— Direi che è un cannone elettromagnetico — rispose Louis, pensieroso. — Serve per il decollo.
— Non credo — disse Nessus. — Secondo me, serve per l’atterraggio.
— Puoi spiegarmi come funziona?
— Posso immaginare che la nave, prima di scendere, si metta a venticinque miglia sopra l’orlo. Non ha bisogno di uniformarsi alla velocità dell’Anello. Ci pensa il cannone elettromagnetico.
— Credo di capire — disse Louis. — Le bobine elettromagnetiche captano la nave, e le impongono la velocità dell’Anello.
— Mi congratulo con i loro ingegneri — commentò Speaker.
Teela sembrava avvilita: — Quante cose sapete, voi.
— Ma no — sorrise Louis. — Facciamo supposizioni.
— Quanta energia consumiamo in questo momento? — chiese Nessus.
— Gli strumenti non registrano niente. Niente macchie radioattive, niente attività elettromagnetiche su larga scala.
— Che cosa suggerisci?
— Può darsi che le attrezzature dello spazioporto siano in funzione. Possiamo verificarlo portandoci all’imbocco dell’acceleratore, ed entrandovi.
Nessus si riappallottolò.
— Non funziona — disse Louis. — Potrebbe esserci un segnale chiave che da l’avvio all’azione, e noi non lo conosciamo. Magari reagisce soltanto a uno scafo metallico. Se tentiamo di passare alla velocità di Ringworld potremmo urtare una delle bobine facendo saltare tutto all’aria.
— Ho pilotato delle navi nelle medesime condizioni.
— Molto tempo fa?
— Troppo, forse. Non importa.
— Entriamo dalla parte di sotto — propose Louis. Il burattinaio si srotolò di colpo.
Si librarono sopra la superficie di Ringworld, uniformandosi alla sua velocità con una spinta di 9,94 metri al secondo.
— Riflettori — ordinò Nessus.
Le luci dei riflettori si accesero. I raggi, lunghi cinquecento miglia, frugarono nel buio. Quando colpirono la parete posteriore dell’Anello non vennero riflessi. Erano le luci che servivano per gli atterraggi. Nessus parve deluso e preoccupato. Speaker sogghignò:
— Hai ancora fiducia nei tuoi tecnici, burattinaio?
— Ammetto che avrebbero dovuto prevedere questa evenienza.
— Tranquillo. Ci penso io.
Lo kzin mise in funzione i quattro motori, lasciando aperti quelli anteriori. L’idrogeno fluì velocemente nei condotti, uscendo semi-combusto dagli ugelli. La temperatura dell’idrogeno scese al minimo, aumentando enormemente il potere luminoso. Con leggere spinte, la nave cominciò a scendere sul lato inferiore dell’Anello.
La superficie visibile non era piatta. Scendeva e risaliva in affossamenti e rilievi, come se fosse scolpita al rovescio.
— Dove vedi un rialzo — spiegò Louis a Teela, — c’è un mare. Gli affossamenti corrispondono alle montagne. Noi li vediamo dalla parte opposta… come una foto in negativo.
Le formazioni era piccole. Si ingrandivano man mano che la Liar, lasciandosi trascinare dal movimento dell’Anello, scendeva.
Per molti secoli, le navi da turismo avevano usato quel sistema per posarsi sulla Luna. L’effetto era quasi lo stesso: voragini e picchi, privi di atmosfera, dai contorni in bianco e nero illuminati dai riflettori delle navi. C’era però una differenza. A qualunque altezza, al di sopra della Luna, si poteva scorgere l’orizzonte, nitido e spigoloso contro lo spazio nero, che discendeva in una lieve curva.
Sull’orizzonte di Ringworld non esistevano punte né curve. Era una linea retta, geometrica, incredibilmente lontana. A stento la si poteva scorgere perché la configurazione era nera contro il nero.
Louis fu colto da un brivido. Cominciava a rendersi contro delle dimensioni di Ringworld. Era sgradevole, come tutti i processi della conoscenza. Distolse gli occhi da quel tremendo orizzonte e li volse verso la superficie sopra di loro, che corrispondeva alla superficie inferiore dell’Anello.
— I mari sembrano della medesima grandezza — osservò Nessus.
— Guarda — disse Teela, — c’è un fiume. Deve essere un fiume. Ma non ho visto nessun grande oceano.
Di mari ce n’erano in abbondanza, anche Louis lo vedeva… a meno che non si sbagliasse, e sempre che quelle protuberanze fossero veramente mari. Pur non avendo tutti le medesime dimensioni, sembravano distribuiti con regolarità in modo che nessuna regione rimanesse senza acqua. — È monotono. I fondali sono poco profondi.
— Sì — disse Nessus.
— La scarsa profondità dei mari ci dà la prova che gli Anellari non sono abitanti marini. Sfruttano gli oceani solo in superficie, come noi.
— Però le rive sono frastagliate — disse Teela. — Che cosa significa?
— Si tratta di baie. Baie a disposizione di tutti.
— Anche se i tuoi Anellari sono abitanti terricoli non temono la navigazione. Altrimenti non avrebbero bisogno delle baie — disse Nessus. — Louis, questa gente assomiglia agli umani. Gli Kzin odiano l’acqua, e la mia specie ha il terrore di annegare.
C’è un sacco di cose da imparare su un mondo, pensava Louis. Un giorno o l’altro avrebbe scritto una monografia sull’argomento…
— Che bellezza scolpire il proprio mondo su ordinazione — esclamò Teela.
Scorsero qualcosa davanti a loro. Una protuberanza più vistosa: una specie di pinna spiccava nella luce emanata dai motori; doveva occupare un’area di centinaia di miglia quadrate.
Se gli altri erano mari, questo era un oceano, il re degli oceani. Scorreva davanti a loro, interminabile. E il suo fondale non era piatto ma sembrava una carta topografica dell’Oceano Pacifico: vallate e crinali, secche, abissi e vette tanto alte da formare isole.
— Hanno voluto conservare la vita del loro mare — suppose Teela. — Avevano bisogno di un solo oceano. La pinna deve servire a mantere una temperatura gelida in profondità. È un radiatore.
Un oceano non molto profondo ma abbastanza vasto da ingoiare la Terra.
— Ne ho abbastanza — disse ad un tratto lo kzin. — Ora dobbiamo vedere la superficie interna.
LE ZONE D’OMBRA
L’astro K9 tramontò dietro il bordo dell’Anello, lanciando bagliori di fuoco. Per eliminare il disagio provocato dai riflessi, Speaker azionò un polarizzatore e Louis riuscì a guardare il disco scoprendo un’ombra che tagliava il suo arco. Una zona d’ombra.
— Dobbiamo fare attenzione — li ammonì Nessus. — Se ci uniformeremo alla velocità dell’Anello e sorvoleremo la superficie interna, saremo attaccati certamente.
Speaker si limitò a rispondere con un grugnito. Lo kzin doveva essere stanco, dopo tante ore trascorse dietro al ferro di cavallo dei controlli. — Con che arma ci dovrebbero attaccare? Abbiamo già avuto la dimostrazione che gli ingegneri del Mondo ad Anello non hanno un gran che come stazioni radio funzionanti.
— Possiamo supporre quale sia la natura delle loro comunicazioni. Telepatia, forse, o vibrazioni di risonanza, oppure impulsi elettrici su filo metallico. Non sappiamo niente sui loro armamenti. Sorvolando il territorio rappresentiamo per loro una seria minaccia. Useranno qualsiasi arma a loro disposizione…
Louis fece un cenno di consenso. Non era un tipo prudente e il Mondo ad Anello lo incuriosiva. Tuttavia il burattinaio aveva ragione.
Al momento di sorvolare la superficie la Liar era un’enorme meteora potenziale. Una massa simile, anche solo spostandosi alla velocità orbitale, rappresentava un pericolo infernale; infatti un minimo attrito con l’atmosfera l’avrebbe fatta precipitare sibilando a parecchie centinaia di miglia al secondo. Se la nave si fosse spostata a una velocità superiore a quella dell’orbita, mantenendo una rotta in linea curva con i motori a propulsione, sarebbe stata una minaccia minore, pur rimanendo sempre una minaccia sicura.