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— Lo so che cosa stai pensando. Ancora non sappiamo con certezza il motivo, però sospettiamo che un analista possa avere instillato falsi ricordi in entrambe le ragazze.

Stone mandò giù un sorso di birra. — Quindi adesso che avresti intenzione di fare?

— Non lo so. Ho già perso una figlia. Non voglio perdere anche l’altra.

Il pomeriggio si trascinò lentamente. Scese la sera. Stone e Kyle continuarono a bere, la conversazione divenne meno seria e Kyle si accorse a un certo punto che la tensione gli si acquietava.

— La televisione è diventata odiosa — dichiarò Stone. Sguardo interrogativo di Kyle.

— M’è toccato un corso estivo — continuò Stone. — Ieri in classe ho accennato ad Archie Bunker. Nessuno l’aveva mai sentito nominare.

— Davvero?

— Davvero. I ragazzi, oggi, mica li conoscono i classici. I Love Lucy, All in the Family, Barney Miller, Seinfeld, The Pellatt Show… nemmeno uno ne conoscono.

— Be’, anche il Pellatt, ormai, è roba di dieci anni fa — osservò Kyle garbatamente. — Il fatto è che purtroppo stiamo invecchiando.

— No — ribatté Stone. — Non è mica questo il motivo.

Lo sguardo di Kyle si poggiò fugacemente sulla zucca pelata di Stone, per poi guizzare a considerarne la frangia nivea che l’incespugliava d’ambo i lati.

Stone parve non farci caso. Alzò la mano a prevenire obiezioni. — So cosa stai pensando — disse. — Stai pensando che i ragazzi al giorno d’oggi seguono trasmissioni diverse e che io non sono altro che un vecchio baggiano che non è più al passo coi tempi. — Scosse la testa. — Ma il punto non è lì. Be’, cioè, no, credo anch’io che il punto è quello, in un certo senso, ma solo in parte. I ragazzi guardano trasmissioni diverse, d’accordo. Però, vedi, tutti i ragazzi guardano trasmissioni diverse. Mille canali fra cui scegliere, che piovono da ogni buco di questo lercio mondo, più tutta la tivù merda casalinga buttata in rete dai dilettanti. — Riprese fiato con una sorsata di birra. — Ma lo sai quanto si beccò Jerry Seinfeld per l’ultima serie di Seinfeld nell’annata novantasette-novantotto? Un milione di dollari a puntata… dollari USA, oltretutto! E sai perché? Perché a seguirlo c’era mezzo mondo. Di questi tempi, invece, tutti quanti scelgono robe diverse. — Gli cadde lo sguardo in fondo al boccale. — Comunque, spettacoli come Seinfeld non li fanno più. Kyle annuì. — In effetti era un buon programma.

— Erano tutti buoni programmi. E non solo i varietà, ma anche gli sceneggiati. Hill Street Blues, Perry Mason, Colorado Springs… E pensare che nessuno adesso li conosce più.

—Tu sì e io pure.

— E lo credo. Gente della nostra generazione, gente svezzata nel Ventesimo secolo. Ma i ragazzi di adesso… non hanno cultura, ecco. Gli manca una base comune.

— Un altro sorso di birra. — Marshall aveva torto, diciamo la verità. — Sebbene Marshall McLuhan fosse morto ormai da trentasette anni, molti esponenti dell’ambiente universitario continuavano a ricordarlo semplicemente come “Marshall”, il professore che aveva recato fama e lustro all’UDT. — Secondo lui, i nuovi media stavano trasformando il mondo in un villaggio globale… E allora sai che ti dico? Che il villaggio globale è stato balcanizzato.

— Fissò Kyle. — Tua moglie insegna Jung, giusto? Quindi traffica con gli archetipi e tutta quell’altra sguana, no? Bene, nessuno condivide più un accidente di niente. E senza una cultura comune, la civiltà è condannata.

— Può darsi — concesse Kyle.

Trascorse altro tempo e altro alcol andò per la sua strada.

— La vuoi sapere una cosa davvero curiosa? — domandò Kyle a un certo punto. — Io vivevo in una casa con tre donne… mia moglie e le mie due figlie. E non ci crederai, ma avevano finito per essere sincronizzate. E te lo dico io, Stone, può essere una cosa bestiale. Fai conto di camminare in un campo minato una settimana al mese.

Stone si mise a ridere. — Dev’essere stato micidiale.

— È strano, comunque. Voglio dire, come fa a succedere una cosa del genere? Sembra quasi… non so… sembra quasi che a loro gli riesce di comunicare chissà come a un livello superiore, in una maniera che noi maschi non possiamo percepire.

— Ci scommetto che sono i feromoni — sentenziò Stone, ammiccando con aria saputa.

— Sia quel che sia, è una cosa impressionante. Pare uscita dritta dritta da Star Trek.

— Star Trek — gli fece eco Stone in tono sprezzante. Poi diede il colpo di grazia alla sua quarta birra. — Non parlarmi di Star Trek!

— Su, avanti, sputa, che hai da dire contro Star Trek?

— Solo che non c’era mai coerenza. Ecco, metti che tutti quelli che lo scrivevano erano donne e vivevano tutte quante nella stessa casa, allora magari può essere che anche lì era tutto sincronizzato.

— Ma di che diavolo stai parlando? Io a suo tempo avevo messo insieme un sacco di materiale di riferimento… modellini, progetti, manuali. Sono stato trekkista convinto fino a tutta l’università. E questi attentati alla coerenza non li ho mai visti, se lo vuoi sapere.

— E invece ti dico io che se ne infischiavano, del materiale di riferimento.

— Avanti, su, fammi un esempio.

— Dunque, vediamo… quale preferisci, fra tutti i Trek.?

— Mah, non lo so… Il film L’ira di Khan, credo.

— Ottima scelta. Ricardo Montalban a petto in fuori senza trucchi e senza inganni.

— Ma dai, figuriamoci.

— No, sul serio, tutta roba genuina. Gran bella muscolatura per un uomo della sua età. Comunque, lasciamo perdere le boiate più ovvie… tipo Khan che riconosce Chekov anche se Chekov non era ancora nella serie tivù al momento che compare Khan. No, andiamo un po’ a spulciare i tuoi decantati manuali tecnici. Sopra e sotto la sezione a disco dell’Enterprise, lungo il margine, si vedono delle piccole chiazze gialle. Secondo i progetti si tratta di propulsori per il controllo dell’assetto. Dunque, verso la fine del film, Shatner ordina di far scendere la nave di “meno diecimila metri”. E l’Enterprise esegue a puntino… ma i propulsori non si accendono mai.

— Balle, sono sicuro che non avrebbero mai fatto un errore del genere. Ci stavano parecchio attenti.

— Controlla da te. Ce l’hai il videochip?

— Sicuro che ce l’ho. Qualche anno fa, per Natale, mia figlia Mary mi regalò una confezione con tutti i film della serie originale.

— E allora coraggio, controlla e vedrai.

Il giorno dopo, martedì primo agosto 2017, Kyle chiamò Heather ottenendo il permesso di passare da casa quella sera.

Appena entrato andò dritto in soggiorno e si mise a frugare in mezzo ai libri.

— Ma che diavolo stai cercando? — volle sapere Heather.

— La mia copia di Star Trek II.

— Quello con le balene?

— No, quello è il quattro. Il due è quello con Khan.

— Ah, già. — Sollevò la mano stretta a pugno davanti al viso come se impugnasse un comunicatore e ingegnandosi a imitare William Shatner gridò: — Khannnn! — Poi, indicando: — Guarda un po’ nello scaffale laggiù.

Kyle attraversò di volata la stanza e trovò il videochip in questione. — Ti dispiace? — domandò, indicando il display appeso alla parete. Heather scosse la testa. Kyle inserì la cartuccia nel lettore, poi si sedette sul divano di fronte al teleschermo. Prese il telecomando e pigiò il dito sull’avanti veloce.

— Cos’è che stai cercando? — gli chiese Heather.

— Conosco un tizio ad Antropologia che dice che nel film c’è un errore… una scena dove si dovrebbero accendere certi propulsori che invece restano spenti.

Heather sorrise indulgente. — Fammi un po’ capire. Riesci a farti propinare senza batter ciglio quella storia dell’Onda Genesi capace di trasformare in poche ore uno sterile ammasso di roccia in un completo ecosistema… e poi fai storie perché i propulsori non si accendono?

— Sss! — intimò Kyle. — Ci siamo quasi.

Le porte del ponte si aprono sibilando. Entra Chekov, con un cerotto sull’orecchio. L’equipaggio lo guarda né più né meno come guarderemmo qualcuno cui di recente sia strisciato fuori dalla testa un parassita alieno. Chekov prende posto alla console tattica. Seguendo lui, l’inquadratura rivela Uhura, Sulu, Saavik, Kirk e Spock, tutti con indosso quelle uniformi di panno cremisi che li fanno sembrare altrettanti agenti della polizia canadese a cavallo. Kirk lascia la postazione centrale e si avvicina a Spock. Stanno cercando di sfuggire, attraverso la Mutara Nebula, inseguiti da Khan Noonien Singh, che si è impadronito di un’astronave della Federazione.

— Non rinuncerà mai — dice Kirk osservando il visi-schermo principale, pieno d’interferenze causate dalla nebulosa. — Mi ha seguito fin qui. Tornerà. Vorrei sapere da dove.

Spock alza lo sguardo dal rilevatore. — È intelligente, ma non ha molta esperienza. Il suo campione indica… pensieri bidimensionali. — Nel pronunziare il termine “bidimensionali” il vulcaniano solleva le sue vertiginose sopracciglia, lui e Kirk si scambiano un’occhiata eloquente, poi un gelido sorrisetto malizioso appare sul volto di Kirk. Egli torna al posto di comando e fa cenno a Sulu. — Fermare.

Sulu manovra i controlli. — Eseguito, signore.

Kirk si rivolge a Sulu: — Meno diecimila metri. — Poi a Chekov. — Pronti i siluri fotonici.

Ed ecco il punto: un’inquadratura dell’Enterprise esattamente dall’alto. Kyle aveva sempre ammirato, nei film della serie classica, il sistema dì autoilluminazione della nave, con quel fascio di luce concentrato che dalla parte centrale rilevata della sezione a disco mette in evidenza la sigla NCC-1701. Proprio sotto il vascello si scorgeva in parte il turbinante maelstrom rosaviolaceo della Mutara Nebula.

Kyle pensò per un istante che Stone avesse preso un abbaglio… c’erano senza dubbio delle luci che lampeggiavano sul bordo del disco. Tuttavia erano collocate esattamente a prua e a babordo: semplici fari di posizione. Quella di dritta non funzionava e ciò confermò a Kyle che davvero notevole era la cura dei particolari, essendo stato quel fianco della nave precedentemente danneggiato in battaglia.

Però… al diavolo, aveva ragione Stone. I quattro gruppi di propulsori per il controllo dell’assetto, chiaramente visibili sulla superficie superiore della sezione a disco, disposti ciascuno a quarantacinque gradi rispetto alla linea centrale, rimanevano irrimediabilmente spenti.