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Louis si infilò nella tuta a pressione, chiuse le cerniere, calcò il casco in testa agganciando le fibbie. Sopra di lui, all’esterno, Teela stava in piedi fregandosi la parte con la quale aveva atterrato. Non aveva cessato di respirare.

Louis entrò nella camera di equilibrio. Non esisteva alcun problema nel provare l’aria della sua tuta. Doveva solo indossarla e lasciare che gli strumenti gli indicassero se l’aria esterna era respirabile.

Si ricordò della pendenza della nave appena in tempo per afferrarsi allo stipite, non appena la camera di equilibrio si aprì. Quando la gravità della cabina si disperse verso l’esterno, Louis penzolò per un momento tenendosi appeso per le mani, e si lasciò cadere. Unì i talloni un attimo prima di toccare il suolo, e cadde pesantemente sui glutei.

Il materiale liscio, grigiastro e trasparente sul quale aveva urtato la nave era tremendamente scivoloso. Louis si sforzò di mantenere l’equilibrio, poi ci rinunciò. Restando seduto esaminò i quadranti che aveva sul petto.

Nel casco risuonò la voce raschiante di Speaker.

— L’aria è respirabile?

— Sì. Un po’ rarefatta. Come l’aria della Terra a un miglio sopra il livello del mare.

— Dobbiamo uscire?

— Certo. Porta una fune nella camera di equilibrio e agganciala da qualche parte. Altrimenti non ritorneremo mai indietro. Fai attenzione quando scendi. La superficie è completamente priva di attrito.

Teela stava facendogli strani segnali. Era in piedi in maniera goffa, con le braccia piegate, in attesa che Louis la smettesse di starsene in ozio e si togliesse il casco.

Lui obbedì. — Ho qualcosa da dirti — fece. Le spiegò che non ci si poteva fidare della spettroanalisi dell’atmosfera a due anni-luce di distanza. Le parlò di veleni misteriosi, di composti metallici, di rifiuti organici e di catalizzatori che potevano inquinare l’atmosfera e che si potevano individuare soltanto prendendo un campione. L’accusò di trascuratezza criminale e di stupidità colposa; di mancanza di buon senso nell’offrire servigi volontari come una cavia. Le disse tutto ciò prima che gli alien avessero il tempo di lasciare la camera di equilibrio.

Speaker scese, una mano dopo l’altra, atterrò sui piedi e fece alcuni passi, con prudenza felina, in equilibrio come un ballerino. Nessus scese afferrando la fune un po’ coi denti di una testa e un po’ con quelli dell’altra. Atterrò su tutte tre le gambe.

Si trovavano in una gola molto larga ma poco profonda. Il fondo era di un grigio trasparente, perfettamente liscio, come un immenso ripiano da tavolo. I fianchi della gola, a cinquanta metri dalla nave, formavano un pendio di lava nera che sembrava fluire e incresparsi davanti agli occhi di Louis. Doveva essere ancora bollente, pensò Louis, per l’impatto provocato dalla Liar.

Louis provò ad alzarsi. Era l’unico a trovare difficoltà nel mantenersi in equilibrio. Unì i piedi, si alzò traballando, incapace di muoversi.

Speaker-agli-Animali sfoderò il suo laser a flash e fece fuoco su un punto vicino ai suoi piedi. Guardarono il verde punto luminoso… e tacquero. Non si sentiva lo sfrigolìo del materiale solido che esplodeva. Non si formò né vapore né fumo. Quando lo kzin sollevò le dita dal grilletto, la luce sparì immediatamente; la macchia non bruciava e non vi era rimasto nessun segno.

— Si tratta di qualcosa di nuovo — disse il burattinaio. — Sembra che non trattenga il calore. Ma lo scafo della General Products non è stato danneggiato e nemmeno il campo statico Slaver.

— Avremo bisogno di una protezione per risalire le pareti — disse Louis. Non era particolarmente interessato al materiale basico dell’Anello. Non in quel preciso momento. — Farete meglio a rimanere tutti qui, mentre io cerco di salire.

In fin dei conti, era l’unico a indossare una tuta pressurizzata e refrattaria al calore.

— Vengo anch’io — disse Teela. Muovendosi senza sforzo lo sostenne sotto l’ascella per aiutarlo. Louis si appoggiò pesantemente a lei, traballando. Si mossero verso il pendio di lava.

La lava era un buon punto di appoggio. — Grazie — disse lui, e cominciò ad arrampicarsi. Un attimo dopo si rese conto che Teela lo stava seguendo. Non disse nulla.

Erano saliti di una decina di metri. Teela si mise a saltare, urlando. Si precipitò giù dal pendio. Mentre scendeva a sdruccioloni, si voltò con le mani ai fianchi e alzò lo sguardo verso di lui, offesa e piena di rabbia.

Poteva andar peggio, disse tra sé Louis. Teela pretendeva di scivolare giù dal pendio aiutandosi con le mani nude…

Il banco di lava era alto quindici metri. Terminava in sabbia candida e pulita.

Erano atterrati in un deserto. Scrutando l’orizzonte, non riuscì a scorgere alcun segno di vegetazione o di acqua. Era una fortuna. La Liar poteva andarsi a infilare in una città. O in mezzo a un gruppo di città! La Liar aveva solcato la terra come un aratro…

… un solco che si estendeva per miglia attraverso la sabbia. In lontananza, oltre la fine di quello sgorbio, sulla sabbia, ne incominciava un altro. La nave aveva rimbalzato più volte. La traccia segnata dall’atterraggio della Liar continuava sino a diventare una serie di puntolini, un’orma impercettibile… Louis si trovò a guardare l’infinito.

Sul Mondo ad Anello non esisteva orizzonte. Dove il paesaggio si incurvava non c’era una linea di delimitazione. Terra e cielo sembravano fondersi in una zona in cui i particolari dei continenti diventavano puntini, e i colori si spegnevano gradatamente nell’azzurro del cielo. Il suo sguardo era affascinato dal punto di fuga. Infine sbatté gli occhi con uno sforzo deliberato.

Era come la foschia vuota di Mount Lookitthat, che aveva visto decenni prima e ormai lontana secoli-luce… le profondità non distorte dello spazio come le vedeva un minatore di Belt dalla sua navicella monoposto… l’orizzonte del Mondo ad Anello attanagliava l’occhio e la mente di un uomo prima che facesse in tempo a rendersi conto del pericolo.

Louis si voltò verso il burrone. — Il mondo è piatto! — gridò.

Gli altri sollevarono la testa verso di lui.

— Scendendo abbiamo fatto uno squarcio lunghissimo. Non riesco a vedere se c’è qualcosa di vivente. Abbiamo avuto una bella fortuna. Vedo crateri sparsi qua e là, meteoriti secondarie che costeggiano la parte dalla quale siamo venuti. — Si voltò. — Nell’altra direzione… — e smise di parlare.

— Louis!

— È la montagna più maledettamente grande che abbia mai visto in vita mia.

— Louis!

Aveva parlato sottovoce. — Una montagna — urlò. — Aspettate a vederla! Gli ingegneri del Mondo ad Anello dovevano piazzare una sola enorme montagna. È troppo grande perché possa servire a qualche cosa. Impossibile coltivarci caffè o alberi, persino troppo grande per andarci a sciare. È stupenda!

Un’unica montagna, dalla forma approssimativa di un cono, tutta sola, un vulcano da farsa, perché sotto il Mondo ad Anello non esisteva magma per le formazioni vulcaniche. I piedi della montagna si perdevano nella foschia. Le vette più alte si stagliavano nitide nell’aria che si andava rarefacendo. La cima emetteva un luccichio di neve: neve sporca, perché non era abbastanza luminosa. Forse si trattava di permaghiaccio.

I bordi della vetta erano coronati da una trasparenza cristallina. Che si innalzasse al di sopra dell’atmosfera? Una montagna di quelle dimensioni sarebbe sprofondata sotto il suo stesso peso: doveva essere un involucro fatto col materiale dell’Anello.

I tecnici del Mondo ad Anello cominciano a piacermi, pensò Louis Wu tra sé. In un mondo costruito su ordinazione non esisteva una ragione logica per la presenza di una montagna del genere.