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— Che montagna favolosa — disse Speaker.

Nessus non parlò. Le sue teste si agitavano.

All’improvviso, un’ombra nera sfiorò la montagna per dileguarsi dopo pochi istanti. Il sole era un frammento d’oro striato di nero. E qualcosa prese forma nel cielo.

Un arco immenso.

Cielo e terra furono inghiottiti dall’oscurità. L’Anello si inarcava di fronte a loro, paurosamente alto, vertiginoso. Era l’immenso arco che risplendeva, inimmaginabilmente enorme, una forma compatta eppure leggera, aeriforme, una sconvolgente forma circolare creata da esseri intelligenti che sembravano misteriosamente estinti.

Louis sobbalzò. Un fragore di musica d’organo violò lo spazio del suo volociclo. Ma l’organo suonava in modo straziante, stonato, angoscioso. Louis si tappò le orecchie. Non capiva. Poi fece scattare il video, e l’immagine di Nessus apparve come un fantasma poco prima dell’alba. Il burattinaio urlava di terrore. Poi, gradualmente, il tremendo barrito si calmò. Divenne simile a un prolungato lamento funebre.

— Ci metterà un bel pezzo, prima di abituarsi — disse Speaker.

— Abituarsi a cosa? — domandò Teela.

— Assumo io il comando — ruggì lo kzin. — L’erbivoro è un povero vigliacco.

Louis pensò di contrastare il comando a Speaker. Ma non aveva il coraggio di accapigliarsi con l’orso spaziale. E poi, Speaker sarebbe stato un capo migliore di lui, in caso di pericolo.

I volocicli, intanto, erano saliti di mezzo miglio. Il cielo e la terra erano neri, ma sulla terra c’erano ombre ancora più scure che davano alla geografia del luogo non colore ma forma; il cielo, spruzzato di stelle, era dominato da quell’arco schiacciante.

Non c’era da stupirsi se Nessus non era stato capace di sopportarne la vista. Era troppo realista. Forse vedeva la bellezza, o forse no. Certo sapeva che erano abbandonati in un luogo deserto, su una struttura artificiale, in una superficie più grande di tutti i mondi dell’impero burattinaio.

— Credo di vedere le pareti del bordo — disse Speaker.

Louis distolse a fatica gli occhi dalla curva del cielo. Guardò verso Port e verso Starboard e si sentì mancare il cuore.

La sporgenza della parete formava una linea nero-blu su nero-blu. Louis non riusciva a immaginarne l’altezza. La base non era nemmeno accennata. Soltanto lo spigolo superiore era visibile, e nel momento in cui Louis lo guardò, svanì. Quella linea era precisamente dove avrebbe dovuto trovarsi l’orizzonte.

I volocicli accelerarono ancora, in silenzio, a una velocità di poco inferiore a quella del suono. Una risonanza improvvisa irruppe nel campo sonico. Toccò il culmine, poi si interruppe di colpo. Il campo sonico si ricompose in una forma e fu di nuovo silenzio. Louis si rilassò nel sedile del volociclo. Ci sarebbe voluto più di un mese, pensò, per abituarvisi del tutto. Si mise a controllare il suo veicolo. Le attrezzature per il riposo erano semplici, comode e anche facili da usare. Provò a spingere una mano dentro il campo sonico. Era un campo di forza, una rete di vettori destinati a fare circolare le correnti d’aria intorno allo spazio occupato dal volociclo. Ma non era tenuto a comportarsi come una parete di vetro. Al tatto, Louis sentì un forte vento che soffiava spingendo contro di lui da tutte le direzione. Si trovava dentro una bolla protettiva di vento impetuoso.

Il campo sonico sembrava a prova-di-deficienti.

Ne ebbe la certezza strappando un fazzoletto di carta che lasciò volare via. Il fazzoletto svolazzò sotto il volociclo e si fermò sospeso in aria, vibrando all’impazzata. Louis era propenso a credere che se fosse caduto dal sedile, cosa piuttosto improbabile, sarebbe rimasto imprigionato dal campo sonico e avrebbe avuto la possibilità di risalire sul veicolo.

Figurarsi. I burattinai…

Il tubo idraulico gli procurò dell’acqua distillata e il distributore-ristorante gli servì i panini. Per sei volte programmò un panino e lo lasciò cadere nell’aspiratore dopo avergli dato un morso. Ogni panino aveva un sapore diverso ed erano tutti ottimi. Compose la cifra per un settimo panino e lo mangiò.

Era snervante pensare quanto erano lontani da qualsiasi genere di aiuto. La Terra distava duecento anni-luce; la flotta burattinaia ormai a due anni-luce di distanza si stava allontanando quasi alla velocità della luce; e anche la Liar, semidistrutta, era ormai invisibile.

L’arco dell’Anello risplendeva su di loro: una superficie tre milioni di volte più ampia di quella della Terra. Sul Mondo ad Anello c’era abbastanza spazio per perdersi tranquillamente.

— Louis, possiamo parlare in privato? — domandò Nessus.

Le immagini trasparenti di Speaker e di Teela sembravano assopite. Louis li escluse dal circuito interfonico. — Sentiamo.

— Che cosa è successo?

— Non hai sentito?

— Ero arrotolato, Louis. E quando ho le orecchie sulla pancia, non sento.

— Come stai, adesso?

— Male. Sperduto. Senza sopra né sotto.

— Be’, siamo tutti un po’ frastornati. In poche ore, abbiamo percorso trecentomila miglia. Sarebbe andata meglio con le cabine-transfert, vero?

— Accidenti!

— Che ti succede?

— Speaker è fuori dal raggio del tasp.

— Meglio così, Nessus. Quando sei caduto in catatonia è diventato lui il Capo.

— Puoi mettermi in contatto?

Louis si inserì nell’interfono di Speaker. Si aspettava parole roventi, ma rimase deluso. Lo kzin e il burattinaio si scambiarono frasi piene di cortesia. Nessus espose le sue scuse per avere causato il disastro della Liar. Lo kzin gli disse di non preoccuparsi: — Non sei più te stesso, quando cadi nella fase depressiva.

Nessus reagì: — Sono una creatura intelligente. Con Teela Brown ho commesso un errore. Dovevo capire prima il motivo per cui non trovavo candidati adatti al posto di Teela.

— Come dici? — si intromise Louis.

— Dico che gli altri candidati erano troppo fortunati. Non potevano venire coinvolti in una spedizione pericolosa come la nostra. Ti chiedo di perdonarmi, Louis.

— Smettila.

— Voglio chiedere il perdono di Teela.

— La colpa è mia. Potevo impedirle di partire con noi.

— Non è vero. Mi sento in colpa…

— Oh, vai a dornire!

— Non ce la faccio, a dormire. — Il burattinaio non capiva lo scherzoso invito di Louis.

— Allora pilota tu — concluse il terrestre. — Dormo io.

Fu svegliato, sette ore dopo, dalle prime luci. Non esisteva il beccuccio per il caffè.

Louis stava buttando giù un panino, quando si accorse delle spie verdi accese sul suo cruscotto. Rimase perplesso, poi ricordò di avere escluso Teela e Speaker dall’interfono, la sera precedente. Li inserì nuovamente.

— Buon giorno — disse Speaker. — Hai visto l’alba? Eccitava il senso artistico.

— L’ho vista, ’giorno, Teela.

Teela non rispose.

Louis si avvicinò al cruscotto per guardare. Teela era affascinata, estatica come se avesse raggiunto il nirvana.

— Nessus, hai usato il tasp sulla mia donna?

— No, Louis, perché mai?

— Da quanto tempo si trova in quello stato?

— Quale stato? — chiese Speaker. — In queste ultime ore non è rimasta in contatto con me, se è questo che vuoi dire.

— Intendo parlare della sua espressione, maledizione!

L’immagine di Teela, fluttuante nel suo cruscotto, guardava all’infinito attraverso la massa della testa di Louis. Teela era dolcemente, completamente felice.

— Mi sembra rilassata — disse lo kzin, — e completamente a suo agio. Le sfumature più belle dell’espressione umana…