Gli acquitrini di Venere, deserto umido e insidioso e mortale, giacciono immutabili sotto un cielo sempre nebbioso, tra grige nebbie perenni, stagnanti e limacciose e infide, dall’inizio del tempo, senza conoscere il movimento delle onde, o lo scintillio dei raggi del sole, o la cristallina trasparenza dei grandi ghiacci d’inverno.
Don camminò con decisione, in linea retta, sforzandosi di non pensare alla fanghiglia nera, putrida e sulfurea nella quale si stava addentrando. L’acqua era poco profonda; a cinquanta metri e più di distanza, quando il contorno della riva era indistinto, celato dalla nebbia, era sempre immerso fino alle ginocchia. Si voltò a guardare la parete di nebbia, e decise di spingersi ancor più al largo; se lui non poteva vedere la linea costiera, dalla linea costiera loro non avrebbero potuto vederlo. Si ricordò che era necessario conservare l’orientamento, per non compiere un giro vizioso, e ritornare là dove era iniziata la sua camminata.
Dopotutto, la dura scuola della fattoria era stata opportuna; in quel momento, Don ringraziò i giorni che aveva passato là.
Dopo qualche tempo, il fondo s’inabissò bruscamente, di più di trenta centimetri; facendo un passo, Don scese da quel gradino naturale nella fanghiglia, perse l’equilibrio, e cadde completamente nell’acqua, spalancando le braccia; si riprese, e s’issò nuovamente nel punto in cui il fondo era più basso, congratulandosi per essere riuscito a evitare d’immergere il viso, e soprattutto gli occhi, nella limacciosa, pericolosa acqua del pianeta.
Udì un grido, e quasi immediatamente il rumore che in genere l’acqua produce toccando un forno rovente, enormemente amplificato. A tre metri di distanza, una nube di vapore si sollevò dalla superficie dell’acqua, levandosi in lente, maestose volute nella fitta nebbia. Don tremò, e avrebbe voluto tuffarsi, o nascondersi, ma non c’era modo di nascondersi. Le grida ripresero, e attraverso l’acqua i suoni furono portati distintamente fino a lui, soffocati dalla nebbia, ma sempre comprensibili.
«Da questa parte! Da questa parte! È andato nell’acqua!»
Ancor più lontana, udì la risposta.
«Veniamo!»
Don avanzò con maggiore prudenza, mosse il piede intorno, sentì il punto in cui il fondo si inabissava, provò a discendere da quel gradino naturale, e scoprì che gli era possibile stare in piedi… l’acqua gli arrivava appena sotto le ascelle, ma non di più.
Stava avanzando lentamente, cercando di evitare ogni rumore, e facendo attenzione al suo equilibrio precario, quando udì il suono sibilante del raggio vicino a lui.
Il soldato che si trovava sulla riva aveva immaginazione; invece di sparare a casaccio, come la prima volta, nella nebbia che rendeva indistinti i contorni, e dava continue impressioni di luci e ombre, rendendo praticamente impossibile distinguere il fuggiasco, l’uomo stava prendendo di mira, a ventaglio, la superficie piatta dell’acqua, facendo del suo meglio per mantenere il raggio orizzontale, e muovendolo come lo spruzzo di una pompa. Don si acquattò, fino a quando solo il suo viso fu sopra il pelo dell’acqua.
Il raggio passò soltanto a pochi centimetri dalla sua testa; lo sentì passare, e sentì distintamente l’acre odore di ozono.
Il sibilo s’interruppe bruscamente, seguito da una serie d’imprecazioni antiche come la storia di tutti gli eserciti della terra.
«Ma, sergente…» protestò qualcuno.
«Te lo darò io il sergente! Vivo… hai capito? Hai sentito gli ordini. Se lo hai ucciso, ti farò a pezzi con un coltello arrugginito. No, anzi, non farò niente di simile; ti consegnerò nelle mani del signor Bankfield. Pezzo d’idiota che non sei altro!»
«Ma, sergente, lui stava scappando in acqua; dovevo fermarlo.»
«‘Ma sergente’! ‘Ma sergente’!… non sai dire altro! Procurati una barca! Procurati un pezzo di legno! Trova un motoscafo biposto! Chiama la base, e chiedi se ti possono mandare un elicottero!»
«E dove mi procuro una barca?»
«Trovala! Lui non può fuggire. Lo troveremo… o lui o il suo cadavere. Se troveremo il suo cadavere, farai meglio a tagliarti la gola!»
Don ascoltò, poi riprese a muoversi silenziosamente in avanti… o, per lo meno, in direzione opposta a quella dalla quale parevano giungere le voci. Non era più in grado di distinguere le direzioni esatte; non c’era nulla, all’infuori della nera superficie delle acque, e un orizzonte di nebbia. Per qualche tempo il fondo continuò a essere abbastanza livellato, poi si accorse che stava di nuovo inabissandosi. Fu costretto a fermarsi, perché non gli era più possibile tenere la testa fuori dell’acqua.
Rifletté sulla situazione, cercando di non lasciarsi prendere dal panico. Era ancora vicino a Isola Centrale, separato dalla spiaggia solamente da una coltre di nebbia. Non c’era alcun dubbio sul fatto che una ricerca condotta con mezzi appropriati… apparecchi a infrarossi, per esempio, o congegni derivati dal radar, ma più maneggevoli… lo avrebbe fatto scoprire, come uno scarafaggio su un telo bianco. Si trattava semplicemente di attendere che le apparecchiature adatte venissero portate; e poi…
Doveva arrendersi ora, per uscire da quella fanghiglia velenosa finché era in tempo? La certezza della sua imminente cattura rendeva l’idea vagamente consigliabile. Sì, arrendersi… e tornare al campo di concentramento, per dire a Bankfield di cercare Isobel Costello, se voleva trovare l’anello? Si lasciò affondare nell’acqua, spingendosi avanti, e cominciò a nuotare, cercando disperatamente di tenere il viso fuori dell’acqua immobile e limacciosa dal pesante sentore di zolfo.
Quel modo di nuotare non era certamente il suo forte, perché nelle esercitazioni spesso aveva difettato in stile e in costanza; e lo sforzo di tenere il capo fuori dell’acqua serviva soltanto a peggiorare la situazione. Il collo cominciò a fargli male; i muscoli erano tesi come corde, indolenziti; dopo qualche tempo, il dolore si propagò ai muscoli della spalla, e alla schiena. Dopo un tempo indefinito, e un indefinito numero di bracciate, e un’indefinita quantità d’acqua stagnante e limacciosa percorsa nuotando a rana, cominciò a sentire male in ogni parte del corpo, anche nei muscoli del viso, anche negli occhi… eppure, per quel che lui poteva distinguere, avrebbe potuto anche nuotare in una vasca da bagno, una vasca dalle grige pareti di nebbia. Non gli sembrava possibile che nell’arcipelago che componeva la Provincia di Buchanan una persona potesse nuotare così a lungo senza imbattersi in qualcosa… un promontorio sabbioso, una barriera di fango, un isolotto di melma.
Smise di nuotare, limitandosi a galleggiare nell’acqua, muovendo appena le gambe intorpidite e agitando lievemente le mani. Gli parve di udire il rumore di una barca a motore, ma non poté esserne sicuro. In quel momento, non gli importava più nulla; la cattura sarebbe stata un sollievo, per lui, purché lo sottraesse a quell’inferno limaccioso, nero e grigio e impenetrabile, umido e sulfureo ed estenuante. Ma il suono, o l’eco di suono lontano, smorì in lontananza, ed egli si ritrovò nel deserto umido, grigio e informe.
Curvò la schiena, per riprendere a nuotare, e il suo piede toccò il fondo. Maldestramente, con dita intorpidite, mosse i piedi intorno, cercando una conferma… sì, era il fondo… e stando in piedi, poteva tenere il mento fuori dell’acqua. Rimase immobile per qualche secondo, per riposarsi, e poi cercò intorno a sé, alla cieca. Il fondo scendeva da una parte, pareva uniforme, o pareva addirittura sollevarsi, nell’altra direzione.