Premette un pulsante e l’automa compì esattamente le operazioni descritte, producendo una formella rettangolare di circa dieci centimetri per quindici. Heather sorrise.
— Impiegherà circa un giorno a tagliare le tessere; una volta finito, ce le ritroveremo tutte riposte nei contenitori, nell’ordine preciso in cui dovranno essere agganciate fra loro.
— E se faccio cadere un contenitore?
Komensky sorrise. — Sa, a mio fratello maggiore una volta è successo. Il suo primissimo corso d’informatica lo ebbe alle superiori agli inizi degli anni Settanta. A quei tempi facevano ancora tutto con le schede perforate. Scrisse un programma per stampare un poster di Farrah Fawcett… se la ricorda? Doveva essere tutto composto da caratteri tipo asterischi, punti, barrette, simboli di dollaro, in modo da simulare una foto a mezzetinte se guardato da una certa distanza. Ci lavorò mesi interi, e alla fine fece cadere la scatola con quelle maledette schede e si mescolarono tutte… Un vero disastro. Comunque stia tranquilla. Il robot provvede anche ad applicare sul retro di ogni tessera una piccola etichetta autoadesiva col suo bravo numero di serie. Sono del tipo rimovibile, quindi se vuole potrà poi staccarle facilmente. — Tirò fuori la prima formella dal contenitore e mostrò a Heather l’etichetta.
Lei sorrise. — Ha pensato proprio a tutto.
— Faccio del mio meglio. — Il robot, proseguendo imperterrito, aveva già preparato altre sei tessere. — E adesso che ne direbbe dello spuntino?
Avevano scelto il Club di Facoltà, al 41 di Willcocks Street, due passi appena da Sid Smith. La sala da pranzo era decorata in stile Wedgwood: pareti grigiazzurre impreziosite da bianchi fregi rococò. Heather stava coi gomiti puntati sulla tovaglia bianca, le dita intrecciate dinanzi al viso. Rendendosi ovviamente conto che tale posizione aveva soprattutto lo scopo d’interporre l’anello matrimoniale a mo’ di scudo. Questo è il problema, rifletteva, a fare la psicologa: non puoi muovere un passo senza che ti tocchi esserne perfettamente consapevole.
Abbassò le mani poggiandole sui tavolo, e non meno automaticamente della posizione precedente la sinistra si sovrappose alla destra. Heather chinò lo sguardo, e nel constatare che l’anello continuava a far sfoggio di sé, si concesse un’impercettibile scrollata di spalle.
Ma la cosa non era sfuggita a Paul. — Vedo che è sposata.
Heather sollevò la mano, concedendo alla sua fede un’ulteriore passerella. — Da ventidue anni, però… — S’interruppe, domandandosi se fosse il caso di rivelarlo. Poi, dopo un fulmineo battibecco interno, cedette. — Però siamo separati.
Paul inarcò le sopracciglia. — Figli?
— Due. Ne avevamo due.
Lui reagì alla strana frase trasalendo lievemente. — Non li vedete spesso?
— Uno di loro è morto qualche anno fa.
— Oh, Dio mio. Mi dispiace.
Ebbe il buon gusto di non chiedere come, guadagnando un paio di punti nella stima di Heather. — E di lei che mi dice?
— Divorziato, da parecchio tempo. Un figlio. Vive a Santa Fé. Natale lo trascorro sempre giù con lui, sua moglie e i ragazzi. Tra l’altro è un bel sollievo venir via dal freddo.
Heather sollevò leggermente gli occhi al cielo come a invocare l’intervento di un poco di quel freddo, data la stagione.
— Suo marito di che si occupa?
— Lavora qui all’Università. Kyle Graves. Espressione sorpresa. — Kyle Graves è suo marito?
— Lo conosce?
— Esperto d’informatica, vero? Ci siamo conosciuti in commissione qualche anno fa, per l’istituzione del Centro Kelly Gotlieb.
— Sì, certo, mi ricordo quando ebbe quell’impegno. Sorridendo, Paul la fissò deciso in volto. — Kyle dev’essere pazzo, a lasciarla andar via.
Heather aprì la bocca per replicare che lei non se n’era affatto andata via, che si trattava solo di una separazione momentanea, che la questione era complicata. Ma poi la richiuse, e con un lieve cenno del capo accettò il complimento.
Arrivò il cameriere.
— Gradisce un po’ di vino? — domandò Paul.
Dopo pranzo, mentre da sola tornava in ufficio, Heather si collegò col digimemo alla sua casella vocale. C’era un messaggio di Kyle, le doveva parlare di una cosa importante. Non essendo lontana da Mullin Hall, decise di passare subito a sentire che cosa volesse.
— Oh, ciao, Heather — la salutò, nel vederla apparire sulla soglia del laboratorio. — Grazie per essere venuta. Ti devo parlare. Siediti.
Dolcemente stordita com’era dal vinello bevuto in compagnia di Paul, non le parve vero di mettersi a sedere. Scelse la poltroncina di fronte a Cita.
Kyle si appollaiò sull’orlo di una scrivania. — Vorrei parlarti di Joshua Huneker.
Heather s’irrigidì immediatamente. — Non ne vedo il motivo.
— Scusami. Lo so che mi hai chiesto di evitare ogni accenno a lui, ma oggi ho avuto un colloquio in cui è saltato fuori il suo nome.
Heather lo scrutò guardinga. — A che proposito?
— Non ci fu niente di strano nella sua morte?
— Che vorrebbe dire strano?
— Be’, dissero che si era ucciso perché era gay.
Heather annuì. — Personalmente non ne sapevo nulla, però in effetti dissero così. — Poi scrollò un poco le spalle, come a significare che erano cose di altri tempi e che al giorno d’oggi risultava difficile persino immaginare che qualcuno potesse uccidersi per un motivo del genere.
— Ma davvero non avevi nemmeno sospettato che fosse gay?
— Oh, accidenti, Kyle, non lo so. Lui sembrava sinceramente interessato a me, però dissero che aveva una relazione sessuale col tizio che io credevo fosse solo il suo compagno di stanza. Allora, vuoi dirmi cos’è questa storia?
Kyle trasse un profondo respiro. — Oggi è venuta a trovarmi una donna. Ha detto di rappresentare un consorzio che possiede copia di un disco contenente un radiomessaggio alieno ricevuto da Huneker poco prima della sua morte.
Heather annuì.
— Non mi sembri sorpresa.
— Be’, non è la prima volta che sento raccontare di questo messaggio che lui avrebbe individuato. È una voce che gira da anni negli ambienti del SETI. Ma insomma, sono solo chiacchiere.
— Comunque è una strana coincidenza, non credi? Pensa, due messaggi, provenienti probabilmente da due stelle diverse, a così breve distanza di tempo. Prima quello di fonte ignota captato a quanto dicono da Huneker e poi la serie di messaggi da Alpha Centauri, iniziata tredici anni dopo.
— Potrebbe anche non essere tanto strano — replicò Heather. — I ricercatori del SETI ritenevano all’inizio che avremmo dovuto captare molti più messaggi di quanti non ne siano giunti finora. Nel 1994 erano solo trent’anni che stavamo in attesa di segnali radio alieni. Prima che entrassero in funzione i radiotelescopi, avrebbero potuto benissimo essersi verificati innumerevoli tentativi di comunicare con noi, e un nuovo contatto potrebbe avvenire anche domani. Il fatto è che non abbiamo la minima idea di quanto spesso sia lecito attendersi una trasmissione radio da un’altra civiltà.
Kyle annuì. — Comunque l’osservatorio degli Algonchini venne chiuso poco dopo la presunta ricezione del messaggio da parte di Huneker.