Don fu condotto fuori della garitta di guardia, e fu fatto entrare in un recinto circondato da filo metallico, usato per ricevere i prigionieri. Il recinto era largo circa dieci metri, e lungo trenta; uno dei suoi lati era comune con la barriera di filo spinato, percorso da elettricità, che circondava l’intero campo di concentramento, il lato opposto lo tagliava fuori dal mondo libero. L’unico accesso era attraverso la garitta di guardia.
C’erano decine di prigionieri, nel recinto, quasi tutti dei civili, benché Don vedesse un certo numero di donne, e un buon numero di ufficiali della Media Guardia e delle Forze di Superficie… ancora in uniforme, ma disarmati.
Immediatamente, Don passò in rassegna i volti delle donne, scrutandoli uno dopo l’altro, speranzoso; ma nessuna di loro era Isobel. Non si era aspettato di trovarla in quel luogo, eppure il non trovarla lo riempì di delusione. Il tempo ormai si faceva breve, per lui; ogni secondo scandiva l’avvicinarsi della sua condanna. Si rese conto, con un’ondata crescente di panico, che probabilmente sarebbero passati ancora pochi minuti, prima che lui venisse portato via, legato e disteso su un lettuccio operatorio, mentre qualcuno gli avrebbe iniettato nelle vene una droga potente… che lo avrebbe trasformato in un bambino balbettante, incapace di resistere all’interrogatorio, anzi, ansioso di parlare, di rispondere a ogni parola. Lui non era stato mai sottoposto a interrogatori con uso di narcotici, ma conosceva fin troppo bene quali sarebbero stati gli effetti della droga. Dai suoi effetti era impossibile proteggersi… neppure un profondo comando post-ipnotico, impiantato solidamente nel suo cervello, come un blocco stabile, avrebbe potuto reggere, nelle mani di un operatore capace.
E qualcosa gli diceva che Bankfield doveva essere uno degli operatori più capaci che esistessero.
Camminò fino all’estremità opposta del recinto, senza alcun motivo reale per farlo, seguendo lo stesso meccanismo psicologico che fa indietreggiare un animale, fino al lato più lontano della gabbia. E si fermò in quel punto, guardando in alto, verso la sommità del recinto, che si trovava a diversi metri di altezza, sopra il suo capo. Il filo spinato era forte e fittissimo, praticamente a prova di qualsiasi tentativo di assalto umano… solo un drago avrebbe forse potuto sfondarlo. Un uomo, però, avrebbe potuto aggrapparsi al reticolato… trovare dei supporti a sufficienza, sia pure ferendosi le mani… il reticolato non era uniforme, e le punte più aguzze si trovavano verso la base. Il reticolato poteva essere scalato. Però, al di sopra della rete metallica, c’erano tre strati di semplice filo; a ogni tre metri, sullo strato più basso, c’era una targhetta rossa… con un teschio e le ossa incrociate, e le parole ALTA TENSIONE.
Don si voltò indietro. L’onnipresente nebbia, rinforzata dal fumo che veniva in pesanti volute dalla città in fiamme, nascondeva quasi la garitta di guardia. Il vento aveva cambiato direzione, e il fumo si stava facendo più denso; Don fu sicuro che nessuno potesse vederlo, all’infuori degli altri prigionieri del recinto.
Tentò di scalare il reticolato, scoprì che le sue scarpe non riuscivano a entrare nelle maglie della rete metallica; allora si tolse le scarpe, e tentò di nuovo.
«Non farlo!» di’sse una voce, alle sue spalle.
Don si voltò. Un maggiore delle Forze di Superficie, senza cappello e con una manica strappata e insanguinata, era in piedi alle sue spalle.
«Non tentare di farlo,» disse il maggiore, in tono ragionevole. «Ti ucciderebbe subito. Lo so; sono stato il supervisore dell’installazione.»
Don si calò al suolo.
«Non c’è alcun modo per togliere la corrente?»
«Certamente… dall’esterno.» L’ufficiale fece un amaro sorriso «A questo ho pensato io stesso. Un interruttore nella garitta di guardia, racchiuso in un contenitore ermetico… e un altro, nella centrale di alimentazione della città, nel quadro di controllo principale. Ma da nessun’altra parte.» A questo punto, s’interrruppe, e tossì. «Scusa… è il fumo.»
Don guardò in direzione della città in fiamme.
«La centrale di distribuzione, in città, e il suo quadro di comando,» disse, sommessamente. «Mi sto domandando se…»
«Eh?» Il maggiore seguì il suo sguardo. «Non so… non saprei dire. La centrale è a prova d’incendio.»
Una voce, alle loro spalle, gridò, nella nebbia:
«Harvey! Donald J. Harvey! Presentarsi alla porta!»
Don si arrampicò in fretta sul reticolato, senza curarsi delle piccole ferite prodotte dagli aculei.
Ebbe un momento di esitazione, un attimo prima di toccare il più basso dei tre strati di filo, e lo sfiorò con il palmo della mano. Non accadde nulla… e allora Don scavalcò il reticolato, e cadde, gettandosi dall’altra parte. Cadde male, facendosi male a un polso, ma si rialzò subito in piedi, e si mise a correre, disperatamente.
Si udirono delle grida, alle sue spalle; senza fermarsi, si arrischiò a guardare indietro. Nel momento in cui guardava, udì il sibilo di un proiettore a raggi. La figura in alto, sulla barriera, sobbalzò e si contrasse, come una mosca toccata da una lingua di fuoco.
La figura sollevò il capo. Don udì la voce del maggiore gridare, con uno squillante, trionfante tono baritonale:
«Venere e Libertà!»
Il maggiore ricadde all’interno del recinto.
CAPITOLO XII
DESERTO UMIDO
Don continuò a correre, senza sapere dove stava andando, senza curarsi di saperlo, purché fosse una direzione opposta a quella del campo di concentramento. Udì di nuovo un rabbioso, mortale sibilo; girò a sinistra, e corse ancora più forte, poi girò di nuovo, sfiorando una macchia di piante di palude. E continuò a correre, chiamando a raccolta tutte le sue forze, ricorrendo anche all’ultima stilla di energia, con il respiro che gli ardeva in gola come un torrente umido e infuocato… poi si fermò bruscamente, con un ultimo sussulto, sulla terraferma, di fronte all’acqua.
Rimase immobile per un momento, guardando e ascoltando. Non c’era niente da vedere, all’infuori della fitta nebbia grigiastra, non c’era niente da udire, all’infuori del pulsare del suo cuore affaticato. No, non era vero, questo… qualcuno stava gridando in lontananza, ed egli udì i suoni di piedi calzati da pesanti stivali, che attraversavano gli arbusti e le piante venusiane, producendo una serie di secchi crepitii. Il rumore pareva giungere dalla sua destra; Don girò a sinistra, e corse lungo il bordo dell’acqua, cercando di scorgere, nella nebbia, il profilo di una gondola, di un ‘coccodrillo’, di una zattera, qualsiasi cosa che fosse stata in grado di galleggiare.
La banchina descriveva una curva a sinistra, piegando verso l’interno; seguì il contorno, poi si fermò, quando si accorse che lo stava conducendo alla stretta lingua di terraferma che univa l’Isola Centrale al Promontorio Est. Era più che certo, pensò, che ci fosse un corpo di guardia, o un posto di blocco, nel punto più stretto del promontorio; gli pareva di ricordare di avere visto una postazione federale in quel punto, quando lui e gli altri erano stati condotti, come un gregge al macello, dalla città al campo di concentramento.
Don ascoltò… sì, lo stavano ancora inseguendo… e gli coprivano la ritirata sul fianco. Non c’era niente, di fronte a lui, all’infuori della riva che si assottigliava, descrivendo la sua curva sempre più esigua, conducendolo irrevocabilmente a una cattura certa.
Per un momento, il suo viso fu sconvolto da una tremenda sofferenza, da una rabbiosa agonia di frustrazione, poi i suoi lineamenti riacquistarono serenità, e nello stesso momento, presa una decisione, Don oltrepassò la riva, immerse i piedi, decisamente, nell’acqua, e cominciò a camminare, allontanandosi dalla terraferma.
Don sapeva nuotare, e sotto questo aspetto differiva dalla maggior parte dei coloni di Venere. Su Venere nessuno ha mai occasione di nuotare; non ci sono acque adatte a farlo. Venere non ha una Luna che possa regolare il corso delle maree; e le maree solari perturbano solo in misura irrilevante le acque eternamente stagnanti e limacciose dell’umido pianeta. Le acque non si gelano mai, non si avvicinano mai alla temperatura critica di 4° che fa «ventilare» e muovere i laghi, i corsi d’acqua e gli stagni della Terra. Il pianeta è praticamente immune da variazioni climatiche, nel senso terrestre della parola, di cicloni, di uragani, di altre violente manifestazioni meteorologiche. Le sue acque giacciono placide sulla superficie… e sotto il loro ciglio accumulano fango e detriti, anno dopo anno, generazione dopo generazione, eone dopo eone.