— Scommetto che è vuota — disse Louis.
Si trattava di una supposizione, ma era giusta. Se ne accorsero non appena la sorvolarono. Ai suoi tempi, la città doveva essere stata di una bellezza straordinaria. Molti palazzi non aveva le fondamenta basate sul suolo ma rimanevano sospesi in aria, congiunti alla terra e agli altri edifici per mezzo di scale e piloni ad ascensore. Senza peso di gravità, liberi da restrizioni orizzontali e verticali, questi castelli di sogno fluttuanti nell’aria avevano una grande varietà di dimensioni e di forme.
Ora i volocicli stavano volando sopra delle macerie. Gli edifici sospesi in aria erano crollati sulle case più in basso, ridotti in uno sbriciolamento di mattoni, vetri e acciaio fatto a pezzi, scalinate contorte e torri per gli ascensori che ancora si ergevano nell’aria.
Ancora una volta Louis si domandò chi fossero gli abitanti. I tecnici umani non avrebbero costruito castelli in aria; erano troppo attaccati alla sicurezza.
— Devono essere caduti tutti in una volta — disse Nessus. — Non vedo segni di riparazioni, neanche un tentativo. Una mancanza di energia, senza dubbio. Speaker, gli Kzin farebbero delle costruzioni così pazzesche?
— Noi non siamo degli appassionati delle altezze. Forse gli umani sì, se avessero disprezzato la loro vita.
— La droga per ringiovanire — esclamò Louis. — Ecco la risposta. Non avevano la droga.
— Sì, questo fatto poteva renderli più incoscienti. Può darsi che avessero da proteggere una vita più breve — congetturò il burattinaio. — È di cattivo presagio, non vi pare? Se si preoccupano tanto poco della propria vita, figuriamoci della nostra.
— Ti stai fasciando la testa ancor prima di averla rotta.
— Lo verremo a sapere anche troppo presto. Speaker, vedi l’ultimo palazzo, quello color crema e con le finestre rotte?
Lo avevano superato in volo, mentre il burattinaio stava parlando. Louis, al quale era toccato il turno di pilotaggio, fece un giro su se stesso per dare un’altra occhiata.
— Avevo ragione. Vedi, Speaker? C’è del fumo.
La costruzione era una colonna a torciglione artisticamente scolpita, alta venti piani, con file di finestre ovali dalle quali uscivano nel vento gli sbuffi di un fumo grigio e denso.
La torre era circondata da altre case di un piano o due demolite da un rullo cilindrico che sembrava dover essere precipitato dal cielo.
Dietro la torre si intravedevano i rettangoli di terra coltivata. Al momento dell’atterraggio dei volocicli, alcune figure umanoidi si precipitarono di corsa dai campi all’interno della torre.
Macerie. Niente si era salvato. La mancanza di energia, con i disastri che ne erano conseguiti, doveva essersi verificata durante le generazioni passate. Poi, erano sopraggiunti il vandalismo, la pioggia e tutte le corrosioni provocate da inferiori forme di vita, l’ossidazione dei metalli e qualcosa d’altro. Qualcosa che nella preistoria della Terra aveva lasciato tumuli e villaggi per la gioia dei futuri archeologi.
Dopo la caduta dell’energia, gli abitanti non avevano restaurato la città, ma non l’avevano abbandonata. Erano rimasti lì a vivere in mezzo alle rovine.
I loro rifiuti si erano accumulati.
Immondizie. Scatole vuote. Polvere. Avanzi di cibo, ossa e foglie. Utensili rotti. La sporcizia era ammonticchiata perché la gente era troppo pigra o troppo oberata dal lavoro per avere il tempo di eliminarla.
Quella che in origine doveva essere l’entrata della torre era già seppellita dall’immondizia, tanto si era alzato il livello del suolo. Quando i volocicli si posarono su quell’ammasso di sporcizia, cinque umanoidi oltrepassarono a grandi passi e con grande dignità una finestra del secondo piano.
Era una doppia finestra panoramica abbastanza larga per una processione di quel genere. Il davanzale e l’architrave erano decorati con quaranta teschi apparentemente umani.
Gli indigeni giunsero vicino ai veicoli. Esitarono, visibilmente dubbiosi su chi dovesse prendere l’iniziativa. Il loro aspetto era umano, ma non in maniera assoluta.
Erano di statura più bassa di Louis Wu. La pelle appariva chiarissima, di un bianco quasi evanescente. Avevano torsi piuttosto corti e gambe lunghe. Camminavano con le braccia piegate tutti alla medesima maniera; avevano dita eccezionalmente lunghe e sottili. I loro capelli erano ancora più straordinari delle mani. Tutti e cinque i dignitari avevano chiome biondo cenere della stessa tonalità. I capelli erano lunghi e le barbe ricoprivano completamente il viso ad eccezione degli occhi.
— Che tipi irsuti - sussurrò Teela.
— Rimanete sui vostri veicoli — ordinò Speaker a bassa voce. — Aspettate che ci raggiungano. Poi smontate. Immagino che tutti abbiamo i dischi di comunicazione, vero?
Louis applicò il suo sul lato interno del polso sinistro. I dischi erano collegati all’auto-pilota a bordo della Liar. Funzionavano a una distanza anche superiore a quella e l’autopilota della nave era in grado di tradurre qualunque nuovo linguaggio.
Ma non c’era modo di controllare quei maledetti aggeggi se non mettendoli alla prova. E c’erano quei teschi…
Altri nativi si stavano riversando nell’area dell’ex-parcheggio. Molti di loro si mostravano esitanti di fronte a quella specie di confronto-tra-progressi, e si affollavano in circolo. Una folla normale si sarebbe persa in congetture, scommesse e discussioni. Questa, invece, era immersa in un silenzio innaturale.
Forse fu proprio la presenza di un uditorio che spinse i dignitari a prendere una decisione. Per il primo approccio scelsero Louis Wu.
Quattro di loro indossavano abiti informi di un marrone stinto; l’abito del quinto, invece, pur essendo tagliato alla stessa maniera degli altri e forse anche dello stesso tessuto lanoso, era di un color rosa sbiadito.
Fu il più magro di tutti a parlare. Il tatuaggio di un uccello azzurro gli ornava il dorso di una mano.
Louis rispose.
L’uomo dalla mano tatuata fece un discorso di poche parole. Era una fortuna. L’auto-pilota probabilmente aveva bisogno di dati prima di essere in grado di farne la traduzione.
Louis rispose.
L’uomo parlò di nuovo. I suoi quattro compagni si mantenevano in un dignitoso silenzio.
Ben presto i dischi completarono parole e frasi…
— Abbiamo chiamato la montagna Pugno-di-Dio. — L’indigeno stava puntando il dito direttamente in direzione delle stelle. — Perché? E perché no, per favore, Ingegnere?
Louis ascoltò e imparò. L’auto-pilota era un traduttore ineccepibile. A poco a poco venne fuori il quadro di un villaggio agricolo, la cui vita si svolgeva tra le rovine di quella che un tempo era stata una città possente…
— È vero, Zignamuclickclick non è più larga e lunga quanto era una volta. Però le nostre dimore sono migliori di quelle che potremmo fare noi. Anche se un tetto è aperto al cielo, il pavimento rimane asciutto durante un breve acquazzone. Gli edifici si possono riscaldare con facilità. Si possono difendere bene in caso di guerra, ed è difficile raderli al suolo incendiandoli. Perciò, Ingegnere, anche se al mattino andiamo a lavorare i campi, di notte facciamo ritorno alle nostre dimore ai confini di Zignamuclickclick. Perché affaticarci a costruire nuove case quando quelle antiche ci servono di più?
Due alien spaventosi e due quasi-umani, sbarbati e altissimi; quattro uccelli di metallo e senza ali che facevano discorsi inarticolati e sentivano per mezzo di dischi metallici… non c’era da meravigliarsi se i nativi li avevano presi per i costruttori del Mondo ad Anello. Louis non fece nulla per correggere tale impressione. Ci sarebbero voluti giorni interi per spiegare quale era la loro provenienza; e la squadra si trovava lì per imparare e non per insegnare.