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Heather riposizionò il cubo che aveva tolto, e quello si riagganciò al suo posto. Provò allora a toglierlo di nuovo, scoprendo che obbediva solo a tirarlo perpendicolarmente, senza alcun movimento laterale. Non era facilissimo, ma ci riuscì lo stesso. Ripeté la manovra un paio di volte e provò anche con altri cubi. Si riconnettevano tutti facilmente, a prescindere dall’angolatura con cui venivano ricollocati in posizione, ma per staccarsi richiedevano un pizzico di abilità. La prima volta era stata fortunata.

Rimosse nuovamente il cubo laterale e scrutò lo spazio vuoto all’interno. In effetti non sarebbe stato male averlo costruito qualche centimetro più grande… a occhio dava l’idea di andarle un tantino stretto. Non che avesse davvero intenzione di entrarci, naturalmente.

Guardò la sua scrivania, fece due passi in quella direzione, si fermò, ripartì, la raggiunse, prese un blocco di sincarta e una penna e sentendosi terribilmente sciocca scrisse: “Sono dentro il terzo cubo dell’asse orizzontale. Se spengete le lampade e schermate la luce solare, la struttura si aprirà liberandomi”.

Strappò il foglio dal blocco e con una striscia di nastro adesivo lo appiccicò al muro in bella evidenza.

Poi si riavvicinò al cubo. Be’, non ci sarebbe stato nulla di male a salirci dentro… almeno finché non riattaccava il cubo laterale. Si tolse le scarpe, sedette sul bordo della cavità centrale, tirò su le gambe, e si rannicchiò all’interno in una specie di posizione fetale.

Non accadde nulla. Ovviamente.

Però…

Che strano.

Sembrava che attraverso le pareti passasse una corrente d’aria. Tenendo il palmo della mano vicino a una delle superfici interne, Heather percepì nettamente una lieve brezzolina. La vernice piezoelettrica non si limitava dunque a garantire l’integrità strutturale: produceva aria, oppure la aspirava dall’esterno.

Incredibile.

Comunque era assai più logico che la aspirasse: gli alieni non potevano certo sapere di quale atmosfera avessero bisogno gli umani.

Heather cercò di sistemarsi verso il fondo per quanto glielo consentiva l’ambiente ristretto. Sì, era l’unica possibilità logica, ma anche la più sconsolante. Le venne da ridere. Che stupida era stata. Aveva davvero sperato che forse, ma proprio forse, gli alieni le avessero insegnato a costruire un’astronave… un’astronave che l’avrebbe portata via dalla Terra, strappata a tutti i suoi problemi, e condotta sino ad Alpha Centauri.

Se invece quell’aggeggio si limitava a pompare aria dall’esterno, come astronave non sarebbe stato un granché. Si contorse dentro la cavità sino a poggiare il naso contro la verde superficie di una parete. Il venticello si sentiva benissimo, ma l’aria non aveva alcun odore particolare.

Allora, se non era un’astronave, che diavolo poteva essere? E a che cosa serviva il campo d’integrità strutturale?

Lei lo sapeva bene quel che avrebbe dovuto fare. Doveva riattaccare il cubo laterale… ma rimanendo all’interno della cavità. Prima, però, doveva assolutamente avvertire qualcuno. Anche con quell’avviso affisso al muro potevano passare ore, o addirittura giorni, prima che qualcuno entrasse nel suo ufficio. E se fosse rimasta intrappolata?

Pensò di telefonare a Kyle. Ma scartò l’idea.

Durante l’estate non disponeva di studenti suoi, ma in giro se ne trovavano sempre. Poteva rivolgersi a uno di loro, anche se dopo, alla pubblicazione dei risultati, avrebbe dovuto per forza riconoscergli qualche merito.

Poi, naturalmente, c’era il nome più ovvio, quello che sapeva di aver lasciato volontariamente per ultimo.

Paul.

Poteva chiamare lui. Tanto avrebbe comunque partecipato al merito dell’impresa: dopotutto era stato lui a fabbricare i componenti della struttura, aiutandola poi a metterli insieme.

Forse, pur nella prospettiva pazzesca di tutta la faccenda, era una scusa perfettamente ragionevole per rivederlo. Non che la sera prima si fossero dati appuntamento o altro. Non che fossero necessari ulteriori incontri. Ecco.

Uscì senza indugio dalla cavità cubica e andò alla scrivania, stiracchiandosi nel tragitto. Sollevò il micro. — Elenco interno. Komensky, Paul.

Dopo una breve serie di modulazioni elettroniche si udì la casella vocale di Paul. — Salve. Sono il professor Paul Komensky, Ingegneria Meccanica. Al momento non posso rispondere direttamente. Per colloqui con gli studenti ricevo dalle…

Heather riabbassò il micro. Un’ala di farfalla le palpitava in petto. Certo, avrebbe voluto parlargli… tuttavia provava una punta di sollievo per non esserci riuscita.

Sentiva caldo, forse più di quanto non potesse imputare a quella illuminazione esasperata. Volse lo sguardo alla struttura, quindi al monitor del computer. La pagina web del Centro Segnale Alieno non era mutata. Dovevano esserci migliaia di ricercatori a scervellarsi sul problema di che cosa significassero i messaggi alieni, adesso che le trasmissioni sembravano terminate. Heather era sicura di avere un buon margine di vantaggio su tutti gli altri: la fortunata circostanza che Kyle avesse quel Dalí esposto in laboratorio le aveva consentito un formidabile passo avanti. Ma quanto ci sarebbe voluto prima che qualcun altro giungesse a realizzare una costruzione simile alla sua?

Per un altro buon minuto rimase immobile, esitante, combattuta.

E poi…

Poi attraversò la stanza, sollevò il cubo in precedenza rimosso e lo portò più vicino alla struttura. Prese quindi una delle impugnature a ventosa fornite da Paul e la poggiò al centro di una delle facce del cubo, quella composta di due pannelli combacianti. In cima al manico di plastica nera sporgeva una piccola pompa; la tirò con decisione, e l’attrezzo fece presa sul cubo. Provò quindi a sollevare il cubo tenendolo per l’impugnatura. Temeva che potesse cadere a pezzi, ma l’intero ammennicolo tenne invece perfettamente.

Dopo un altro attimo di esitazione si rinfilò nella cavità e poi, traendo a sé la ventosa, tirò su il cubo rimettendolo al suo posto. Quello scattò in posizione senza difficoltà, agganciandosi.

Immersa d’improvviso nelle tenebre, Heather si sentì travolgere da un’ondata di panico.

Ma l’oscurità non era assoluta. La vernice piezoelettrica brillava lievemente, con la stessa sfumatura verdognola che emettono al buio certi balocchi per l’infanzia.

Respirò a fondo. Di aria ce n’era a volontà, sebbene l’angustia del luogo trasmettesse la sensazione di un’atmosfera pesante. Tuttavia, benché fosse evidente che non rischiava di rimanere soffocata lì dentro, Heather volle accertarsi di poter abbandonare la costruzione in qualunque momento. Spalancò le mani, e premendole sul pannello cercò di spinger via il medesimo cubo che poc’anzi aveva riagganciato.

Un’altra ondata di panico la sommerse: il cubo non voleva staccarsi. Forse era rimasta imprigionata dal campo d’integrità strutturale.

Allora chiuse le mani a pugno e batté con forza contro il cubo…

… che saltò via immediatamente andando a cadere sulla moquette, la faccia con la ventosa rivolta verso l’alto.

Heather sorrise, sollevata, un po’ vergognosa d’essersi spaventata a quel modo. Probabilmente era un bene che la struttura non fosse un’astronave… se continuava così avrebbe rischiato di presentarsi al primo contatto con le mutandine bagnate.

Uscì, si stiracchiò con calma, consentì al suo cuore di ritrovare il proprio ritmo normale.

Poi fece un altro tentativo, risalendo entro la struttura e usando la ventosa per richiudere quella che fra sé aveva già battezzato “la porta cubica”.

Stavolta rimase tranquillamente seduta, lasciando ai suoi occhi il tempo di adattarsi alla semioscurità e respirando l’aria tiepida.

Osservò il disegno fosforescente tracciato sul pannello che le stava di fronte, cercando invano di cavarne qualche significato. Ovviamente non aveva modo di stabilire se aveva orientato la costruzione nel modo giusto. Avrebbe potuto metterla, come ora, di fianco, oppure…