La disposizione del palazzo era semplice, a pensarci bene. I servitori vivevano al livello inferiore, dove si trovavano le cucine, e alcuni negli scantinati. Il piano superiore conteneva le spaziose stanze pubbliche e i ristretti studioli dei funzionari, e il terzo piano appartamenti per ospiti meno importanti, per lo più occupati dai Seanchan del Sangue. Il piano più alto ospitava gli appartamenti di Tylin e stanze per ospiti più insigni, come Suroth, Tuon e pochi altri. Ma perfino i palazzi avevano solai di qualche tipo. Fermandosi ai piedi di una rampa di scale nascosta dietro un angolo innocuo dove non veniva notata, Mat trasse un profondo respiro prima di cominciare a salire lentamente. L’enorme stanza senza finestre in cima alle scale, dal soffitto basso e pavimentata con rozze assi, era stata sgombrata di qualunque cosa contenesse prima dei Seanchan e lo spazio era stato riempito con un reticolo di minuscole stanze di legno, ognuna con la propria porta chiusa. Semplici lampade su supporti di ferro illuminavano gli stretti corridoi in mezzo. La pioggia che batteva sulle tegole qui era più rumorosa, appena sopra la testa. Si fermò di nuovo sul gradino più alto e riprese a respirare quando fu certo di non udire alcun suono di passi. Una donna stava piangendo in una delle stanzette, ma non sarebbe apparsa nessuna sul’dam che avrebbe preteso di sapere cosa stesse facendo lassù. Probabilmente sarebbero venute a sapere che c’era stato, ma non dopo che lui avesse trovato ciò che gli serviva, se fosse stato rapido. Il problema era che non sapeva quale fosse la sua stanza. Si diresse verso la prima e aprì la porta quel tanto che bastava per sbirciare dentro. Una donna degli Atha’an Miere in abito grigio stava seduta su un lato di uno stretto giaciglio, le mani raccolte in grembo. Il letto e un lavabo completo di vaschetta e brocca, insieme a un minuscolo specchio occupavano la maggior parte della stanza. Diversi abiti grigi erano appesi alla parete. Il guinzaglio d’argento segmentato di un a’dam correva attraverso un anello del collare argenteo che aveva attorno alla sua gola e arrivava fino a un braccialetto d’argento fissato a un gancio sul muro. Così, poteva raggiungere ogni angolo della stanzetta. I piccoli fori dove erano stati i suoi anelli da orecchio e da naso non avevano ancora avuto il tempo di guarire. Sembravano ferite. Quando la porta si aprì, la sua testa si sollevò con un’espressione timorosa che lasciò spazio a uno sguardo interrogativo. E forse speranza.
Lui chiuse la porta senza dire una parola. Non posso salvarle tutte, pensò crudelmente. Non posso! Per la Luce, ma odiava questo.
Le porte successive rivelarono stanze identiche e altre tre donne del Popolo del Mare, una di loro che piangeva forte sul suo letto, e poi una bionda addormentata, tutte con i loro a’dam che si allungavano mollemente verso i ganci. Lui chiuse piano la porta come se stesse cercando di rubacchiare una delle torte di comare al’Vere proprio da sotto il suo naso. Forse la donna bionda non era seanchan, ma non aveva intenzione di correre il rischio. Una dozzina di porte più tardi, espirò profondamente per il sollievo e scivolò dentro, chiudendo la porta alle proprie spalle. Teslyn Baradon giaceva sul letto, il viso sepolto fra le mani. Solo i suoi occhi scuri si mossero, trafiggendolo. Non disse nulla; si limitò a guardarlo come se cercasse di perforargli il cranio.
«Tu hai infilato un messaggio nella tasca della mia giacca» disse lui piano. Le pareti erano sottili: poteva ancora sentire la donna piangere. «Perché?»
«Elaida vuole quelle donne tanto quanto ha mai voluto il bastone e la stola» disse Teslyn semplicemente, senza muoversi. La sua voce conservava ancora una certa asprezza, ma meno di quanto ricordasse. «In special modo Elayne. Desideravo... creare fastidi... a Elaida, se possibile. Che le aspettasse invano.» Emise una bassa risata pervasa di amarezza. «Ho perfino somministrato della radice biforcuta a Joline, in modo che non potesse interferire con quelle ragazze. E guarda dove mi ha portato. Joline è riuscita a fuggire, e io...» I suoi occhi si mossero di nuovo, verso il braccialetto d’argento che pendeva dal gancio.
Con un sospiro, Mat si appoggiò contro la parete accanto agli abiti che pendevano sui pioli. Lei sapeva cosa c’era nel messaggio, un avvertimento per Elayne e Nynaeve. Luce, ma lui sperava che non si trattasse di lei, che fosse stato qualcun altro a mettere quella dannata cosa nella sua tasca. Non era servito a molto, comunque. Sapevano entrambe che Elaida era sulle loro tracce. Il messaggio non aveva cambiato nulla! La donna non aveva esattamente cercato di aiutarle, a ogni modo, solo di... creare fastidi a Elaida. Mat poteva andarsene con la coscienza pulita. Sangue e ceneri! Non avrebbe mai dovuto parlarle. Ora che l’aveva davvero fatto...
«Cercherò di aiutarti a fuggire, se posso» disse con riluttanza. Lei rimase immobile sul letto. Né cambiarono la sua espressione o il suo tono di voce. Era come se stesse spiegando qualcosa di semplice e importante. «Perfino se riesci a rimuovere il collare, io non andrò molto lontano, forse nemmeno fuori dal palazzo. E se anch’io ce la facessi, nessuna donna in grado di incanalare può attraversare i cancelli della città a meno che non indossi un a’dam. Io stessa sono stata di guardia lì, e lo so.»
«Escogiterò qualcosa» borbottò lui, passandosi la mano fra i capelli. Escogitare qualcosa? Cosa? «Luce, sembra quasi che tu non voglia scappare.»
«Sei davvero serio» sussurrò lei, a voce tanto bassa che quasi lui non sentì. «Pensavo che fossi venuto solo per dileggiarmi.» Lentamente si mise a sedere, facendo dondolare i piedi verso il pavimento. Gli occhi di lei, penetranti, catturarono i suoi e la sua voce assunse un basso tono di urgenza.
«Se voglio scappare? Quando faccio qualcosa che li soddisfa, la sul’dam mi dà dei dolci. Mi ritrovo ad aspettare ardentemente quelle ricompense.»
La sua voce si fece affannata dal terrore. «Non perché mi piacciano i dolci, ma perché la sul’dam è stata soddisfatta.» Un’unica lacrima le colò dall’occhio. Inspirò profondamente. Se mi aiuti davvero a fuggire, farò qualunque cosa mi chiederai che non includa il tradimento verso l’Ajah Bia...» Chiuse i denti di scatto e si sedette dritta, guardando davanti a sé attraverso di lui. All’improvviso, annuì a sé stessa. «Aiutami a fuggire e farò qualunque cosa mi chiederai» disse.
«Farò quel che posso» le rispose. «Devo pensare a un modo.»
Lei annuì come se le avesse promesso di fuggire al crepuscolo. «C’è un’altra sorella tenuta prigioniera qui a palazzo. Edesina Azzedin. Deve venire con noi.»
«Un’altra?» disse Mat. «Pensavo di averne viste tre o quattro, te compresa. Comunque, non sono sicuro di poter far fuggire te, men che meno...»
«Le altre sono... cambiate.» La bocca di Teslyn si serrò. «Guisin e Mylen — io la conoscevo come Sheraine Catinelle, ma ora risponde solo al nome di Mylen — quelle due ci tradirebbero. Edesina è ancora sé stessa. Non la lascerò indietro, perfino se è una ribelle.»
«Ora ascolta,» disse Mat con un sorriso rassicurante «ho detto che ti aiuterò a fuggire, ma non riesco a vedere alcun modo in cui due di voi...»
«Ora sarà meglio che tu vada adesso» lo interruppe lei di nuovo. «Agli uomini non è consentito stare qui e, in ogni caso, se venissi scoperto susciteresti dei sospetti.» Guardandolo accigliata, arricciò il naso. «Sarebbe d’aiuto se non ti vestissi in modo tanto vistoso. Dieci Calderai ubriachi non attirerebbero tanta attenzione. Vai, ora. Svelto, vai!»
Lui se ne andò, borbottando fra sé. Era proprio da Aes Sedai. Offriti di aiutarla e, in men che non si dica, ti costringe a scalare un precipizio scosceso nel mezzo della notte per far evadere cinquanta persone da una segreta tutto da solo. Quello era stato un altro uomo, morto da lungo tempo, ma se lo ricordava, e calzava. Sangue e maledette ceneri! Già non sapeva come salvare una Aes Sedai e lei voleva che lui provasse a salvarne due!