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Svoltò l’innocuo angolo ai piedi delle scale e quasi andò a sbattere contro Tuon.

«I canili delle damane sono vietati agli uomini» disse lei, scrutandolo con sguardo freddo attraverso il suo velo. «Potresti venire punito solo per esserci entrato.»

«Stavo cercando una Cercavento, Somma Signora» si affrettò a dirle, facendo un inchino e ragionando più velocemente di quanto avesse mai fatto in vita sua. «Mi ha fatto un favore una volta, e pensavo che potesse gradire qualcosa dalle cucine. Pasticcini o cose del genere. Non l’ho vista, però. Suppongo non sia stata catturata quando...» Lasciò morire la frase, fissandola. La severa maschera di giudizio che la ragazza assumeva sempre come suo volto si era fusa in un sorriso. Era davvero bella.

«È molto gentile da parte tua» disse lei. «È bello sapere che sei gentile verso le damane. Ma devi stare attento. Ci sono uomini che arriverebbero a portarsi le damane a letto.» La sua bocca carnosa si contorse di disgusto.

«Di certo non desideri che qualcuno pensi che tu sia un pervertito.» L’espressione severa si posò di nuovo sul suo volto. Tutti i prigionieri sarebbero stati giustiziati immediatamente.

«Grazie per l’avvertimento, Somma Signora» disse lui, in tono un po’ incerto. Che genere di uomo voleva portare a letto una donna al guinzaglio?

Poi, per quanto la riguardava, lui scomparve. Tuon si mosse lievemente lungo il corridoio come se non vedesse nessuno. Per una volta, però, la Somma Signora non lo preoccupava affatto. Aveva una Aes Sedai nascosta nello scantinato della locanda La donna errante e due con guinzagli da damane che si aspettavano tutte che il dannato Mat Cauthon salvasse loro la pelle. Era sicuro che Teslyn avrebbe detto tutto questo a Edesina non appena ne fosse stata in grado. Tre donne che avrebbero potuto cominciare a farsi impazienti se non le avesse portate presto al sicuro. Alle donne piaceva chiacchierare, e quando parlavano a sufficienza si lasciavano sfuggire cose che sarebbe stato meglio non dire. Le donne impazienti parlavano ancora più delle altre. Non poteva sentire i dadi nella sua testa, ma riusciva quasi a udire il ticchettio di un orologio. E il rintocco dell’ora poteva essere l’ascia di un boia. Poteva pianificare battaglie nel sonno, ma quegli antichi ricordi non parevano essere molto d’aiuto. Aveva bisogno di un cospiratore, qualcuno abituato a complotti e ai ragionamenti contorti. Era tempo di far sedere Thom e fare una chiacchierata con lui. E con Juilin. Andando in cerca di uno dei due, cominciò inconsciamente a canticchiare Sono in fondo al pozzo. Be’, lo era, la notte scendeva e la pioggia veniva giù fitta. Come accadeva spesso, un altro nome fluttuò su da quei vecchi ricordi, una canzone della corte di Takedo, a Farashelle, annientata mille e più anni prima da Artur Hawkwing. Era straordinario come tutti gli anni trascorsi avessero ben poco modificato il motivo stesso. Allora era chiamato L’ultima resistenza a Mandenhar. In ogni caso, era dannatamente adatto.

20

Questioni di tradimento

Salendo ai ristretti canili proprio in cima al Palazzo di Tarasin, Bethamin teneva con attenzione la sua tavola per scrivere. Talvolta il tappo della boccetta di inchiostro si allentava e le macchie erano difficili da rimuovere dai vestiti. Si manteneva presentabile in ogni momento, come se fosse stata convocata ad apparire davanti a uno del Sommo Sangue. Mentre salivano le scale non parlò con Renna, che aveva l’incarico dell’ispezione con lei. Erano tenute a svolgere il compito loro affidato, non a chiacchierare inutilmente. Questa era parte della sua ragione. Dove altre si convincevano di essere complete con la loro damane preferita, strabuzzavano gli occhi agli strani panorami di questa terra e facevano congetture sulle ricompense che si potevano ottenere qui, lei si concentrava sui suoi doveri, chiedendo le marath’damane più difficili da domare all a’dam, lavorando il doppio rispetto a chiunque altro, e il doppio del tempo. La pioggia era cessata, infine, lasciando i canili in silenzio. Almeno le damane avrebbero fatto un po’ di esercizio, oggi — molte diventavano di malumore se venivano confinate nei canili troppo a lungo, e questi canili di fortuna erano decisamente ristretti — ma purtroppo lei non era stata assegnata alla passeggiata, oggi. Non era mai compito di Renna, anche se una volta era stata la miglior addestratrice di Suroth, e molto rispettata. Un po’ severa, alle volte, ma estremamente abile. Una volta tutti dicevano che sarebbe stata nominata der’sul’dam malgrado la sua giovane età. Ma le faccende erano cambiate. C’erano sempre più sul’dam che damane, tuttavia nessuno riusciva a ricordare Renna completa da Falme, lei o Seta, che Suroth aveva preso al proprio personale servizio dopo Falme. A Bethamin, come a chiunque, piaceva spettegolare davanti a un po’ di vino sul Sangue e su coloro che li servivano, tuttavia non azzardava mai un’opinione quando la chiacchierata si spostava su Renna e Seta. Pensava spesso a loro, però.

«Tu comincia dall’altro lato, Renna» ordinò. «Be’? Vuoi che venga fatto di nuovo rapporto su di te a Essonde per pigrizia?»

Prima di Falme, la donna più bassa era stata quasi insopportabile dalla fiducia in sé stessa, ma un muscolo si contrasse nella sua pallida guancia e lei rivolse a Bethamin uno smorto sorriso ossequioso prima di affrettarsi nell’intrico di stretti passaggi del canile, dandosi dei colpetti ai lunghi capelli come se temesse che fossero in disordine. Tutti, tranne gli amici più stretti di Renna, la tiranneggiavano almeno un po’, ripagandola per il suo precedente altezzoso orgoglio. Fare altrimenti avrebbe significato contraddistinguersi, qualcosa che Bethamin evitava di fare, se non in modi attentamente selezionati. I suoi stessi segreti erano sepolti in profondità, e manteneva il silenzio su questioni di cui nessuno sapeva che lei fosse al corrente, ma voleva fissare nella mente di ognuno che Bethamin Zeami era l’immagine della perfetta sul’dam. L’assoluta perfezione era ciò a cui mirava, in sé stessa e nella damane che addestrava.

Si accinse alla sua ispezione con brio ed efficienza, controllando che le damane avessero tenuto pulite le celle singole e la propria persona, facendo una breve notazione nella sua calligrafia in cima alla pagina appuntata sulla tavola per scrivere quando qualcuna non l’aveva fatto, e non si attardò, tranne che per consegnare dolci ad alcune che stavano andando particolarmente bene nell’addestramento. Molte di coloro con cui lei era stata completa salutarono il suo ingresso con sorrisi perfino mentre si inchinavano. Che provenissero dall’impero o da questa parte dell’oceano, sapevano che era severa ma giusta. Altre non sorrisero. Per la maggior parte, le damane degli Atha’an Miere la fissarono con volti impassibili scuri come il suo, o cupa collera che sembravano credere di riuscire a nascondere. Lei non annotò la loro collera per una punizione, come avrebbero fatto alcune. Pensavano ancora di opporre resistenza, ma inopportune richieste di riavere i loro vistosi gioielli erano già una cosa del passato, e si inginocchiavano e parlavano in modo opportuno. Un nuovo nome era un utile espediente coi casi più difficili: creava una rottura con ciò che era ormai finito e svanito, e loro rispondevano a quello, seppur con riluttanza. La riluttanza sarebbe scomparsa, insieme ai loro sguardi corrucciati, e alla fine si sarebbero a malapena ricordate di aver avuto altri nomi. Era uno schema familiare e sicuro come il sorgere del sole. Alcune accettavano immediatamente e altre si facevano prendere dallo shock quando si rendevano conto di cosa erano. C’era sempre una manciata che cedeva malvolentieri nel corso dei mesi, mentre con altre un giorno strillavano protestando che era stato fatto un terribile errore, che non avrebbero mai potuto fallire gli esami, e il giorno dopo giungeva l’accettazione e la calma. Da questo lato dell’oceano i dettagli differivano, ma qui o nell’impero il risultato finale rimaneva lo stesso.