Ben presto, le sue spalle riemersero, mentre lui continuava a tenere i piedi sul fondo viscido e fangoso. Cercando la strada a tentoni, come un cieco, con gli occhi inutilizzabili, se non per trovare un equilibrio, sondò i contorni del fondo, trovando delle sporgenze che s’innalzavano, per poi essere costretto a indietreggiare, quando il fondo s’inabissava di nuovo, ai lati di quella gibbosità naturale.
Era già uscito dall’acqua fino alla cintura, quando i suoi occhi scorsero una venatura più scura nella nebbia; andò in quella direzione, si ritrovò immerso fino al collo nell’acqua nera. Poi il fondo s’innalzò rapidamente; pochi istanti più tardi, finalmente, Don s’issò sulla terra asciutta.
Neppure in quel momento egli ebbe il coraggio di fermarsi subito; si spostò di qualche metro verso l’interno, e pose tra lui e l’acqua una macchia folta di alberi Chika. Protetto così da un solido schermo naturale dalle operazioni di ricerca condotte da imbarcazioni, Don trovò finalmente la calma necessaria per esaminare le proprie condizioni. Aggrappate alle sue gambe c’erano almeno dodici sanguisughe del fango, ciascuna delle quali era grossa come il pugno di un bambino. Con enorme ripugnanza, egli spazzò via le ignobili creature con il dorso della mano, poi si tolse i calzoni corti e la camicia, e trovò molti altri parassiti, che eliminò subito. Si disse che era stato incredibilmente fortunato a non fare incontri assai peggiori… i draghi erano il prodotto di una diversa linea evolutiva, ed esistevano su Venere molti loro cugini, che avevano la stessa parentela che i gorilla avevano con gli esseri umani sulla Terra. Molte di queste creature sono anfibie… e questo è uno dei motivi per cui i coloni umani di Venere non nuotavano mai.
Con riluttanza, Don indossò di nuovo i suoi indumenti luridi e bagnati, sedette a terra, appoggiando la schiena al tronco di un albero, e riposò un poco. Stava ancora riposando, quando udì di nuovo il rumore di un’imbarcazione a motore; questa volta non c’era ombra di dubbio, era impossibile confondersi. Rimase immobile dov’era, come raggelato, protetto solamente dagli alberi, pregando, tra sé, che quello schermo naturale fosse stato sufficiente, e che gli inseguitori se ne andassero.
Il suono si avvicinò alla riva, e proseguì lentamente alla sua destra; l’imbarcazione stava incrociando nelle acque poco profonde. Don cominciava a sentirsi sollevato, quando le turbine si fermarono, d’un tratto. Nel silenzio, poté udire delle voci.
«Dovremo esplorare questo scoglio di fango. Va bene, Curry… tu e Joe.»
«Che aspetto ha questo individuo, caporale?»
«Be’, ti dirò che il capitano non è stato preciso. Comunque, si tratta di un giovane, avrà circa la tua età. Per semplificare le cose, tu arresta tutto quello che vedi camminare. Non è armato.»
«Vorrei essere ancora a Birmingham.»
«Muoviti.»
Anche Don si mosse… nella direzione opposta, il più rapidamente e silenziosamente possibile. L’isola era coperta di vegetazione… Don sperò che fosse anche vasta, come la fitta vegetazione lasciava supporre. Quello che stava per condurre era un gioco precario nel quale lui era il ladro e i soldati erano le guardie, nel quale lui doveva nascondersi, e per farlo doveva usare tutte le tattiche che ricordava, o che riusciva a escogitare sul momento. Aveva percorso circa cento metri, quando un movimento davanti a lui, in alto, lo fece raggelare di terrore, e accelerò spaventosamente i battiti del suo cuore; si rese conto in quel momento, con una fitta di disperazione, che la squadra dell’imbarcazione poteva aver fatto sbarcare due gruppi di ricerca, in due punti diversi dell’isola.
Il suo panico cessò, quando egli scoprì di trovarsi di fronte non a degli esseri umani, ma a dei gregari. Anche i gregari lo scoprirono, e gli vennero incontro danzando, belando vigorosamente il loro benvenuto, e affollandosi intorno a lui.
«Zitti!» mormorò raucamente Don. «Mi farete prendere!»
I vieni-sopra non prestarono alcuna attenzione a queste parole; loro avevano soltanto voglia di giocare. Don cercò di ignorarli, e comunque di non incoraggiarli, e ricominciò a camminare, accompagnato molto da vicino dall’intero gruppo… almeno cinque gregari. Si stava ancora chiedendo in quale modo avrebbe potuto evitare di essere amato fino alla morte… o per lo meno, fino alla prigionia… quando insieme sbucarono nella radura.
E là c’era tutto il resto del branco, più di duecento capi, dai cuccioli che si strofinavano amorevolmente contro le sue ginocchia, fino al vecchio patriarca dalla barba grigia, dallo stomaco prominente, e alto fin quasi alla spalla di Don. Tutti manifestarono al di là di ogni dubbio che l’ospite era il benvenuto, e che desideravano averlo con loro per un poco.
Una cosa che l’aveva preoccupato veniva adesso chiarita… lui non aveva descritto un circolo, durante la lunga nuotata, e non era ritornato su Isola Centrale. I soli vieni-sopra che vivevano su Isola Centrale erano dei mendicanti semiaddomesticati, sempre pronti a frugare tra i rifiuti e a prendere un boccone qua e là, come quelli che avevano stazionato nei paraggi del ristorante; non esistevano interi branchi.
Improvvisamente, gli venne un’idea; era pazzesca, forse anche ridicola, ma esisteva una possibilità… vaga, remota, eppure valida… di trasformare l’onnipresente, eterna affettuosità dei bipedi in un vantaggio, invece che in una trappola mortale. Di una cosa era certo: quelle creature non l’avrebbero lasciato andare. Se avesse abbandonato il branco, alcuni lo avrebbero certamente seguito, belando e sbuffando e praticamente annunciando la sua presenza, come se lui fosse andato in giro per Venere preceduto da una banda musicale. D’altro canto…
A volte le idee più pazze sono le più geniali. In quel momento, Don se ne rese conto, sia pure confusamente. Rendersene conto e agire di conseguenza fu questione di un attimo.
Con passo deciso, penetrò nella radura, dirigendosi verso il centro, scostando a forza di gomiti la fiumana dei suoi nuovi amici, che volevano festeggiarlo calorosamente tutti insieme nello stesso momento. Si spinse nel bel mezzo del branco, e a questo punto sedette sul terreno umido.
Tre gregari più piccoli gli salirono immediatamente sulle ginocchia. Li lasciò stare dov’erano. Gli adulti, e i cuccioli, si assieparono intorno a lui, belando e ronfando e cercando di annusargli la testa. Li lasciò fare… ormai era circondato da una solida parete di carne. Così clamorosamente incoraggiati, i vieni-sopra tennero meravigliosamente fede al loro soprannome.
Di quando in quando, un adulto veniva scostato dagli altri, e tornava più indietro, ad aspettare il suo turno; ma c’erano sempre gregari a sufficienza per sbarrargli qualsiasi visione di ciò che lo circondava.
Dopo un periodo considerevole, udì levarsi una serie di belati ancor più eccitati dalle frange del branco che lo circondava. Per un momento, pensò che la sua guardia personale sarebbe stata distolta da lui, sedotta dalla nuova causa di eccitazione; ma gli occupanti del circolo interno preferirono conservare i loro posti privilegiati; la parete tenne.
Don udì di nuovo delle voci umane.
«Per l’amor del cielo… è un branco al completo di quelle stupide bestie!» E poi: «Ehi! Vai giù! Piantala di leccarmi la faccia!»
La voce di Curly replicò:
«Credo che si sia innamorato di te, Joe. Amore a prima vista. Senti… Rompi ha detto di arrestare tutto quello che cammina; che ne diresti di portargli questo?»
«Piantala!» Si udirono dei rumori accentuati, poi più acuti, e infine il belato di un vieni-sopra, sorpreso e ferito nei suoi migliori sentimenti.