«Conta fino a cinquanta e poi fai rientrare tutti quelli che sono fuori nella pioggia, Enid» disse in tono brusco. Nessuno avrebbe detto che solo un momento prima stava tremando. Raccogliendo il mantello di Joline dal suo piolo, prese un lungo legnetto da una scatola sulla mensola del caminetto e si chinò per accenderlo nel fuoco sotto gli spiedi. «Sarò nello scantinato, se avete bisogno di me, ma se qualcuno lo chiede, non sapete dove sono. A meno che io non dica altrimenti, nessuno tranne voi o io può andare laggiù.» Enid annuì come se questo non fosse affatto fuori dall’ordinario.
«Portala,» disse la locandiera a Mat «e non ciondolare. In braccio, se devi.»
Dovette prenderla in braccio. Piangendo ancora quasi senza alcun suono, Joline non lasciò la presa su di lui né sollevò il capo dalla sua spalla. Non era pesante, grazie alla Luce, pur tuttavia un sordo dolore gli nacque nella gamba mentre col suo carico seguiva comare Anan attraverso la porta dello scantinato. Avrebbe potuto trovarlo piacevole, malgrado il dolore lancinante, se comare Anan non se la fosse presa comoda su tutto. Come se non ci fossero Seanchan entro cento miglia, lei accese una lampada su uno scaffale accanto alla porta e poi spense attentamente il legnetto prima di rimettere a posto la copertura di vetro, quindi appoggiò il frammento fumante su un vassoietto di stagno. Estraendo senza fretta una lunga chiave dal borsellino alla cintura, aprì la serratura di ferro e, infine, gli fece cenno di passare. Le scale oltre la porta erano abbastanza ampie da portar su un barile, tuttavia erano ripide, e svanivano nell’oscurità. Lui obbedì, ma attese sul secondo gradino mentre lei richiudeva la porta a chiave, poi aspettò che lei facesse strada con la lampada sollevata. L’ultima cosa che gli serviva era un ruzzolone.
«Fai spesso questo?» chiese, spostando Joline. Aveva smesso di piangere, ma era ancora aggrappata a lui, tremante. «Intendo, nascondere Aes Sedai?»
«Avevo udito delle voci secondo le quali c’era ancora una Sorella in città,» rispose comare Anan «e sono riuscita a trovarla prima che lo facessero i Seanchan. Non potevo lasciare una Sorella nelle loro mani.» Gli lanciò un’occhiataccia voltandosi appena, sfidandolo a dire il contrario. Mat voleva, ma non riusciva a far uscire le parole. Immaginò che lui avrebbe aiutato chiunque a sfuggire ai Seanchan, se avesse potuto, e aveva un debito verso Joline Maza.
La donna errante era una locanda ben fornita e il buio scantinato era grande. Dei passaggi si estendevano fra barili di vino e birra accatastati sui lati, grosse cassette di patate e di rape che si levavano dal pavimento di pietra, file di alti scaffali che contenevano sacchi di fagioli secchi, piselli e peperoni, cumuli di casse di legno che la Luce sapeva cosa contenessero. Pareva che ci fosse un po’ di polvere, ma l’aria aveva l’odore secco tipico dei buoni magazzini.
Mat notò i suoi vestiti, accuratamente piegati su uno scaffale sgombro — a meno che qualcun altro stesse conservando degli indumenti laggiù — ma non ebbe modo di guardarli. Comare Anan fece strada verso l’altra estremità dello scantinato, dove lui mise Joline su un barilotto rivoltato. Dovette aprirle a forza le braccia per lasciarla accoccolata lì. Piagnucolando, lei tirò fuori un fazzoletto dalla manica e se lo passò sugli occhi arrossati. Col viso coperto di macchie, non era proprio l’immagine di una Aes Sedai, a prescindere dal suo abito liso.
«Il suo coraggio è spezzato» disse comare Anan, mettendo la lampada su un barile anch’esso ribaltato, il turacciolo che non c’era più. Diversi altri barili vuoti erano sparsi sul pavimento dove altri erano stati rimossi, aspettando di tornare dal birraio. Era quanto di più simile a uno spazio sgombro avesse visto nello scantinato. «Si nasconde da quando sono arrivati i Seanchan. Negli ultimi giorni, i suoi Custodi l’hanno fatta spostare diverse volte quando i Seanchan decidevano di ispezionare un edificio, e non solo le strade. Abbastanza da spezzare il coraggio di chiunque, suppongo. Dubito che cercheranno di perlustrare qui, però.»
Pensando a tutti quegli ufficiali di sopra, Mat dovette ammettere che probabilmente lei aveva ragione. Tuttavia, era lieto di non essere lui a correre il rischio. Accovacciandosi di fronte a Joline, grugnì a una fitta di dolore che gli percorse la gamba. «Ti aiuterò se posso» disse. Come, non avrebbe saputo dirlo, ma c’era quel debito. «Ma devi essere grata di aver avuto tanta fortuna da evitarli per tutto questo tempo. Teslyn non è stata così fortunata.»
Strappandosi via dagli occhi il fazzoletto, Joline gli lanciò un’occhiataccia. «Fortuna?» sbottò con rabbia. Se non fosse stata una Aes Sedai, lui avrebbe detto che era imbronciata, col labbro inferiore proteso a quel modo.
«Sarei potuta fuggire! C’è stata tutta quella confusione il primo giorno, a quel che ne so. Ma ero priva di sensi. Fen e Blaeric sono riusciti a malapena a portarmi fuori dal palazzo prima che i Seanchan vi sciamassero dentro, e due uomini che trasportavano una donna incosciente attiravano troppa attenzione perché mi portassero da qualche parte vicino ai cancelli della città prima di essere catturati. Sono contenta che Teslyn sia stata presa!
Contenta! Mi ha somministrato qualcosa; ne sono sicura! Ecco perché Fen e Blaeric non sono riusciti a svegliarmi, perché sono rimasta a dormire in stalle e a nascondermi nei vicoli, con la paura che quei mostri mi trovassero. Le sta bene!»
Mat, a quell’invettiva, strabuzzò gli occhi. Dubitava di aver mai sentito prima tanto veleno in una voce, perfino in quegli antichi ricordi. Comare Anan si accigliò verso Joline e le sue mani si contrassero.
«Comunque, ti aiuterò per quanto posso» si affrettò a dire lui, alzandosi in modo da potersi muovere fra le due donne. Per come la vedeva, sarebbe stato proprio da comare Anan schiaffeggiare Joline, Aes Sedai o no, e Joline non sembrava dell’umore di considerare la possibilità che di sopra potesse esserci una damane che avvertisse ciò che lei poteva fare per rappresaglia. Era una semplice verità: il Creatore aveva fatto le donne in modo che agli uomini la vita non sembrasse troppo semplice. Come nella Luce poteva far uscire una Aes Sedai da Ebou Dar? «Sono in debito con te.»
Le sopracciglia di Joline si corrucciarono un poco. «In debito?»
«Il messaggio che mi chiedeva di avvertire Nynaeve ed Elayne» disse lentamente. Si umettò le labbra e aggiunse: «Quello che hai lasciato sul mio cuscino.»
Lei fece schioccare una mano per accantonare la questione, ma, con gli occhi fissi sul suo volto, non batté mai ciglio. «Tutti i debiti fra noi saranno saldati il giorno in cui mi aiuterai a uscire dalle mura della città, mastro Cauthon» disse lei in tono regale come una regina sul proprio trono. Mat deglutì forte. Quel messaggio era stato infilato in qualche modo nella tasca della sua giacca, non lasciato sul suo cuscino. E questo voleva dire che era in errore sulla persona con cui era in debito.
Si accomiatò senza mettere Joline di fronte alla sua menzogna — una menzogna perfino per aver soltanto lasciato passare il suo errore — e se ne andò senza dirlo neanche a comare Anan. Era un suo problema. Lo faceva star male. Desiderò non averlo mai scoperto.
Tornato al Palazzo di Tarasin, andò dritto agli appartamenti di Tylin e stese il suo mantello sopra una sedia perché si asciugasse. Una pioggia battente percuoteva le finestre. Mettendo il suo cappello sopra uno dei guardaroba intarsiati e dorati, con una salvietta si deterse faccia e mani e meditò se cambiarsi la giacca. La pioggia aveva inzuppato il mantello in più punti. La sua giacca era umida qua e là. Umida. Luce!
Borbottando dal disgusto, appallottolò la salvietta a strisce e la gettò sul letto. Si stava attardando, perfino sperando — solo un poco — che Tylin entrasse e pugnalasse la colonna del letto, in modo che lui potesse rimandare ciò che doveva fare. Ciò che doveva fare. Joline non gli aveva lasciato scelta.