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Doveva essere stata la prima a filare. Louis voltò a sinistra e proseguì.

Gli stivali delle sette leghe. La città gli passò davanti come in sogno. Fugaci visioni di chicche colorate gli confondevano il cervello. Via libera attraverso la città, con dischi dai diversi colori, a dieci isolati per volta. Dischi per le lunghe distanze che facevano centro miglia per ogni passo. Piste per attraversare gli oceani: ad ogni passo un’isola. Isole come pietre per attraversare un ruscello!

Cabine-transfert aperte. Il progresso dei burattinai era pauroso. Il disco era in uno spiazzo e non si faceva in tempo a salirvi che già si metteva in funzione. Un passo ed ecco già la prossima fermata. Al confronto i marciapiedi mobili facevano una meschina figura.

Louis si trovò fuori dei dischi mobili, sulla riva di un mare nero e tranquillo. Oltre l’orizzonte, quattro lune paffute si levavano, in linea verticale, sullo sfondo delle stelle. A metà strada si stagliava un’isoletta vivamente illuminata. Gli alien lo stavano aspettando.

— E Teela?

— Non so dove sia — rispose Nessus.

— Per i Diavoli Fumanti! Come possiamo rintracciarla?

— Dovrà trovarci lei. Non è il caso di preoccuparsi.

— Si è persa in un mondo straniero. Potrebbe capitarle qualcosa!

— Non su questo mondo, Louis. Non esiste un altro mondo sicuro come il nostro. Quando Teela arriverà sulla riva di questa isola, si accorgerà che i dischi diretti alle isole vicine non funzionano, almeno per lei. Passerà da un disco all’altro lungo tutta la spiaggia finché non pescherà quello giusto.

— Credi di stare parlando di un computer che si è perso? Teela è una ragazza!

Teela piombò improvvisamente vicino a lui. — Salve! Mi ero persa un momento. Che cos’è questa eccitazione?

Speaker fece uno sberleffo a Louis digrignando i denti. Louis, che evitava lo sguardo interrogativo di Teela, si sentì il sangue salire alle gote. Nessus invece si limitò a dire: — Venite con me.

Lo seguirono verso un gruppo di dischi allineati lungo la riva. Salirono su un pentagramma di un colore marrone sporco…

Si ritrovarono su una roccia nuda, fortemente illuminata da tubi di luce solare. Un’isola grande come uno spazioporto privato. Al centro, un’astronave era ritta accanto a un edificio.

— Ecco il nostro veicolo — dichiarò Nessus.

Louis osservò l’astronave e sentì i muscoli rilassarsi per il sollievo. Ne aveva abbastanza dei miracoli. I dischi mobili, la città enorme, i quattro mondi tributari sospesi nel vuoto come zucche colorate: tutte minacce. La nave no. Era uno scafo N. 2 della General Products con l’ala triangolare sulla quale erano situati le unità propellenti e i motori a fusione. Meccanismi familiari che rendevano inutile qualsiasi domanda.

Lo kzin gli dimostrò che aveva torto. — Dal punto di vista di un burattinaio, mi sembra che sia stata disegnata in maniera piuttosto singolare. Nessus, non ti sentiresti più sicuro se questa nave fosse rivestita da uno scafo metallico?

— No. Questa nave ha diverse innovazioni.

La General Products, una compagnia commerciale dei burattinai, aveva venduto manufatti in tutto lo spazio conosciuto, ma aveva fatto fortuna soprattutto con la vendita dei suoi scafi. Ne produceva quattro tipi diversi che andavano da una sfera grande quanto un pallone da pallacanestro fino al tipo di diametro superiore ai quattrocento metri: precisamente lo scafo n. 4, quello della Long Shot. Lo scafo n. 3 era un cilindro ad angoli smussati con la pancia appiattita, lo stesso tipo di nave che li aveva trasportati sul mondo dei burattinai poche ore prima. Lo scafo n. 2 invece era costituito da un cilindro stretto, con una strozzatura nella parte centrale, che si andava affusolando alle due estremità. Di solito, in quel tipo di scafo c’era posto per un unico pilota.

Per quel che Louis riusciva a vedere, all’interno della nave erano installati solamente il sistema di sopravvivenza e il cambio per l’iperpropulsione. Tutto il resto era sistemato sulla grande ala triangolare: un paio di propulsori puntati in basso, due motori a fusione sul davanti, altri motori a fusione, più grandi, sui bordi di uscita dell’ala e un paio di poderose capsule sull’estremità dell’ala. Le capsule dovevano contenere gli apparecchi indicatori e le attrezzature per le comunicazioni.

Mezza nave era sull’ala, esposta ai pericoli che preoccupavano tanto il burattinaio. Perché non usare il n. 3 collocando il tutto all’interno dello scafo?

Il burattinaio li aveva fatti passare sotto l’ala guidandoli verso la poppa affusolata: — Vedete? — disse, — in caso di pericolo, il sistema di sopravvivenza entra in una stasi Slaver. Il tempo non scorre, quando si è all’interno di un campo statico. Nulla può danneggiare i passeggeri. Non siamo tanto pazzi da affidarci solamente alla robustezza dell’involucro. I raggi dei laser a luce visibile possono penetrare anche attraverso uno scafo della General Products, uccidendone i passeggeri. L’anti-materia può disintegrarlo completamente.

— Non lo sapevo.

— Pochi lo sanno.

Louis si allontanò da sotto l’ala, dove Speaker stava ispezionando i motori. — Perché tutti questi motori? — domandò il terrestre.

Lo kzin sbuffò. — Non credo proprio che un umano abbia dimenticato la Lezione Kzinti.

— Ah. — Naturalmente, qualunque burattinaio che avesse studiato la storia kzinti o quella umana sapeva che cosa fosse la Lezione Kzinti. Una guida a non-reazione è un’arma con potenza direttamente proporzionale alla sua efficienza. Qui c’erano propulsori a scopi pacifici e propulsori con possibilità aggressive.

— Adesso ho capito come hai imparato a manovrare i mezzi spaziali con i motori a fusione.

— È naturale, Louis. Mi sono esercitato alla guerra.

— Proprio nell’eventualità di un altro conflitto tra Uomini e Kzin.

— Devo dimostrartele, le mie capacità guerresche, Louis.

— Ne avrai l’occasione — l’interruppe il burattinaio. — I nostri tecnici volevano che questa nave fosse pilotata da uno kzin. Speaker, vuoi ispezionare le leve di controllo?

— Tra un momento. Avrò anche bisogno dei dati di funzionalità, delle documentazioni sui voli di collaudo, eccetera eccetera. L’iperpropulsione è di tipo comune?

— Sì. Ma non sono stati eseguiti voli di collaudo.

Tipico, pensò Louis mentre si dirigevano verso la camera di equilibrio. Si erano limitati a costruire l’oggetto e a lasciarlo lì ad attenderli. Era logico che agissero così. I burattinai non ci pensavano neanche, a collaudarla.

La porta si aprì. Teela era raggiante. — Che bellezza, Louis, come sono contenta di essere venuta! Questa città… è un tale spasso! — Gli afferrò le mani stringendole, con un sorriso muto e rapito. Quel sorriso era un raggio di sole e lui non se la sentì di redarguirla.

— Sì, è stato divertente — disse, e la baciò con impeto. Si avviò alla cabina di controllo tenendole la vita, mentre col pollice le sfiorava la curva dell’anca.

Ne era certo, adesso. Teela Brown non sapeva che cosa voleva dire soffrire. Il primo dolore sarebbe stato una sorpresa sconvolgente, capace di annientarla.

Avrebbe pianto sul corpo inerte di Louis Wu.

Gli dèi non proteggono i folli. I folli sono sempre protetti da altri più pazzi di loro.

Il sistema di sopravvivenza della nave comprendeva tre camere da letto, un soggiorno, una cabina di controllo e una serie di armadietti più la cucina, i rigeneratori, le batterie. Il quadro dei controlli era distribuito alla maniera degli Kzin e le targhette corrispondenti erano scritte in lingua kzinti.

Gli armadietti contenevano una pletora inquietante di attrezzi esplorativi. Ma non c’era nessun oggetto che Louis potesse indicare dicendo: — Quella è un’arma. — Alcuni di essi, tuttavia, potevano essere usati a scopo difensivo. C’erano quattro volocicli, zaini a propulsione e con cintura a spinta catalitica, apparecchi analizzatori per i cibi, fiale di additivi dietetici, cassette di pronto soccorso, dispositivi sensori per l’aria. Qualcuno doveva essere maledettamente convinto che la nave sarebbe riuscita ad atterrare da qualche parte.