— Può darsi che sia successo qualcosa di speciale — disse Teela. — L’arrivo di qualcuno… noi, per esempio.
— Oppure, la presenza di quel filo — sussurrò lo kzin.
— Allora l’hai visto anche tu — disse Louis.
— Sì. E non ci ho capito niente. Louis, era quel filo che volevi farmi vedere?
Il terrestre non rispose. Pensò alla distanza di sei milioni di miglia fra una zona d’ombra e l’altra. Pensò a sei milioni di miglia di filo metallico fatto a pezzi nello scontro con la Liar. Una matassa enorme di filo che stava cadendo sul Mondo ad Anello, lentamente, con un drappeggio sul paesaggio, come una pioggia sottile.
Speaker si mordeva un labbro, pensieroso: — Immaginate se proprio oggi tornassero i costruttori di Ringworld. Se apparissero oggi, scendendo in volo dal castello sospeso. Louis, che ne dici?
— Il gioco degli dèi, vero?
— L’idea è sua — disse Speaker a Teela. E indicava Louis Wu. — Recitando la parte dei costruttori, possiamo avere qualche successo con i nativi. Io sarei il Grande Ingegnere, tu e Louis i miei sacerdoti. Nessus rappresenterebbe un dèmone nostro prigioniero.
— No — disse Louis. — Sarebbe una cosa troppo azzardata.
— Ieri ne eri entusiasta.
— Ieri non eri così spelacchiato. Non puoi recitare la parte di un Dio-Ingegnere, col pelo bruciato e il sedere rosa!
Lo kzin si infuriò. Non intendeva essere preso in giro. Agguantò il terrestre per il bavero, e lo scosse duramente: — Ma se facessi a pezzi qualche umano, sarei più convincente, come Dio della guerra!
— Calma — disse Louis. Tentò di liberarsi dalla stretta dell’orso spaziale. — E smettila di ruggire. Speaker, bisogna aspettare che ti ricresca il pelo. E poi, bisogna convincere Nessus.
— Il burattinaio non serve a niente.
— Ma possiede il tasp!
— Ti dico che è inutile. Ci mettiamo in contatto con i nativi?
— Tu rimarrai qui. Vedi se riesci a cavare fuori ancora qualcosa dalla stanza delle mappe. Teela e io… — S’interruppe. — A proposito, Teela, hai visto le mappe?
— Cosa?
— Fattele mostrare da Speaker. Scenderò da solo. Potete controllarmi per mezzo del disco comunicatore, e venirmi in aiuto in caso di guai. Speaker, voglio il tuo laser a flash.
Lo kzin brontolò ma gli consegnò l’arma. Gli rimaneva sempre il disintegratore Slaver.
Li guardò, da trecento metri di altezza. Il silenzio reverenziale si mutava in un mormorio di meraviglia. Mille individui alzavano le facce verso Louis Wu, un punto che si staccava nel riquadro dell’immensa finestra del castello. Agitò un braccio, in segno di saluto. Il mormorio si spense di colpo. E ricominciarono i canti. Va meglio di quel che sperassi.
Era musica monotona, su dodici toni: musica sacra, lenta e solenne, caratterizzata dalle ripetizioni di gruppi di note. Priva di armonia. Eppure grandiosa. Un nativo dirigeva il coro, agitando le braccia dal piedestallo situato al centro della piazza. Ma nessuno lo seguiva. Tutti guardavano in alto, verso l’apparizione.
Louis corse al suo volociclo. Voleva eseguire una discesa trionfale. Infatti, lentamente, ieraticamente, si calò sulla piazza, vicino al piedestallo che sorreggeva una specie di altare.
Scese ancora. Louis osservò la testa del direttore del coro, e per poco non mandò il veicolo a fracassarsi contro il piedestallo. Era un cranio rosa, quello che aveva visto. L’unico, nella marea di teste simili a fiori d’oro, di facce coperte di pelo biondo. Il viso del direttore era rasato, come quello di Louis.
Con le palme rivolte in basso, il direttore filò l’ultima nota del canto, poi lo troncò. L’eco del coro risuonò dagli angoli della piazza. Louis scese, accanto al direttore — o al sacerdote? — in silenzio.
Era alto quanto Louis Wu. Troppo alto per essere un nativo. La pelle del viso e del cranio era così pallida da sembrare trasparente. Doveva essersi rasato molte ore prima con un rasoio poco affilato, e gli stava già spuntando una peluria corta e ispida che ombreggiava di grigio il viso.
Si mise a parlare con una nota di biasimo, o perlomeno così sembrava. Il disco di Louis tradusse immediatamente:
— Siete arrivati, finalmente.
— Non sapevamo di essere attesi — rispose Louis Wu con sincerità.
— Tu ti lasci crescere i capelli in testa — disse il prete.
— Ciò mi fa presumere che tu non sia un purosangue, o Ingegnere.
Così stavano le cose! La stirpe degli Ingegneri doveva essere pelata. Oppure… gli Ingegneri usavano la crema depilatoria, o qualcosa di altrettanto sbigativo, per una questione di moda? Il prete assomigliava al ritratto di metallo della sala dei banchetti.
— Il mio sangue non ti riguarda — disse Louis aggirando l’ostacolo. — Siete sulla nostra rotta. Che cosa potere riferirci sulla via da seguire?
Il prete era sconcertato. — Tu chiedi un’informazione a me? Tu, un Ingegnere?
— Non sono un Ingegnere. — Louis teneva la mano sul congegno del campo sonico.
Il prete era confuso. — Allora perché sei parzialmente senza peli? Come fai a volare? Che cosa vuoi? Sei venuto per rubarmi la congregazione?
L’ultima domanda sembrava la più importante. — Siamo diretti alla parete del bordo. Vogliamo informazioni, da voi.
— Le risposte le troverai in Paradiso.
— Non mancarmi di rispetto — disse Louis nello stesso tono.
— Ma sei arrivato direttamente dal Paradiso! Ti ho visto!
— Ah, il castello. Ci siamo passati ma non ci ha detto gran che. Per esempio, gli Ingegneri sono pelati sul serio?
— Qualche volta ho pensato che si radessero, come me. Però il tuo mento sembra pelato per natura.
— Mi depilo. — Louis si guardò attorno, osservando quel mare di facce di fiori d’oro, pieni di rispetto.
— Che cosa credono? Non mi pare che condividano i tuoi dubbi.
— Ci vedono parlare da pari a pari, nel linguaggio degli Ingegneri. Vorrei continuare così, se non ti dispiace. — Ora il prete usava modi più da cospiratore che da nemico.
— Rafforzerà la tua posizione nei loro confronti? Penso di sì — disse Louis. Il prete temeva seriamente di perdere la sua congregazione… come farebbe ogni altro prete, se il suo dio sorgesse in vita cercando di usurpargli il posto. — Sono in grado di capirci?
— Forse una parola su dieci.
— Che cosa era il castello che chiami Paradiso? — domandò.
— La leggenda racconta di Zrillir — rispose il prete, — e del suo sistema di governo su tutti i territori sottostanti il Paradiso. Su questo piedestallo era innalzata la sua statua, a grandezza naturale. Le terre procuravano al Paradiso tutte le cose ghiotte che ti posso elencare, se credi, perché ce ne tramandiamo i nomi a memoria. Oggi non esistono più. Devo dirtele…?
— No, grazie. Che cosa è successo?
Nella voce del nativo si era insinuato un tono cantilenante. Doveva aver udito quel racconto tante volte, raccontarlo ripetutamente a sua volta…
— Il Paradiso è stato creato quando gli Ingegneri hanno costruito il Mondo e l’Arco. Chi governa il Paradiso, governa le terre da un confine all’altro. Zrillir ha governato durante molte vite, lanciando fiamme dal Paradiso quando era contrariato. Poi abbiamo sospettato che Zrillir non potesse più farlo.
«Il popolo ha smesso di obbedirgli, e ha cessato di inviargli il cibo. Ha distrutto la sua statua. Quando gli angeli di Zrillir lanciavano pietre dal Paradiso, la gente si scansava ridendo.
«Un giorno il popolo ha tentato di impossessarsi del Paradiso con le scale mobili. Ma Zrillir ha fatto crollare le scale e i suoi angeli se ne sono andati dal Paradiso su macchine volanti.