Ma il bruto proseguiva nell’aggressione, brancicando ora i seni della donna.
Heather tirò indietro le braccia, cercando di strappare l’uomo dall’oggetto della sua furia.
Tutto inutile. Nulla di quello che faceva sortiva alcun effetto su di lui. Heather tremava di rabbia, di sdegno, di paura, ma l’uomo continuava, insensibile alle sue urla come lo era a quelle della sua vittima.
Anzi, no, altro che indifferente alle grida della vittima! I lamenti di lei non facevano che accrescere il suo bestiale accanimento.
Heather era davvero al limite della sopportazione.
L’aggressore strappò le mutandine alla donna e…
…e Heather riuscì a visualizzare il precipitato, soluto che si separava dal solvente, liberando se stessa da quel cervello malato, avvelenato, tornando alla parete di esagoni.
Chiuse gli occhi, e la struttura si rimaterializzò nella sua mente. Lasciandosi andare contro il pannello posteriore, costringendosi a qualche esercizio respiratorio, attese che le si calmasse il batticuore, che diminuisse la sua furibonda indignazione.
Fosse Kyle innocente oppure colpevole, c’era comunque una verità che nessuno poteva negare, nessuno poteva mettere in discussione. Gli uomini, a volte, si macchiano di azioni orribili, compiono atti abominevoli.
Il tremito non l’abbandonava.
Mondo schifoso, quel mostro là in Francia… castrarlo senza pietà, ecco cos’avrebbero dovuto fare.
Si sentiva come se avesse lei stessa subito un’aggressione e le ci volle del tempo per ritrovare la calma, per riemergere da quell’orrore.
Venne il momento e fu pronta a ritentare. Esitante, timorosa di quel che avrebbe potuto trovare, scelse un altro tasto a caso.
Una donna, finalmente! Ma molto, molto più vecchia di lei. Italiana, forse. Si scorgeva la luna attraverso una finestra. Pareti a stucco. Respiro affannoso. Una vecchia donna italiana in una vecchia casa, quasi senza più pensieri, che solo guardava… respirava… aspettava… e aspettava… anno dopo anno dopo anno…
Heather precipitò fuori di lei, si reintegrò, lambì un altro esagono.
Credette dapprima di essere entrata in un cervello ritardato, poi comprese e sorrise.
Un neonato… un bimbo disteso in una culla, gli occhioni sgranati sul mondo. I volti leggermente sfocati che raggianti lo rimiravano dall’alto, colmi di gioia e di soddisfazione, erano quelli di un uomo di colore poco più che ventenne, treccioline a cascata e barbetta, e di una donna, stessa età stesso colore, dalla pelle luminosa, bellissima. Il bambino vedeva la scena senza comprenderla, ma ne traeva un senso di appagamento, di serenità, di naturalezza, di appartenenza. Heather volle soffermarsi un poco, lasciando che l’innocenza e la purezza di quei momenti lavassero via da lei l’orrore residuo dell’episodio francese.
Infine si distaccò, per un nuovo tentativo.
Oscurità. Silenzio. Immagini trascorrenti, sfumate nei contorni, proporzioni alterate.
Una persona addormentata, che sognava… che cosa? Ironico, per una junghiana, assistere al sogno di qualcuno, invece di sentirselo raccontare, e trovarsi comunque del tutto incapace d’interpretarne il contenuto esplicito, figuriamoci poi i significati profondi…
Lasciò il sognatore, ritentando.
Un dottore, forse un dermatologo, che in qualche luogo della Cina esaminava un’escrescenza squamosa sulla gamba di un uomo di mezza età.
Si scollegò, perseverando.
Qualcuno che guardava la tivù; cinese anche stavolta.
Possibile che non ci fosse un modo migliore del procedere a tentoni? Ma aveva già provato a chiamare Kyle, a evocarne le fattezze, e prima di toccare un nuovo tasto si concentrava intensamente su di lui. Tutto inutile. L’immensa schiera degli esagoni pareva completamente indifferente ai suoi desideri.
Continuò a svolazzare di mente in mente, di persona in persona, incontrando gente di tutti i sessi, di tutte le razze, di tutte le nazioni, di tutte le lingue, di tutte le religioni. Trascorrevano intanto le ore, e lei, malgrado le infinite seduzioni di quella esperienza, non si avvicinava di un sol passo alla sua vera meta: Kyle.
Proseguì, testardamente, la ricerca.
E finalmente, dopo non sapeva neppur lei quanti contatti, qualcosa di nuovo accadde.
Un altro canadese, era ora: per l’esattezza una donna di mezza età, del Saskatchewan, pareva.
Stava davanti al televisore.
E sullo schermo, un volto che Heather riconobbe.
Greg McGregor, il giornalista che talvolta conduceva i telegiornali della CBC nello studio di Calgary.
A Heather venne in mente una cosa.
Si dice che fra due persone qualsivoglia esistano non più di sei gradi di separazione. Il famoso drammaturgo nuovaiorchese John Guare aveva anche scritto una commedia e una sceneggiatura cinematografica, sull’argomento.
In genere si tratta di una configurazione a cuspide: tre gradini verso l’alto, e tre gradini verso il basso. Un uomo conosce il proprio vescovo, il vescovo conosce il Papa, il Papa conosce tutti i più importanti capi di stato del mondo, il tale capo di stato conosce una miriade di politici minori e costoro conoscono, o dovrebbero conoscere, i propri elettori. In tal modo è come se si costruisse una sorta di ponte fra Toronto e Tokyo, o fra Vladivostok e Venezia, o fra Miami e Melbourne.
L’immagine cambiò, il volto di McGregor scomparve e partì un servizio. Riguardava la commissione d’inchiesta Hosek, le cui decisioni erano in effetti attese per oggi, il che confermava che i collegamenti avvenivano davvero in tempo reale.
Heather attese che finisse il servizio per veder tornare McGregor. Bene. Eccolo là.
Ora, se solo ci fosse stato modo di passare da quella donna del Saskatchewan alla mente di McGregor, distante centinaia di chilometri…
La trasmissione andava in diretta. McGregor era lì davanti alla telecamera in quel preciso momento.
E ciò comportava che egli stesse percependo le stesse identiche parole udite dai telespettatori: ciò che lui diceva, era esattamente ciò che la donna sentiva.
Heather ripensò ai suoi precedenti mutamenti di prospettiva.
Poteva tentare qualcosa di analogo in questa circostanza?
La donna del Saskatchewan ascoltava McGregor, ma intanto divagava anche a considerare quanto fosse un bell’uomo, e come suonassero convincenti le cose che diceva…
Heather, invece, si concentrò esclusivamente sulle parole del giornalista, pose lo sguardo fuori fuoco e tentò la fluttuazione di Necker, riorientando il suo punto di vista, e…
…e all’improvviso si ritrovò dentro la mente di McGregor!
Aveva trovato il modo di passare da una persona a un’altra; il balzo era possibile tra due soggetti, anche molto distanti, che condividessero nello stesso istante la medesima esperienza.
Elegante, ma sobrio in giacca sportiva color cielo, McGregor troneggiava al posto di combattimento, recitando il copione che fluiva sul telesuggeritore. Un altro tocco di cheratotomia laser gli avrebbe fatto comodo, considerato che il testo appariva un tantino sfocato.
Nel leggere le notizie si concentrava esclusivamente su quel compito, ma non appena presentato il servizio successivo si rilassò.
Il direttore di scena gli lanciò una battuta e McGregor rise con garbo. Ogni sorta di pensieri gli frullavano adesso per la testa.
Se negli incontri precedenti si era un po’ sentita una guardona, stavolta l’impressione era più forte che mai. Pur non avendolo mai incontrato di persona, Heather conosceva McGregor come una presenza costante nei media, un volto noto che appariva spesso sulla parete del soggiorno.
Il giornalista stava ripensando alla lite della sera prima con sua moglie; inoltre era combattuto circa l’atteggiamento da prendere nei confronti della figlia adolescente avendo scoperto che fumava l’erba, e cercava di decidere sino a che punto mostrarsi irritato, visto che di marijuana lui pure se n’era fatta un bel po’, all’università. Rivolse anche un fugace pensiero al rinnovo del proprio contratto e Heather rimase sorpresa nell’apprendere che McGregor guadagnava molto meno di quanto lei avesse sempre creduto.