dopotutto, non è una guerra che ti riguardi; la tua patria è Marte.»
«Be’, non so. Marte non è esattamente la mia patria… non saprei dirti quale sia in realtà. E non mi hanno accettato… hanno detto di aspettare la chiamata.»
«Be’,… comunque sono fiera di te.»
Don ritornò nel ristorante, provando una certa vergogna, perché non aveva avuto il coraggio di dirle il motivo che l’aveva spinto a tentare di arruolarsi, e il motivo che aveva indotto l’ufficiale a rifiutare la sua domanda. Quando raggiunse il locale di Charlie, aveva quasi deciso di ritornare all’ufficio di reclutamento, il giorno dopo, e prestare giuramento come volevano loro, e cioè come mangiafango volontario. Si disse che la rottura delle comunicazioni con Marte aveva tagliato l’ultimo legame con la sua vecchia vita; e tanto valeva accettare a braccia aperte la nuova vita. Era meglio essere un volontario che un coscritto.
Ripensandoci, decise che la prima cosa da fare era andare all’Isola del Governatore, e inviare un messaggio, in qualche modo, a «Sir Isaac»… era inutile restare nelle Forze di Superficie, se il suo amico avesse potuto disporre un suo trasferimento nell’Alta Guardia. Era ormai matematico, alla luce della nuova rivelazione, che l’Alta Guardia inviasse prima o poi una spedizione su Marte; e per lui era certamente meglio partecipare a quell’impresa. Sì, sarebbe riuscito ad arrivare su Marte… malgrado tutto. Ora che la comunicazione con il pianeta rosso si era interrotta, sarebbe stato giocoforza per le autorità venusiane agire in qualche modo, per parare quel colpo.
Ripensandoci ancora, decise che sarebbe stato probabilmente meglio aspettare un giorno o due, dopo avere inviato il messaggio, per dare tempo a «Sir Isaac» di rispondergli; certamente sarebbe stato più facile venire assegnato subito all’Alta Guardia che ottenere un trasferimento più tardi.
Sì, quella era la decisione più sensata da prendere. Disgraziatamente, non lo faceva sentire soddisfatto di se stesso.
Quella notte la Federazione attaccò.
L’attacco non avrebbe dovuto avvenire, naturalmente. Il sergente che aveva ricordato la sua risaia aveva avuto perfettamente ragione; la Federazione non poteva permettersi il rischio di vedere bombardate le sue grandi città, per punire i coloni di Venere. Il sergente aveva avuto ragione… dal suo punto di vista.
Il proprietario di una risaia ha una logica; degli uomini che vivono nel potere e per il potere possiedono un’altra logica completamente diversa. Le loro vite sono costruite su tenui presupposti, fragili come una reputazione; non possono permettersi d’ignorare una sfida al loro potere… e la Federazione non poteva permettersi di non punire gli insolenti coloni.
La Valchiria, in orbita intorno a Venere, in caduta libera, esplose in un lampo di gas radioattivi, senza alcun preavviso. L’Adonis, che seguiva la stessa orbita a circa mille miglia di distanza, a prua, vide l’esplosione e ne fece rapporto al quartier generale planetario di Nuova Londra; e poi anche questa astronave diventò una palla di fuoco in espansione.
Don fu svegliato dal profondo sonno della fatica, bruscamente, da un minaccioso ululare di sirene. Si rizzò di scatto a sedere, nel buio, ancora intorpidito dalla stanchezza di un’intera giornata di duro lavoro, e scosse più volte il capo, per schiarirsi le idee; poi capì, con bruciante eccitazione, ciò che era il suono, e qual era il suo significato. Poi si disse di non avere idee stupide; recentemente si era parlato di compiere delle esercitazioni di allarme spaziale anche nel corso della notte… ecco di che cosa si trattava: di un’esercitazione notturna. Nulla di cui preoccuparsi.
Malgrado ciò, Don si alzò in piedi, e cercò a tentoni l’interruttore della luce; ma quando lo trovò, scoprì, con una certa meraviglia, che apparentemente mancava la corrente. Sempre a tentoni, cercò i suoi vestiti, infilò la gamba destra nella gamba sinistra dei pantaloni, e incespicò. Malgrado questo incidente, era già quasi del tutto vestito quando una piccola luce tremolante venne verso di lui. Era Charlie, che in una mano teneva una candela, e nell’altra il suo coltello da macellaio preferito, quello che il cinese usava sia per lavoro che per scopi sociali.
Il ciclico lamento delle sirene continuava.
«Che cos’è, Charlie?» domandò Don. «Lei pensa che si tratti veramente di un attacco?»
«È più probabile che qualche stupido si sia addormentato sul pulsante.»
«Può darsi. Sa cosa le dico?… io vado in centro, e cerco di sapere cosa sta accadendo.»
«Faresti meglio a restare qui.»
«Non starò via per molto.»
Andandosene, fu costretto ad aprirsi la strada attraverso una folla di vieni-sopra, che belavano tutti, terrorizzati, e cercavano di entrare tutti dentro, per stare vicini al loro amico Charlie. Riuscì finalmente a passare, e a tentoni raggiunse la strada, scortato molto da vicino da due vieni-sopra che parevano desiderare di arrampicarsi sulle sue tasche.
Le notti di Venere fanno sembrare le notti più buie della Terra dei crepuscoli chiari di primavera. Apparentemente, la corrente mancava in tutta la città; fino a quando non entrò in Strada Buchanan, Don avrebbe dovuto contare le sue dita toccandosele, perché era impossibile distinguere qualsiasi particolare. Lungo Strada Buchanan c’era qualche tremolio di luce, qua e là, e una finestra o due erano illuminate fievolmente dall’interno. Candele e accendisigari. Lontano, in fondo alla strada, c’era qualcuno con una torcia elettrica in mano; Don cercò di abituare gli occhi a quella penombra, e guardò intorno.
Le strade erano affollate. Nel buio, continuò a urtare delle persone, e a udire dei frammenti di discorsi.
«…completamente distrutte.»
«È un’esercitazione normale; io sono un avvistatore spaziale; lo so.»
«Perché togliere la corrente? Le loro sonde possono raccogliere le radiazioni della pila atomica, in ogni caso.»
«Ehi… togliti dai miei piedi!»
Lungo la strada, in un punto che non avrebbe saputo precisare, Don perse la sua scorta. Senza dubbio, i due gregari avevano scoperto qualcuno più caldo di lui, da ricoprire di affetto.
Si fermò dove la folla era più fitta, intorno all’ufficio del TIMES di Nuova Londra. C’erano delle luci di emergenza, all’interno, grazie alle quali era possibile leggere i bollettini speciali che venivano affissi alla finestra. Il primo era: Bollettino straordinario (non ufficiale). Incrociatore Adonis riferisce che incrociatore Valchiria è esploso 00.30 stanotte. Causa esplosione non menzionata. Autorità locali smentiscono possibilità di attacco, suggeriscono possibilità di sabotaggio. Si attendono ulteriori rapporti da ufficiale comandante Adonis.