Il capodipartimento si avvicinò allo schermo e pose l’indice sull’ultima cifra del secondo numero: un quattro. — È un numero pari, quindi devono esserci per forza fattori più piccoli che qui non appaiono.
Kyle stava scuotendo la testa. — Comunque ha funzionato… in un certo senso. Democrito ha eseguito un calcolo solo, quindi l’altro numero deve provenire da un universo parallelo.
— Purtroppo non può dimostrarlo — replicò la preside. — Due sole operazioni comportano il coinvolgimento di duemila atomi, non di più.
— Lo so — ammise Kyle. Sospirò. — Chiedo scusa a tutti. Continueremo a lavorarci.
La preside si accigliò, pensando probabilmente a tutti i soldi che erano stati già spesi. Uscì in silenzio. Il capodipartimento poggiò brevemente una mano sulla spalla ingobbita di Kyle, poi sgombrò il campo pure lui, seguito a ruota dall’avvocato.
Kyle scrutò i suoi studenti e si strinse nelle spalle. Ultimamente non c’era nulla che andasse per il verso giusto…
Dopo che anche gli assistenti se ne furono andati, Kyle sedette di fronte al quadro comandi del suo elaboratore preferito.
— Mi spiace — disse Cita.
I — Eh, già — sospirò Kyle. Scosse la testa. — Eppure avrebbe dovuto funzionare.
— Sono convinto che riuscirà a scoprire che cosa è andato storto.
— Speriamo. — Sollevò lo sguardo al poster del Corpus hypercubicus. — Ma forse non funzionerà mai. Sono più di vent’anni che i ricercatori tentano inutilmente di ottenere quel risultato. — Lo sguardo gli ricadde a terra. — E io non faccio altro che sprecare il mio tempo dietro progetti che continuano a rivelarsi infruttuosi.
— Come me — osservò Cita in tono pacato.
Kyle non rispose.
— Io però ho fede in lei — continuò Cita.
Kyle fece un suono strano, di gola, come una risata venuta male.
— Chissà. Forse è tutto lì, il problema. Dev’essere la mia mancanza di fede…
— Vuol dire che Dio la punisce perché è ateo?
Kyle scoppiò a ridere, ma senza allegria. — Non quel genere di fede lì. Mi riferivo alla mia fede nella fisica dei quanti. Quand’ero studente, nulla mi entusiasmava più della meccanica quantistica… una disciplina che faceva volare la mente, dal fascino inesauribile. E nutrivo in me la certezza che un bel giorno ogni concetto avrebbe trovato la sua collocazione e il quadro sarebbe stato completo, percepibile nella sua globalità. Quel giorno avrei davvero compreso. Invece non ci sono mai riuscito. Certo, afferro le equazioni in modo astratto, ma il senso profondo mi sfugge, capisci? Sarà, come dicevo, che forse non ci credo veramente.
— Non riesco a seguirla — replicò Cita.
Kyle allargò le braccia e cercò un esempio per vedere di spiegarsi meglio. — Una volta ero a una festa ed ecco che arriva un grassone con una sezione di geode assicurata in fronte da una fascia. Io faccio finta di nulla, ognuno si concia come gli pare, è bene non immischiarsi. Ma la sua compagna, una donna magra come un chiodo, si accorge che ho fatto caso al geode, così viene da me e dice: “Lui è Cory. Ha il dono del terzo occhio”. Cristo santo, penso allora io, alla larga! Più tardi però mi si avvicina Cory e dice: “Ehi, amico, che ore sono?”. E io penso, ma che te ne fai del terzo occhio se non sai nemmeno che ore sono?
Cita rimase un poco in silenzio. — E il succo del discorso sarebbe?…
— Il succo del discorso è che forse bisogna possedere una particolare intuizione per comprendere… ma comprendere davvero, a fondo… la meccanica quantistica. Lo sai che persino Einstein non ci si trovò mai a suo agio? Qualcuno che la capisce sul serio, fra gli specialisti, sembra esserci, a meno che non sappia fingere molto bene. Avevo sempre pensato di poterci arrivare anch’io, a un certo punto tutte le tessere avrebbero combaciato, e invece niente. Non ho mai sviluppato il terzo occhio.
— Forse dovrebbe procurarsi una sezione di geode all’istituto di Geologia.
— Forse… — borbottò Kyle. — Il fatto è che ho l’impressione di non accettarla fino in fondo, la meccanica quantistica, di non crederci completamente.
— Però Democrito ha comunicato davvero con almeno una realtà alternativa. Il che parrebbe confermare l’ipotesi multimondo.
— Proprio qui sta il problema — ribatté Kyle. — Questo genere di calcolo quantico si basa appunto sull’ipotesi multimondo, ma parliamoci chiaro, fin dove possiamo ritenerla plausibile? Secondo me, non tutti gli universi concepibili esistono, bensì soltanto quelli che hanno almeno qualche probabilità di concretizzarsi.
— Per esempio? — domandò Cita.
— Be’, non si è mai sentito dire che qualcuno sia stato colpito in pieno e ucciso da una meteora, però “potrebbe” accadere. Quindi, esiste un universo nel quale io sono morto ieri in seguito a un incidente del genere? E un altro in cui sono morto allo stesso modo l’altroieri? E un terzo in cui sono morto così il giorno prima? E un quarto, un quinto, un sesto in cui tale sorte è toccata non a me bensì a mio fratello? E un settimo, un ottavo, un nono in cui a tutti e due è capitato di ricevere una meteora in testa?
Cita rispose senza esitare. — No.
— Perché no?
— Perché le meteore sono oggetti inanimati, privi di volontà. In ogni universo, la Terra è colpita esattamente dalle stesse meteore.
— D’accordo — ammise Kyle. — Ma supponiamo che oggi una meteora cada… non so… diciamo in Antartide. Dunque, io in Antartide non ci sono mai andato e non ho intenzione di andarci, ma esiste qualche universo parallelo nel quale invece ci sono andato e in cui mi è successo di rimanere ucciso da quella meteora? E in tal caso, non dovrebbero forse esistere almeno sette miliardi di universi, in ciascuno dei quali muoia per analogo accidente meteorico, durante un’escursione al Polo Sud, una delle persone attualmente viventi?
— Sembrerebbero un po’ troppi, tutti questi universi paralleli… — commentò Cita.
— Esatto. Nel qual caso dobbiamo ipotizzare l’intervento di una specie di processo selettivo che distingua fra universi concepibili e universi plausibili, fra gli universi che ci è semplicemente lecito immaginare e quelli che hanno invece qualche ragionevole possibilità di esistere davvero. Ciò potrebbe spiegare perché dall’esperimento abbiamo ottenuto soltanto due fattori.
— Credo che la sua interpretazione sia corretta, e inoltre… — Cita s’interruppe.
— Continua — sollecitò Kyle.
— Credo anche di avere capito dove vuole arrivare. Kyle rimase sorpreso. Non era sicuro neppure lui di dove volesse arrivare.
— E cioè?
— All’etica dell’ipotesi multimondo.
Kyle si soffermò a riflettere. — Sai, penso che tu abbia ragione. Supponiamo che io trovi in un portafogli smarrito una SmartCash sprotetta con dentro un migliaio di dollari… Supponiamo poi che il portafogli contenga anche una patente di guida dalla quale io possa dedurre nome e indirizzo del legittimo proprietario.
Cita, che aveva fra l’altro sul proprio quadro comandi una doppia serie di LED incrociati, in modo da poter attivare la barra verticale o quella orizzontale per indicare assenso o diniego, fece di sì.
— Bene — continuò Kyle. — Secondo l’ipotesi multimondo, tutto ciò che può, nell’ambito del possibile, svolgersi in due maniere, si svolge effettivamente in due maniere. C’è quindi un universo nel quale restituisco il denaro alla persona che l’ha perduto, ma c’è anche un universo in cui lo tengo per me. Allora, se debbono comunque esistere necessariamente due universi, perché mai non potrei essere io quello che si tiene i soldi?
— Interessante domanda. Pur senza mettere in dubbio la sua onestà, una simile alternativa sembrerebbe ricadere entro il novero delle possibilità. Sospetto comunque che i suoi scrupoli morali si spingano ben oltre e che lei si stia interrogando sulla vicenda di Rebecca. Anche se in questo universo non l’ha molestata, lei si domanda se esista un qualche altro concepibile universo nel quale, invece, il fatto è veramente accaduto.