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«Dove sono i tuoi amici?» disse Mat. «Le persone a cui stavi urlando?»

Nel vicolo c’erano solo loro due. I suoni dalla strada continuavano, mentre una voce gridava che se non si fossero sbrigati, qualcuno sarebbe scappato. Il vecchio scrollò le spalle. «Non sono certo che là fuori abbiano capito quello che stavo urlando. È già abbastanza difficile comprenderli. Comunque, ho pensato che potesse spaventare quel tipo. Vedendo quello, però...»

Facendo un gesto verso il buco nel muro, rise senza allegria, mostrando degli spazi vuoti fra i denti. «Penso che forse tu e io abbiamo la stessa fortuna del Tenebroso.»

Mat fece una smorfia. L’aveva sentito dire troppo spesso su di sé e non gli piaceva. Soprattutto perché non era sicuro che non fosse vero. «Forse è così» borbottò. «Perdonami; dovrei presentarmi all’uomo che mi ha salvato la pelle. Sono Mat Cauthon. Sei nuovo di Ebou Dar?» Quel fagotto assicurato sulla schiena del tizio gli dava l’aria di un uomo che si stava trasferendo. «Non ti sarà facile trovare un posto per dormire.» Fece attenzione alla mano nodosa che l’altro uomo mise nella sua. Era tutta bozzi, come se ogni osso fosse stato rotto allo stesso tempo e se si fosse malamente riassestato. Aveva una presa forte, però.

«Sono Noal Charin, Mat Cauthon. No, sono qui da un po’ di tempo. Ma il mio pagliericcio nell’attico della locanda Le papere dorate adesso è occupato da un grasso mercante d’olio illianese che è stato scacciato dalla sua stanza stamattina in favore di un ufficiale seanchan. Pensavo di trovare un angolo in questo vicolo per stanotte.» Sfregandosi il suo grosso naso con un curvo dito nodoso, ridacchiò come se non ci avesse pensato due volte a dormire in un vicolo. «Non sarà la prima volta che dormo all’addiaccio, perfino in una città.»

«Penso di poterti procurare qualcosa di meglio» gli disse Mat, ma il resto di quello che stava per dire gli morì sulla lingua. Si rese conto che i dadi gli stavano ancora roteando in testa. Era riuscito a dimenticarseli, col gholam che aveva cercato di ucciderlo, ma stavano ancora rimbalzando, ancora aspettando di fermarsi. Se erano un avvertimento che presagiva a qualcosa di peggio del gholam, non voleva saperlo. Solo, l’avrebbe saputo. Non c’era dubbio al riguardo. L’avrebbe saputo, ma sarebbe stato ormai troppo tardi.

17

Nastri rosa

Venti freddi soffiavano attraverso la Mol Hara, sollevando il mantello di Mat e minacciando di gelare il fango che imbrattava i suoi vestiti mentre lui e Noal si affrettavano fuori dal vicolo. Il sole si posava sui tetti, seminascosto, e le ombre si allungavano. Con una mano sul bastone e l’altra che afferrava la corda spezzata con la testa di volpe, infilata in una tasca della giacca da cui la poteva estrarre all’occorrenza, doveva lasciar andare il mantello dove voleva. Era dolorante da capo a piedi, i dadi che sbatacchiavano un monito nel suo cranio, ma notava a malapena entrambe le cose. Era troppo occupato a cercare di osservare ogni direzione allo stesso tempo e a chiedersi quanto dovesse essere piccolo un buco affinché quella cosa potesse passarci attraverso. Si ritrovò a disagio a scrutare delle crepe nella pavimentazione stradale della piazza. Anche se pareva piuttosto improbabile che la cosa l’avrebbe assalito in pubblico. Un brusio proveniva dalle strade circostanti, ma qui si muoveva solo un cane pelle e ossa, che correva oltre la fontana con la statua dell’antica regina Nariene. Alcuni dicevano che la sua mano sollevata puntava verso la generosità dell’oceano che aveva arricchito Ebou Dar, mentre altri che indicava i suoi pericoli. Altri ancora dicevano che la regina che le era succeduta aveva voluto attirare l’attenzione sul fatto che solo uno dei seni della statue era scoperto, rivelando che Nariene era stata una donna di dubbia moralità.

In altri giorni a quest’ora la piazza di Mol Hara sarebbe piena di amanti a passeggio, venditori di strada che vi indugiavano e mendicanti speranzosi, perfino in inverno, ma da quando erano giunti i Seanchan i mendicanti erano stati strappati dalla strada e messi a lavorare, mentre il resto se ne stava alla larga anche di giorno. La ragione era il Palazzo di Tarasin, l’enorme ammasso di cupole bianche, guglie di marmo e balconate in ferro battuto, la residenza di Tylin Quintara Mitsobar, per grazia della Luce regina di Altara — o di quanto dell’Altara si trovava a distanza di pochi giorni a cavallo da Ebou Dar — Maestra dei Quattro Venti e Guardiana del Mare delle Tempeste. E, forse più importante, la residenza della Somma Signora Suroth Sabelle Meldarath, al comando dei Predecessori dell’imperatrice dei Seanchan, che potesse vivere per sempre. Una posizione di gran lunga più di rilievo a Ebou Dar, al momento. Le guardie dagli stivali verdi di Tylin erano ritte a ogni ingresso nei pantaloni bianchi rigonfi e nei pettorali dorati indossati sopra giubbe verdi, così come uomini e donne in quegli elmi da insetto con armature striate di blu e giallo o di verde e bianco o di qualunque altra combinazione concepibile. La regina di Altara esigeva tranquillità e silenzio per il suo riposo. O piuttosto Suroth diceva di volerlo, e quello che Suroth diceva Tylin voleva, ovvero stabiliva presto di volerlo davvero. Dopo un momento di riflessione, Mat condusse Noal verso uno dei cancelli delle stalle. Era più probabile far entrare uno straniero lì dentro che non usando la maestosa scalinata di marmo che conduceva nella piazza. Per non parlare di una probabilità ancora maggiore di togliersi di dosso tutto il fango prima di essere di fronte a Tylin. Aveva manifestato il suo scontento in modo molto chiaro l’ultima volta che lui era tornato in disordine, dopo una rissa in una taverna.

Un drappello di guardie di Ebou Dar era ritto da un lato dei cancelli aperti con delle alabarde, mentre dall’altro c’era lo stesso numero di Seanchan con lance munite di nappe, tutti rigidi come la statua di Nariene.

«La benedizione della Luce su tutti voi qui» mormorò Mat educatamente alle guardie di Ebou Dar. Era sempre meglio essere educati verso le persone di Ebou Dar finché non eri certo di loro. E anche dopo, se era per quello. Anche così, erano più... flessibili... dei Seanchan.

«E su di te, mio signore» rispose il loro tarchiato ufficiale muovendosi lentamente in avanti, e Mat lo riconobbe: Surlivan Sarat, una brava persona, sempre con la battuta pronta e con un buon occhio per i cavalli. Scuotendo il capo, Surlivan picchiettò il lato del suo elmo a punta con la sottile verga dorata della sua carica. «Hai partecipato a un’altra rissa, mio signore? Si infurierà come una tromba marina, quando ti vedrà.»

Raddrizzando le spalle e cercando di non appoggiarsi sul bastone in modo tanto evidente, Mat si irrigidì. Con la battuta pronta? A ripensarci, l’uomo abbronzato aveva la lingua come una raspa. E pure il suo occhio per i cavalli non era poi tanto buono. «Ci sono problemi se il mio amico qui rimane a dormire coi miei uomini?» chiese Mat in tono rude. «Non ce ne dovebbero essere. C’è spazio per uno in più coi miei compagni.» Spazio per molti più di uno, a dire la verità. Finora erano morti otto uomini per averlo seguito a Ebou Dar.

«Nessuno da parte mia, mio signore» disse Surlivan, anche se squadrò l’uomo scarno al fianco di Mat e tenne saggiamente la bocca chiusa. La giacca di Noal, però, pareva di buona qualità, per lo meno nella luce fioca, aveva perfino del merletto ed era in uno stato migliore di quella di Mat. Forse fu questo che fece mutare il tono dell’ufficiale. «E non c’è bisogno che lei sappia tutto, perciò non ce ne saranno neanche da parte sua.»

Mat si accigliò, ma prima che delle parole intemperanti potessero far finire lui stesso e Noal nel pentolone della zuppa, tre Seanchan in armatura galopparono verso il cancello e Surlivan si voltò verso di loro.

«Tu e la tua signora moglie vivete nel Palazzo della Regina?» domandò Noal, avviandosi verso il cancello.