Mentre con una mano faceva del suo meglio per sostenere la struttura, con l’altra si adoperò freneticamente a riedificare il puntello di libri. Non appena scongiurata la catastrofe, si affrettò alla finestra per riaprire le tende.
Ovviamente l’apparato doveva esser capace di accumulare una sia pur minima riserva per autoalimentarsi. Requisito fondamentale in un dispositivo a energia solare: non è ammissibile, infatti, che smetta di funzionare ogni qual volta viene colpito dall’ombra di un passante.
Bene, allora.
Per prima cosa doveva assicurarsi che la costruzione fosse permanentemente rifornita di energia; fra un paio d’ore il sole avrebbe abbandonato quella finestra. Heather pensò di portar fuori l’aggeggio, ma ciò avrebbe risolto il problema solo fino a sera. Evidentemente i fluorescenti a basso consumo che illuminavano l’ufficio non erano bastati ad alimentarlo, il giorno prima; però avrebbe potuto ottenere lampade a incandescenza ad alta emissione dall’istituto di Scienze dello Spettacolo, o forse da Botanica.
Si sentì inondare da un fiotto di adrenalina. Ancora non aveva idea di che cosa avesse scoperto, ma senza alcun dubbio coi messaggi alieni aveva fatto più progressi di chiunque altro.
Accarezzò per un attimo l’idea di collegarsi immediatamente al sito del Centro Segnale Alieno per fornire un resoconto dell’intera faccenda. Sarebbe stato certo sufficiente a garantirle ogni diritto di priorità. Con la conseguenza, però, che nei giorni successivi centinaia di ricercatori avrebbero ricalcato le sue orme… e uno di loro poteva benissimo fare il passo successivo, scoprire a cosa diavolo serviva quell’incredibile gingillo. Quanto a lei, aveva da recuperare una dozzina d’anni di camera; chissà che individuare lo scopo del congegno non fosse sufficiente d’un sol tratto a compensarla del tempo perduto…
Andò a cercare le lampade.
E poi si mise all’opera.
17
All’ingresso di Kyle le luci del laboratorio si accesero automaticamente.
— Buon giorno, Cita.
— Buon giorno, dottor Graves. Avrei una nuova barzelletta da proporle.
— Sentiamo.
— Allora: Giulio Cesare non era solo prozio di Augusto… era anche, secondo Frank L. Raum, figlio della Malvagia Strega dell’Ovest, e come la malvagia strega poteva essere ucciso dall’acqua. Bene, stando così le cose, Cassio e gli altri congiurati repubblicani decidono che non c’è bisogno di sbarazzarsi del Grande Giulio a botte di coltello: possono fare un lavoro di gran lunga più pulito utilizzando pistole ad acqua. Attendono quindi il giorno propizio e appena Cesare entra in Campidoglio fanno acqua senza esitazione. Cesare resiste sin quando non vede che anche il suo migliore amico si accanisce a spruzzarlo; allora, prima di cadere morto in un lago d’acqua, pronuncia le famose parole: “Tu, aquae, Brute!”. Kyle rise.
— Le è piaciuta! — esclamò Cita in tono d’immensa soddisfazione.
— Be’, è buona.
— Allora forse un giorno capirò cosa significa essere umani.
Kyle tornò serio. — Se ci riesci, fammi il favore di dirlo anche a me.
Le luci di scena campeggiavano al loro posto: tre grandi lampade piazzate su treppiedi, con lenti di Fresnel e alette schermanti per regolare il fascio. Fornivano una costante erogazione di energia alla struttura aliena, consentendole di svolgere la funzione, qualunque fosse, cui era destinata.
E finora non sembrava far altro che mantenersi rigida. Forse a un oggetto del genere si poteva anche attribuire qualche limitata prospettiva commerciale come prodotto di nicchia, però Heather non riusciva a convincersi che gli alieni avessero sprecato dieci anni solo per darle una dimostrazione pratica dell’effetto stoccafisso.
D’altra parte, forse stava proprio tutto lì ciò che gli alieni avevano inteso comunicare: un sistema per consentire ai materiali di resistere a sollecitazioni molto intense, affinché i terrestri potessero costruire navi spaziali ad alta velocità. Dopo tutto, viaggi rapidi fra la Terra e i mondi del Centauro avrebbero richiesto accelerazioni considerevoli.
Tuttavia, a pensarci bene, era un’ipotesi assurda. Se i Centauri disponevano di astronavi capaci di raggiungere anche solo mezza velocità-luce, avrebbero fatto prima a recapitare un modello funzionante che a trasmetterne il progetto. Certo, trasferire informazioni via radio sarebbe sempre costato meno che spedire oggetti fisici, però rimaneva comunque il dubbio di fondo se nella capacità d’irrigidimento andasse visto il compito essenziale dell’oggetto o soltanto un effetto secondario dell’autentica destinazione d’uso.
Seduta a contemplare la struttura, Heather tentava dunque di comprenderne il vero scopo. Pur non essendo appassionata di fantascienza quanto Kyle, un’opera come 2001: Odissea nello spazio piaceva molto anche a lei, e adesso le frullava per la testa l’ultima frase del film, quella pronunziata da Heywood Floyd a proposito del monolito: “Le sue origini e il suo scopo sono ancora un mistero assoluto”… anche se Heather sospettava da sempre che dovesse trattarsi di un velato riferimento allo scatolone ove avevano sede le Nazioni Unite.
Le dava particolarmente da riflettere la questione dei dati mancanti: quali dimensioni avrebbe dovuto effettivamente attribuire all’oggetto? Forse non era previsto che dovesse risultare così grande. La tanto strombazzata rivoluzione nanotecnologica non si era mai verificata, almeno in parte perché l’indeterminazione a livello quantico rendeva impossibile controllare macchine estremamente piccole. Magari il campo generato dalle formelle serviva appunto a superare tale difficoltà; forse i Centauri avevano inteso farle costruire una struttura grande un miliardesimo dell’attuale. Heather sospirò. Cosa gli ci sarebbe voluto a specificare chiaramente le misure di quel maledetto aggeggio?
A meno che, pensò di nuovo, non si trattasse necessariamente di una questione di scelta. La dimensione non è un concetto assoluto. Un essere umano l’avrebbe spontaneamente costruito di una certa misura; una lumaca intelligente l’avrebbe realizzato sensibilmente più piccolo; un dinosauro senziente l’avrebbe fabbricato decisamente più grande.
Ma perché confezionarlo a misura umana? Per quale motivo i Centauri avrebbero dovuto consentire ai costruttori, chiunque essi fossero, di farlo grande a piacimento?
A meno che, ovviamente, come aveva suggerito Paul, i costruttori non dovessero entrare in quell’aggeggio.
Ipotesi assurda. Come si faceva a entrarci? E poi, per andare dove, dal momento che c’erano otto cubi?
In quel cubo là, si rispose immediatamente, volgendo il pensiero al terzo cubo dal fondo, quello con altri sei cubi piazzati tutt’intorno. Era l’unico cubo speciale, l’unico a non avere alcuna faccia visibile da fuori.
Sì, proprio quello là.
Poteva sganciare uno dei cubi esterni, rimuovere il pannello sottostante, e arrampicarsi dentro. Ovviamente, se andava via la corrente e le lampade si spegnevano, ben presto l’intera costruzione sarebbe crollata e lei si sarebbe ritrovata col sedere per terra. Idea ridicola.
E poi, che cosa si aspettava? Che il marchingegno spiccasse il volo, trasportandola attraverso gli anni-luce sino ad Alpha Centauri? Roba da matti.
A ogni modo, probabilmente non sarebbe riuscita a distaccare uno dei cubi mentre era in funzione il campo d’integrità strutturale. Disattivato il quale, l’intero trabiccolo avrebbe tirato le cuoia non appena si fosse azzardata a metterci sopra un peso qualunque.
Si avvicinò alla costruzione e afferrò il cubo sporgente sul lato destro. Incredibile a dirsi, si sganciò facilmente non appena provò a tirarlo, mentre i morsetti di tenuta cadevano a terra. E Heather si accorse che anche il pannello sottostante era venuto via, come se fosse già stato in qualche modo solidale con la corrispondente faccia interna del cubo rimosso, sicché al suo sguardo appariva ora la nuda cavità del cubo centrale.