Impazienti come due bambini cominciarono a collegare le tessere, godendosi la soddisfazione condivisa di veder le tracce, apparentemente casuali, presenti su ciascuna, proseguire a completarsi con geometrica perfezione sulle tessere circostanti.
Verso le otto e mezzo ordinarono due pizze (scoprendo d’avere gli stessi gusti in fatto di condimenti e guarnizioni varie) e due lattine di Coca. Quando comparve il fattorino, Paul offrì la sua SmartCash, ma Heather protestò che non se ne parlava nemmeno e volle assolutamente pagare lei. Fu contenta che Paul sapesse cedere con garbo.
Alle dieci avevano ultimato tutti e quarantotto i riquadri.
Grandi all’inarca settanta per settanta, attendevano poggiati al bordo della scrivania di Omar. Adesso bisognava mettere insieme quel maledetto aggeggio. Servendosi dei fermagli e dei morsetti portati da Paul, congiunsero i quadrati, spigolo contro spigolo, sino a ritrovarsi con otto cubi completi.
Le tracce di vernice, lievemente luccicanti come mica, non formavano ancora un disegno riconoscibile, ma fluivano sulla superficie dei cubi in un labirinto intricato simile a quello dei circuiti stampati.
Facendosi guidare dal diagramma CAD, procedettero poi a collegare i cubi nel complesso finale. Non potendo posizionarlo in verticale, dato che il soffitto non era abbastanza alto, dovettero montarlo in orizzontale, con la barra di quattro cubi parallela al pavimento:
La struttura poggiava su un cubo solo, quindi sorressero l’estremità più sporgente della barra mettendoci sotto una pila di libri. Una volta terminata, la costruzione s’innalzava fin quasi al soffitto.
Bene, ce l’avevano fatta. Heather e Paul rimasero lì a contemplare il frutto del loro lavoro. Era un’opera d’arte? Un altare? O qualcos’altro? Il fatto più intrigante stava di certo in quella somiglianza con una croce: anche a vederlo così, coricato su un fianco, la suggestione nasceva inevitabile. Ma come potevano, creature aliene, condividere quel particolare simbolismo? Pur ammettendo che un Dio putativo avesse figliolanze putative su pianeti diversi dalla Terra, sicuramente nessun altro avrebbe utilizzato una croce come strumento per esecuzioni capitali. Essendo tale oggetto, dopotutto, calibrato sull’anatomia umana. No, doveva trattarsi di una pura coincidenza.
Paul scosse la testa perplesso. — Cosa pensi che sia?
Heather si strinse nelle spalle. — Non ne ho la benché minima idea.
Diede un’occhiata all’orologio e Paul la imitò.
Camminarono fianco a fianco sino alla stazione della metro. Heather doveva andare a est verso Yonge; Paul, che viveva in un condominio a Harbourfront, si doveva dirigere a sud verso Union. Comunque, data l’ora, accompagnò Heather al binario est per farle compagnia.
La stazione di St. George era adorna di mattonelle verde chiaro, non troppo dissimili, seppure un po’ più grandi, dalle tessere che loro due avevano messo insieme quella sera. Qui le gallerie correvano dritte come fusi. Heather con largo anticipo vide comparire in lontananza il suo convoglio.
— Buonanotte, Paul. — Gli rivolse un caloroso sorriso. — Voglio dirti che ho apprezzato tantissimo il tuo aiuto.
La mano di Paul giunse a sfiorarle un braccio. Nulla di più. Heather si domandò che cosa avrebbe fatto, se lui avesse cercato di baciarla.
Poi il treno entrò rombando in stazione e Heather imboccò la strada verso casa, la sua grande casa vuota.
Heather non aveva fatto che girarsi e rigirarsi per tutta la notte, col bizzarro manufatto alieno e l’inebriante Paul che si alternavano nei suoi sogni.
Sebbene il quotidiano pellegrinaggio via metro per recarsi al lavoro si svolgesse essenzialmente in galleria, esistevano due tratti ove la sotterranea soccombeva al fascino dell’ossimoro e faceva capolino in superficie. In entrambi i punti, nei pressi delle stazioni di Davisville e di Rosedale, la luce del mattino risultò dolorosamente vivida per gli occhi insonnoliti di Heather.
Fortuna volle che al suo arrivo in ufficio le tende fossero ancora chiuse. Mettersi al lavoro con quella montagna di cubi che ingombrava il locale sarebbe stato un problema. Comunque, per il momento, sedette tranquilla nella penombra a sorseggiare un caffè comperato nell’atrio e attese che le tempie smettessero di martellarle.
Cosa che finalmente avvenne. Aveva sperato che una notte di sonno potesse suggerirle una risposta all’enigma rappresentato da quanto lei e Paul avevano costruito, ma nessuna farfalla era rimasta nel retino. Adesso, poi, scrutando quell’aggeggio, si sentì una vera idiota. Ma come le era saltata in mente un’idea così pazzesca?
Meno male che Omar, e con lui quasi tutti gli altri, era via in vacanza…
Mandò giù un altro sorso di caffè, poi decise di sentirsi pronta ad affrontare la giornata. Si alzò, andò alla finestra, spalancò le tende scolorite. Il sole inondò la stanza.
Heather tornò a sedersi, incrociò le mani dietro la nuca e…
“Ma che diavolo?…”
I motivi dipinti sui pannelli di substrato sfavillavano nella luce solare. Trattandosi di una pellicola cristallina forse non era poi un fatto così sorprendente, però…
… sembravano vibrare, ondeggiare…
Heather si alzò per andare a vedere più da vicino, ma incespicò in un mucchietto di stampati in sincarta lasciati sul pavimento. Cercò invano di riprendere l’equilibrio e capitombolò in avanti, finendo rovinosamente addosso al manufatto.
Avrebbe dovuto farlo a pezzi, smembrando diversi cubi in pannelli, disintegrando molti pannelli in centinaia di formelle.
Certo, avrebbe dovuto… ma non andò così.
La struttura resisté. In effetti, Heather rischiò di fratturarsi un braccio, quando ci finì addosso.
Qualcosa teneva insieme i pannelli. Così da vicino, poteva vedere che i singoli motivi quadrangolari tracciati sulle formelle scintillavano separatamente, rifrangendo la luce come la superficie di bolle di sapone.
Il giorno innanzi era stata una costruzione fragile e inconsistente che si reggeva per scommessa, accozzata a forza di morsetti, puntellata alla meno peggio con una pila di libri.
Oggi, invece…
Si spostò all’altro capo della struttura, esaminandola. Poi con le nocche le affibbiò un bel colpo secco. Era resistente, ma non del tutto inerte, infatti oscillò leggermente. La sua caduta aveva spinto la faccia di fondo a diretto contatto con la parete. Heather demolì con un calcetto la pila di libri che puntellava quell’estremità e i volumi si sparsero a terra.
Ma il cubo terminale non fece una grinza. E invece di crollare sotto il suo stesso peso, l’intera fila di cubi si mantenne dritta, senza cedere di un millimetro.
Chissà che la vernice non agisse come una specie di mastice, una volta asciugata a sufficienza? Forse…
Si guardò intorno, vide il sole che entrava dalla finestra, la propria ombra proiettata sulla parete.
E se quell’aggeggio sfruttava la radiazione solare?
La luce del sole. L’unica fonte di energia a disposizione di qualsiasi civiltà in qualsiasi parte dell’universo. Non tutti i pianeti conterranno elementi pesanti come l’uranio, si disse Heather, e sicuramente non tutti avranno giacimenti di combustibili fossili. Ma ogni pianeta della galassia possiede almeno una stella attorno alla quale ruotare.
Tornò alla finestra e richiuse le tende.
L’oggetto conservò la propria rigidità. Heather sospirò… be’, naturalmente non poteva essere così semplice. Si sedette alla scrivania, cercando di riflettere.
Dopo qualche secondo uno scricchiolio sinistro trafisse il silenzio della stanza. Sotto il suo sguardo allarmato la struttura cominciò a deformarsi. Heather balzò in piedi e si precipitò ad afferrare il cubo terminale prima che finisse in pezzi, evento imminente dato che i pannelli esposti si andavano squinternando a vista d’occhio.