«Non capisci, Suroth.» Il sospiro di Tuon agitò il velo che le copriva il volto. Copriva ma non nascondeva. Sembrava... rassegnata. Mat era stato sorpreso di apprendere che era solo di pochi anni più piccola di lui. Lui avrebbe detto almeno di dieci. Be’, sei o sette. «I presagi dicono altrimenti, Anath» disse la ragazza con calma e senza alcuna collera. Stava semplicemente affermando dei fatti. «Se cambieranno te lo riferirò, stanne certa.»
Qualcuno gli diede un colpetto sulla spalla e lui si voltò per guardare in faccia una servitrice che esibiva un largo sorriso. Be’, non era poi così ansioso di uscire subito. Tuon lo turbava. Oh, quando si incrociavano nei corridoi, lui faceva del suo meglio per inchinarsi in modo educato e, in cambio, lei lo ignorava tanto completamente quanto Suroth o Anath, ma a Mat cominciava a sembrare che si incrociassero nei corridoi un po’ troppo spesso. Un pomeriggio entrò negli appartamenti di Tylin, avendo controllato e scoperto che la regina era rinchiusa con Suroth per affari o altro e, nella camera da letto, trovò Tuon che esaminava la sua ashandarei. Si immobilizzò alla vista di lei che tastava le parole nella lingua antica intagliate nel manico nero. Un corvo in un metallo ancora più scuro era intarsiato a ogni estremità della scritta, e un paio di essi erano incisi sulla lama leggermente ricurva. I corvi erano un sigillo imperiale, per i Seanchan. Senza respirare, cercò di muoversi all’indietro senza far rumore.
Il volto velato ruotò verso di lui. Un volto grazioso, in effetti: sarebbe stato perfino bello se lei avesse mai smesso di avere un’aria come se stesse per spezzare il legno a morsi. Lui non pensava più che assomigliasse a un ragazzo — quelle ampie cinghie annodate strette che indossava sempre facevano sì che si notasse che le curve erano lì — ma era quanto di più simile ci fosse. Di rado gli accadeva di vedere una donna adulta più giovane di sua nonna e di non pensare oziosamente come sarebbe stato danzare con lei, forse baciarla, perfino nei confronti di quelle altezzose Seanchan del Sangue. Ma nemmeno un barlume di tutto ciò gli passava per la mente con Tuon. Una donna doveva avere qualcosa attorno a cui mettere un braccio, altrimenti che gusto c’era?
«Non ce la vedo Tylin a possedere una cosa del genere,» disse in modo freddo con quella cadenza strascicata, rimettendo la lancia dalla lunga lama accanto al suo arco «dunque dev’essere tua. Cos’è? Come ne sei entrato in possesso?» Quelle fredde richieste di informazioni gli irrigidirono la mascella. Era come se quella dannata donna stesse dando ordini a un servo. Luce, per quanto ne sapeva lui, poteva darsi che non conoscesse nemmeno il suo nome! Tylin diceva che non aveva più chiesto di lui né lo aveva menzionato dopo l’offerta di acquistarlo.
«È chiamata una lancia, mia signora» disse, resistendo all’impulso di appoggiarsi contro la cornice della porta e infilarsi i pollici alla cintura. Lei era una Seanchan del Sangue, dopotutto. «L’ho comprata.»
«Ti darò dieci volte il prezzo che hai pagato» disse lei. «Dimmi quanto.»
Lui si mise quasi a ridere. Avrebbe voluto, e non certo per divertimento. Non ‘vorresti venderla’, solo Ta comprerò ed ecco quanto la pagherò’. «Il prezzo non era oro, mia signora.» Involontariamente, la sua mano andò alla sciarpa nera per assicurarsi che nascondesse ancora la cicatrice frastagliata che aveva sul collo. «Solo uno sciocco lo pagherebbe una volta, men che meno dieci.»
Lei lo studiò per un momento, la sua espressione indecifrabile, non importa quanto fosse trasparente il velo. E poi fu come se lui fosse scomparso. Lei scivolò oltre, come se non si trovasse lì, e se ne andò via dagli appartamenti. Non fu l’unica volta che la incontrò da sola. Certo, non veniva sempre seguita da Anath, Selucia o dalle guardie, tuttavia gli sembrava che un po’ troppo spesso, quando decideva di tornare indietro per qualcosa e si voltava, la trovasse lì da sola che lo guardava, oppure lui lasciava una stanza all’improvviso e la trovava fuori dalla porta. Più di una volta si guardò indietro mentre lasciava il palazzo e vide il suo volto velato che scrutava fuori da una finestra. In effetti, nulla dava a intendere che lo stesse fissando. Lo guardava e scivolava via come se lui avesse cessato di esistere, scrutava da una finestra e si voltava di nuovo verso la stanza non appena lui la vedeva. Era come una lampada nel corridoio, una pietra del selciato nella piazza di Mol Hara. Cominciava a renderlo nervoso, però. Dopotutto, quella donna si era offerta di comprarlo. Una cosa del genere aveva la tendenza a rendere un uomo nervoso già di per sé. Anche Tuon non poteva davvero turbare la sua prorompente sensazione che le cose stessero finalmente andando per il verso giusto, però. Il gholam non tornò, e lui cominciò a pensare che forse si era dedicato a una ‘mietitura’ più semplice. In ogni caso, se ne stava alla larga dai posti bui e solitari dove avrebbe potuto provare ad assalirlo. Il suo medaglione andava bene di per sé, ma una buona folla era meglio. Nella sua ultima visita ad Aludra, lei si era quasi lasciata sfuggire qualcosa — ne era certo — prima di ricomporsi e gettarlo in tutta fretta fuori dal suo carro. Non c’era nulla che una donna non ti avrebbe raccontato se la baciavi abbastanza a lungo. Stette alla larga da La donna errante per evitare di destare sospetti in Tylin, ma Nerim e Lopin trasferirono di nascosto i suoi veri vestiti nello scantinato della locanda. Pezzo per pezzo, metà del contenuto del forziere bordato di ferro sotto il letto di Tylin viaggiò attraverso Mol Hara fino alla cavità nascosta sotto la cucina della locanda.
Quella cavità sotto il pavimento della cucina cominciò a impensierirlo, però. Era andata bene per nascondere il forziere. Un uomo poteva rompere lo scalpello per cercare di aprirlo. E poi allora lui alloggiava nella locanda al piano di sopra. Ora l’oro sarebbe stato versato nel buco, dopo che Setalle aveva sgombrato la cucina. E se qualcuno avesse cominciato a domandarsi perché quando arrivavano Lopin e Nerim cacciava via tutti quanti? Chiunque poteva sollevare quella pietra del pavimento, se sapeva dove guardare. Doveva accertarsene di persona. Dopo, molto dopo, si sarebbe chiesto perché i maledetti dadi non l’avevano avvertito.
19
Tre donne
Il vento spirava da nord col sole non ancora del tutto sopra l’orizzonte, cosa che secondo la gente del luogo indicava sempre pioggia, e un cielo pieno di nubi di certo minacciava mentre procedeva attraverso la Mol Hara. I particolari frequentatori de La donna errante erano cambiati: non c’erano sul’dam o damane stavolta, ma il posto era ancora pieno di Seanchan e fumo di pipa, anche se i musicisti non erano ancora comparsi. Molte delle persone nella stanza stavano facendo colazione, talvolta osservavano solo le scodelle con aria incerta, come se non fossero sicuri di quello che era stato dato loro da mangiare — lui si sentiva allo stesso modo con lo strano porridge che gli abitanti di Ebou Dar consumavano la mattina — ma non tutti erano intenti a mangiare. Tre donne e un uomo in quelle lunghe vesti ricamate stavano giocando a carte e fumavano la pipa a un tavolo, tutti con le teste rasate alla maniera dei nobili minori. Le monete d’oro sul loro tavolo catturarono l’attenzione di Mat per un momento: stavano giocando delle somme alte. Il cumulo più grosso di monete si trovava di fronte a una donna minuta dai capelli neri, scura quanto Anath, che sorrideva con aria rapace ai suoi avversari attorno al lunghissimo cannello di una pipa decorato d’argento. Mat aveva il proprio oro, però, e non aveva mai avuto tanta fortuna alle carte come coi dadi. Comare Anan, comunque, era uscita per alcune faccende mentre era ancora buio, così aveva detto sua figlia Marah, lasciando al suo posto quest’ultima. Una giovane piacevolmente in carne, con grandi occhi graziosi della stessa tonalità di sua madre, indossava le gonne cucite sul lato sinistro fino a mezza coscia, qualcosa che comare Anan non avrebbe permesso quando lui era alloggiato lì. Marah non fu molto lieta di vederlo, e si accigliò non appena lui si avvicinò. Nella locanda, quando abitava lì, due uomini erano morti per mano sua; erano ladri che avevano cercato di spaccargli il cranio, per la verità, ma quel genere di cose non accadeva a La donna errante. Lei aveva messo in chiaro che sarebbe stata lieta di vederlo uscire quando se ne fosse andato. Marah non era nemmeno interessata a quello che voleva ora, e lui non poteva certo spiegarglielo. Solo comare Anan sapeva cosa c’era nascosto nella cucina, così sperava ardentemente, e lui non aveva certo intenzione di blaterare quell’informazione nella sala comune. Perciò si inventò una storia sul fatto che gli mancavano tanto i manicaretti della cuoca e, occhieggiando quella gonna appariscente, lasciò filtrare il sottinteso che gli fosse mancato ancor di più di vederla. Non riusciva a capire perché esporre un po’ più di sottoveste fosse scandaloso quando ogni donna a Ebou Dar andava in giro mostrando mezzo seno, ma se Marah si sentiva libertina forse qualche lusinga gli avrebbe spianato la strada. Le rivolse il suo sorriso migliore. Concedendogli in cambio di ascoltarlo distrattamente, Marah afferrò una cameriera di passaggio, una donna spregevole dagli occhi fumosi che lui conosceva bene. «La coppa del capitano dell’aria Yulan è quasi vuota, Caira» disse Marah arrabbiata. «Il tuo compito è mantenerla piena! Se non sai fare il tuo lavoro, ragazza, ci sono tante a Ebou Dar che potranno al posto tuo!» Caira, di qualche anno più anziana di Marah, le fece una riverenza beffarda. E rivolse un’occhiataccia a Mat. Prima che potesse raddrizzare le ginocchia, Marah si voltò per afferrare un ragazzo che camminava tenendo attentamente in equilibrio un vassoio con delle pile di piatti sporchi.