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Cambiavano in maniera evidente. Louis riusciva a seguire il percorso della linea che si spostava lungo la curvatura della sfera. Era una cosa insolita e snervante. Alle normali velocità a iperpropulsione le linee sarebbero rimaste immobili per ore intere.

Louis allungò la mano sinistra sull’interruttore del panico.

La scanalatura del ristorante automatico, alla sua destra, gli servì un caffè dal gusto strano, e a parte, uno spuntino con pane, carne e formaggio. La programmazione della cucina automatica doveva essere in ritardo di centinaia di anni. Le linee radiali dell’indicatore di massa si allargarono e di spostarono velocemente come la lancetta dei minuti in un orologio, per poi restringersi fino a scomparire. Una confusa linea azzurra si formò in fondo alla sfera, allungandosi sempre più… Louis fece scattare l’interruttore del panico.

Una stella, una sconosciuta gigante rossa, fiammeggiò sotto i suoi piedi.

— Troppo presto — si stizzì Louis. — Troppo presto, maledetta! — Sulle navi normali si doveva controllare l’indicatore di massa soltanto ogni sei ore. Sulla Long Shot tutto avveniva in un batter d’occhio.

Louis gettò un’occhiata sul disco rosso, brillante ma un po’ offuscato sul fondo stellato.

— Accidenti! Sono di nuovo uscito dallo spazio conosciuto!

Fece di nuovo virare la nave per vedere le stelle. Un cielo ignoto ondeggiò sotto di lui. — Sono mie, tutte mie! — Louis ridacchiò fregandosi le mani. Nei suoi ritiri Louis Wu sapeva divertirsi da solo.

La gigante rossa riapparve, e Louis manovrò in modo da spostarsi di altri novanta gradi. Aveva avvicinato troppo l’astronave alla stella e adesso era costretto a girarle intorno.

Era sulla sua rotta da un’ora e mezzo.

Dopo tre ore sparì di nuovo. Louis controllò per essere sicuro di trovarsi in uno spazio libero, e chiuse le calotte dei cruscotti. Infine si allungò sul sedile.

— Ah. Mi sento due cipolle bollite al posto degli occhi.

Si liberò dalle cinghie di sicurezza e si lasciò andare, sospeso in aria, flettendo la mano destra. Per tre ore aveva pilotato con la mano stretta sulla leva dell’iperguida. Aveva il braccio intorpidito. Si servì dei piuoli per gli esercizi isometrici. I muscoli intorpiditi si sciolsero. Ma si sentiva ancora stanco.

Doveva svegliare Teela? Sarebbe stato piacevole fare una chiacchierata con lei. Buona idea. La prossima volta che partirò per un ritiro voglio portare una donna in condizione di stasi. Si ottiene il meglio dei due mondi. Però il suo aspetto era quello di un uomo emerso da un cimitero inondato. No, non era adatto alla gentil compagnia. Oh, be’.

Non doveva farla salire a bordo per i suoi interessi personali. Era contento che se ne fosse rimasta di sopra, in quei due giorni. Sembrava la riedizione della storia con Paula Cherenkov, riveduta e corretta da un lieto fine. Forse era meglio così.

C’era ancora qualcosa di poco chiaro nei riguardi di Teela. Non si trattava soltanto della sua giovane età. Louis aveva amici di tutte le età, e qualcuno tra i più giovani era veramente maturo. Certamente soffrivano. Come se la sofferenza fosse parte integrante del processo della conoscenza. Il che era anche probabile.

No, in Teela si notava un’insufficienza di trasporto contemplativo, una incapacità di sentire le sofferenze altrui…

Eppure era capace di intuire il piacere dell’altro e di corrispondergli creando piacere a sua volta. Era un’amante meravigliosa: bella da far male, quasi nuova all’arte dell’amore, sensuale come una gatta e incredibilmente libera da complessi inibitori… Doti che certamente non le davano la qualifica di esploratrice.

Teela aveva avuto una vita vuota e felice. Non si era mai trovata in una situazione veramente difficile, né aveva mai sofferto. Se avessero dovuto affrontare una situazione di emergenza, probabilmente si sarebbe lasciata sopraffare dal panico.

— Ma me la sono presa io per amante — disse tra sé Louis. — Accidenti a Nessus! — Se un giorno Teela si fosse trovata in difficoltà, Nessus l’avrebbe respinta come si fa con gli iettatori!

Era stato un errore portarla. Era una responsabilità che lo costringeva a sprecare troppo tempo per proteggerla invece di difendere se stesso.

Quali situazioni pericolose stavano per affrontare? I burattinai erano buoni affaristi. Non pagavano mai più del dovuto. La Long Shot rappresentava un compenso di valore inaudito. A Louis balenò il triste sospetto che sarebbe stato duro guadagnarsela.

— Basta per oggi — si disse.

E ritornò al suo posto di guida. Fece un sonnellino di un’ora sotto l’azione dell’apparecchio soporifero. Quando si risvegliò, corresse la rotta e puntò di nuovo verso il Punto Cieco.

Le coordinate del burattinaio delimitavano una piccola sezione quadrata. A quella distanza dal Sole circoscrivevano un cubo con i lati lunghi mezzo anno-luce. Forse in un punto di quel cubo viaggiava una flotta di navi. Se gli strumenti non lo avevano ingannato anche Louis Wu e la sua astronave dovevano trovarsi entro quello spazio.

Dietro a lui, in lontananza, un grappolo di stelle si estendeva su una distanza di settanta anni-luce. Lo spazio conosciuto era piccolo e molto lontano.

Niente indicava la presenza della flotta. Non sapeva nemmeno che cosa doveva localizzare. Andò a svegliare Nessus.

Ancorato con i denti a una spalliera per gli esercizi fisici, Nessus fece capolino al di sopra della spalla di Louis. — Ho bisogno di certe stelle come punto di riferimento. Centra quel gigante bianco-verde, e proiettalo sullo schermoscopio…

La cabina di pilotaggio sembrava affollata. Louis si chinò sul quadro degli strumenti per proteggere i pulsanti dagli zoccoli negligenti del burattinaio.

— Spettroanalisi… Sì. Ora il blu e il giallo s’incrociano alle due…

— Ho i miei rilevamenti. Sposta a 348,72.

— Nessus, che cosa stiamo cercando, con esattezza? Le fiamme della fusione? No, voi utilizzate i propellenti.

— Usa lo schermoscopio. Quando lo vedrai, capirai.

Sullo schermoscopio apparve una spruzzata di stelle sconosciute. Louis aumentò l’ingrandimento finché… — Cinque puntini disposti a pentagono regolare. Esatto?

— Ecco la nostra destinazione.

— Bene. Fammi controllare la distanza… Maledizione! Ci deve essere un errore, Nessus. Sono troppo lontane.

Nessun commento.

— Be’, non possono essere navi anche se il distanziometro non funziona. La flotta dei burattinai dovrebbe spostarsi a una velocità di poco inferiore a quella della luce. Si noterebbe lo spostamento.

Cinque stupide stelle in un pentagono di forma regolare. Distanti un quinto di anno-luce e assolutamente invisibili a occhio nudo. Nell’ingrandimento potevano anche essere pianeti a grandezza naturale. Una stella appariva di un azzurro più pallido, un po’ meno vivida delle altre.

Una Rosetta di Kempler. Veramente strano.

Prendete tre o più masse uguali. Situatele sulle punte di un poligono equilatero e date loro un’eguale velocità rispetto al loro centro di massa.

La forma assume un equilibrio stabile. Le orbite delle masse possono essere circolari o ellittiche. Al centro della forma può essere situata un’altra massa; oppure può essere vuoto. Non ha importanza. La forma è stabile. Ma non era facile che cinque masse cadessero per pura combinazione all’interno di una Rosetta di Kempler.

— È pazzesco — mormorò Louis. — È qualcosa di unico. Nessuno ha mai trovato una Rosetta di Kempler… — La fece scomparire dallo schermo.

Lassù, tra le stelle, che cosa poteva illuminare quegli oggetti?

— Ah, no — esclamò Louis Wu. — Non riuscirai mai a farmelo credere. Mi prendi proprio per un idiota?

— Che cosa non vuoi credere?