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«Ehi, qui c’è la colazione!» Si rivolse all’altro. «Joe, sta attento che non arrivi il tenente.» Poi guardò di nuovo il Vecchio Charlie. «Ehi, tu, amico… preparaci una dozzina di uova. E cerca di sbrigarti… dobbiamo bruciare immediatamente questo posto.»

Don rimase come paralizzato, e stordito; e non riuscì a pensare a nulla da dire o da fare. Un fucile Reynolds non permette di discutere. Charlie parve dello stesso parere, perché si voltò verso la cucina, come per obbedire.

Poi si voltò di nuovo verso il soldato, e in mano teneva il suo coltello da cucina. Don non riuscì quasi a seguire quel che accadde poi… un lampo di acciaio azzurrino nell’aria, un suono molle, da macellaio, e poi il coltello era già affondato fin quasi al manico nel petto del soldato.

Egli non lanciò alcun grido; parve soltanto moderatamente sorpreso, poi si inginocchiò, lentamente, dove si trovava, con le mani che stringevano ancora il fucile. Quando le sue ginocchia toccarono il pavimento, la testa si piegò in avanti, e il fucile gli sfuggì dalle dita.

Mentre questo accadeva, l’altro soldato era in piedi, immobile, tenendo spianato il proprio fucile. Quando il suo superiore lasciò cadere il fucile, egli reagì, come se quello fosse stato un segnale; sollevò il proprio fucile, e sparò a Charlie, direttamente in viso. Poi si girò, e puntò il suo fucile contro Don. Don si ritrovò a fissare la nera cavità del proiettore.

CAPITOLO XI

C’È LA TERRA CHE ATTENDE

Rimasero così, l’uno di fronte all’altro, immobili, per lo spazio di tre battiti del cuore… e poi il soldato abbassò la sua arma di qualche millimetro, e disse, raucamente:

«Fuori! Svelto!»

Don guardò il fucile; il soldato fece un gesto con la sua arma. Don uscì. Aveva il cuore gonfio e tumultuoso; avrebbe voluto, con tutte le sue forze, uccidere quel soldato che aveva ucciso il Vecchio Charlie. Per lui non voleva dir niente che il suo padrone fosse stato ucciso in stretta osservanza degli usi di guerra. Don non era in condizioni di spirito tali da permettere una valutazione degli atti legali o illegali. Ma era nudo, contro un’arma che non ammetteva discussioni; perciò obbedì all’ordine. Mentre usciva, il soldato cominciò a usare il fucile Reynolds; Don udì il sibilo, quando il raggio termico colpì il legno secco.

Il soldato appiccò fuoco all’edificio senza risparmiare energia; il ristorante parve quasi esplodere. Quando Don uscì dalla porta, il fuoco stava già divampando in una dozzina di punti diversi. Il soldato uscì di corsa, dietro di lui, e lo pungolò con il proiettore ancora caldo, appoggiandolo per un breve istante alla schiena del giovane.

«Muoviti! In cima alla strada.» Don si mise a correre, attraversò il vicolo e si trovò in Strada Buchanan.

La strada era piena di gente, e dei soldati in uniforme verde stavano guidando quella folla verso il centro, come dei pastori avrebbero guidato una mandria sbandata. Molti edifici stavano bruciando, su entrambi i lati della strada; gli invasori stavano distruggendo l’intera città, ma davano agli abitanti la possibilità di sfuggire all’olocausto. Particella di una folla senza volto, granello di polvere nella spiaggia, Don scoprì di venire trascinato da quella corrente, e poi di essere costretto a entrare in un vicolo secondario che non stava ancora bruciando. Dopo qualche tempo, ebbero oltrepassato i limiti della città, ma la strada continuava; Don non era mai uscito dalla città in quella direzione, ma aveva appreso, dopo pochi minuti, dalle parole di coloro che lo circondavano, dove essi erano diretti… al Promontorio Est.

E verso il campo di concentramento che il nuovo governo aveva usato per i nemici stranieri. Quasi tutti i componenti della folla parevano troppo storditi per farci caso. Vicino a Don una donna stava urlando, con la voce che si alzava e si abbassava, come quella di una sirena d’allarme. Don non riuscì a vedere di chi si trattava.

Il campo di concentramento era gremito, dieci volte almeno al di sopra della sua capienza. Gli alloggi del campo non permettevano neppure di stare in piedi; tutti i posti erano occupati. E anche all’aperto i coloni dovevano stare gomito a gomito. Le guardie si limitarono a spingerli all’interno del reticolato, e poi a ignorarli del tutto; gli storditi coloni restarono dov’erano, o vagarono intorno con aria assente, mentre le soffici ceneri grige di quelle che erano state le loro case erano come una pioggia che scendeva sui loro visi, portata dall’umido vento e dalle nebbie dense.

Don aveva ritrovato l’autocontrollo, durante la marcia di trasferimento dalla città al campo di concentramento. Quando fu all’interno, tentò per prima cosa di trovare Isobel Costello. Girò avanti e indietro per il campo, attraversò la folla, cercando, domandando, scrutando i volti. Più di una volta pensò di averla trovata, e poi venne deluso… e non riuscì neppure a trovare il padre della ragazza. Parlò con diverse persone che credevano di averla vista; ma ogni volta l’indizio offerto non riuscì a portarlo da lei. Cominciò ad avere degli incubi a occhi aperti, incubi nei quali la sua giovane, impetuosa amica era morta nel fuoco, o giaceva in un vicolo, con un foro nella fronte.

Fu fermato, nella sua ricerca ormai stanca, da una voce metallica che ruggiva nell’aria, scaturiva dal nulla, apparentemente, e raggiungeva ogni angolo del campo, attraverso il sistema interno di altoparlanti.

«Attenzione!» rimbombò la voce severa e carica d’autorità, attraverso gli altoparlanti. «Silenzio! Attenzione agli ordini… sono il colonnello Vanistart delle Forze di Pace della Federazione, e parlo a nome del Governatore Militare di Venere. È stata concessa amnistia con condizionale a tutti i coloni, a eccezione di coloro che hanno occupato posizioni ufficiali nel governo ribelle, e degli ufficiali superiori dell’esercito ribelle. Sarete rilasciati, non appena la vostra identità sarà stata accertata. Il codice delle leggi in vigore prima della rivolta viene da questo momento ripristinato, soggetto comunque alle nuove leggi che potranno essere promulgate a discrezione del governatore militare. Attenzione: ora vi darò lettura della Legge di Emergenza Numero Uno! Le città di Nuova Londra, Buchanan, e Città CuiCui, sono abolite e dichiarate illegali. Da questo momento, non sarà permessa alcuna comunità composta di una popolazione superiore alle mille unità. Non più di dieci persone potranno radunarsi senza preventiva autorizzazione del prevosto locale. È proibita la formazione di bande armate, o di qualsiasi organizzazione di tipo paramilitare, e nessun colono potrà possedere armi a energia; coloro che venissero trovati in possesso di tali armi, e comunque coloro che violassero la prima legge di emergenza, saranno passibili della pena di morte, senza processo.»

La voce fece una pausa. Don udì qualcuno dire, alle sue spalle:

«Ma cosa si aspettano che facciamo, ora? Non abbiamo alcun luogo in cui andare, non sappiamo più dove vivere…»

Fu data immediata risposta a quella domanda rettorica. La ferrea voce proseguì:

«Nessuna assistenza verrà fornita ai ribelli dispersi da parte della Federazione. I soccorsi ai profughi dovranno essere forniti dai coloni che non sono stati espropriati. Quando sarete stati liberati, vi consigliamo di disperdervi nelle campagne limitrofe, e chiedere temporaneo asilo ai contadini, ai proprietari delle fattorie, e ai villaggi più piccoli.»

Una voce amara disse:

«Ecco la risposta che volevi, Clara… a loro non importa un accidente, se noi riusciamo a sopravvivere o no. Forse ci preferiscono morti.»

La prima voce rispose:

«Ma come possiamo andarcene? Non possediamo neppure una gondola.»

«A nuoto, immagino. O camminando sull’acqua.»

Diversi soldati entrarono nel recinto, e condussero i prigionieri ai cancelli, in gruppi di cinquanta unità, selezionandoli come mandriani selezionano il bestiame. Don si era spinto verso il cancello, nella speranza di trovare Isobel durante le operazioni di controllo, e venne scelto, contro la sua volontà, nel secondo gruppo. Quando gli fu chiesto di presentare la sua carta d’identità, lo fece, e immediatamente si trovò di fronte a un ostacolo; il suo nome non figurava nei registri della città. Spiegò all’ispettore che era arrivato su Venere, durante l’ultimo viaggio del Nautilus.