Per due delle damane fece delle annotazioni che non avevano nulla a che fare con la pulizia. Su Zushi, una damane degli Atha’an Miere più alta perfino di lei, mise una nota perché fosse fustigata. Il suo abito era sgualcito, i suoi capelli spettinati, il letto disfatto. Ma la sua faccia era gonfia per il pianto e non si era neanche inginocchiata, che una nuova serie di singhiozzi la scosse, le lacrime le colavano lungo le guance. L’abito grigio che le calzava tanto a pennello ora pendeva mollemente, e all’inizio non era stata nemmeno grassoccia. Bethamin stessa aveva nominato Zushi, e provava una preoccupazione speciale. Sganciando la sua penna dalla punta d’acciaio, la intinse e scrisse una nota, proponendo che Zushi venisse trasferita dal palazzo a qualche posto dove potesse essere tenuta in un canile doppio con una damane dell’impero, preferibilmente un’esperta nello stringere amicizia con damane a cui era stato appena messo il collare. Presto o tardi, quello metteva sempre fine alle lacrime. Non era sicura che Suroth l’avrebbe permesso, però. Suroth aveva reclamato queste damane per l’imperatrice, ovviamente — chiunque possedesse personalmente un decimo di un tal numero di damane sarebbe stato sospettato o perfino accusato di complottare una ribellione — tuttavia si comportava come se fossero sua proprietà. Se Suroth non l’avesse permesso, bisognava trovare un altro modo. Bethamin si rifiutava di perdere una damane per scoraggiamento. Si rifiutava di perdere una damane per qualunque ragione! La seconda a ricevere un commento speciale fu Tessi, e lei qui non si aspettava obiezioni.
La damane illianese si inchinò con grazia, le mani conserte, non appena Bethamin aprì la porta. Il suo letto era rifatto, i suoi altri abiti grigi erano appesi per bene ai loro pioli, la spazzola e il pettine erano in ordine sul suo lavabo e il pavimento era stato spazzato. Bethamin non si aspettava niente di meno. Tessi era stata ordinata fin dall’inizio. Si stava rimpolpando per bene ora che aveva imparato a ripulire il piatto. A parte i dolcetti, le diete delle damane erano regolate rigidamente: una damane malaticcia era uno spreco. Tessi non sarebbe mai stata adornata con nastri per partecipare alle gare per la damane più bella, però. Il suo volto sembrava in perpetua collera perfino a riposo. Ma oggi esibiva un lieve sorriso che Bethamin era sicura avesse assunto prima che lei entrasse. Tessi non era una da cui si aspettasse sorrisi, non ancora.
«Come si sente la mia piccola Tessi oggi?» chiese.
«Tessi si sente molto bene» rispose la damane senza difficoltà. Prima aveva sempre dovuto fare uno sforzo per parlare in modo appropriato, e solo ieri si era guadagnata la sua più recente fustigazione per essersi apertamente rifiutata di farlo. Tastandosi il mento pensierosa, Bethamin studiò la damane inginocchiata. Era diffidente di ogni damane che si era chiamata Aes Sedai. La storia la affascinava, e aveva perfino letto traduzioni dalla miriade di linguaggi che erano esistiti prima del Consolidamento. Quegli antichi governanti si dilettavano nel loro dominio sanguinario e capriccioso, e gioivano a mettere per iscritto come erano arrivati al potere e avevano schiacciato gli Stati vicini e scalzato altri sovrani. Molti erano morti assassinati, spesso per mano dei loro stessi eredi o seguaci. Sapeva molto bene com’erano le Aes Sedai.
«Tessi è una brava damane» mormorò in tono appassionato, prendendo una delle caramelle dal cartoccio nel borsello che aveva alla cintura. Tessi si sporse in avanti per prenderle e baciarle la mano come ringraziamento, ma il sorriso vacillò un poco, anche se le tornò quando le infilò in bocca la caramella rossa. Dunque, era così, vero? Fingere di accettare per calmare le sul’dam non era insolito, ma dato ciò che Tessi era stata, molto probabilmente stava progettando anche di fuggire. Tornata nello stretto corridoio, Bethamin scrisse una nota, proponendo che l’addestramento di Tessi venisse raddoppiato di nuovo, insieme ai suoi castighi, e le sue ricompense fossero sporadiche, in modo che non potesse mai essere certa che perfino la perfezione non le fruttasse neanche una pacca sulla spalla. Era un metodo duro, uno che normalmente lei evitava, ma per qualche ragione trasformava in un tempo straordinariamente breve perfino la marath’damane più recalcitrante in una duttile damane. Produceva anche le damane più sottomesse. Non le piaceva spezzare lo spirito di una damane, tuttavia era necessario che Tessi venisse spezzata per l’ a’dam in modo da dimenticare il passato. Per questo sarebbe stata più felice, alla fine.
Finendo prima di Renna, Bethamin attese ai piedi delle scale finché l’altra sul’dam non scese. «Porta questo a Essonde quando le dai il tuo» disse, ficcando la sua tavola per scrivere in mano a Renna prima che scendesse l’ultimo gradino. In modo non sorprendente, Renna accettò quel compito tanto umilmente come aveva accettato il precedente ordine, e si affrettò ad allontanarsi scrutando l’altra tavola per scrivere come chiedendosi se nelle pagine vi fosse un rapporto su di lei. Era una donna molto diversa da quella che era stata a Falme. Dopo essere andata a prendere il suo mantello e aver lasciato il palazzo, Bethamin intendeva tornare alla locanda dove era stata costretta a dividere un letto con altre due sul’dam, ma solo per il tempo che serviva a prendere qualche moneta dal suo scrigno. L’ispezione era l’unico suo compito di oggi e aveva il resto delle ore per sé. Tanto per cambiare, invece di cercare incarichi aggiuntivi, le avrebbe passate a comprare dei ricordini. Forse uno di quei coltelli che le donne del luogo portavano al collo, se riusciva a trovarne uno senza le gemme sul manico che a loro parevano piacere tanto. E oggetti laccati, ovviamente: qui erano ben fatti come nell’impero e i disegni erano così... stravaganti. Fare compere sarebbe stato rilassante. Aveva bisogno di rilassarsi.
Il selciato della Mol Hara luccicava ancora per l’umidità della pioggia mattutina e un piacevole odore di sale riempiva l’aria, ricordandole del villaggio del mare di L’Heye dove era nata, anche se il freddo gelido le fece stringere forte il mantello attorno a sé. Non aveva mai fatto così freddo ad Abunai, e non ci si era mai abituata, per quanto avesse viaggiato lontano. I pensieri di casa non furono di alcun conforto, però. Mentre procedeva attraverso le strade affollate, Renna e Seta riempivano le sue riflessioni fino al punto da farla andare a sbattere contro le persone; una volta camminò proprio di fronte al convoglio di carri di un mercante che stava lasciando la città. L’urlo di un carrettiere catturò la sua attenzione e lei fece un balzo all’indietro giusto in tempo. Il carro si mosse lungo il selciato nel punto dove lei si sarebbe trovata e la donna che brandiva la frusta non la degnò neanche di uno sguardo. Questi forestieri non avevano idea del rispetto che era dovuto a una sul’dam.
Renna e Seta. Tutti quelli che erano stati a Falme ave vano ricordi che volevano dimenticare, ricordi di cui non parlavano tranne quando bevevano troppo. Anche lei, ma i suoi non erano per lo shock di combattere fantasmi riconoscibili usciti dalle leggende, o l’orrore della sconfitta, o visioni folli nel cielo. Quanto spesso aveva desiderato di non essere andata di sopra quel giorno? Se solo non si fosse domandata come si stava comportando Tuli, la damane con quella meravigliosa capacità coi metalli. Ma aveva guardato nel canile di Tuli. E aveva visto Renna e Seta che cercavano freneticamente di rimuoversi l’ a’dam l’una dal collo dell’altra, strillando dal dolore, barcollando in ginocchio dalla nausea e ancora armeggiando coi collari. Il vomito macchiava il davanti dei loro abiti. Nella loro frenesia, non avevano notato lei che indietreggiava, colta dal terrore. Non semplicemente terrore nel vedere due sul’dam che si rivelavano delle marath’damane, ma il suo improvviso terrore personale. Spesso pensava di poter vedere i flussi delle damane, e poteva sempre percepire la presenza di una damane e conoscerne la forza. Molte sul’dam potevano farlo: tutti sapevano che proveniva da una lunga esperienza nel maneggiare l’ a’dam. Tuttavia la vista di quella coppia in preda alla disperazione suscitava pensieri non voluti, dando un aspetto diverso e terrificante a ciò che lei aveva sempre accettato. Vedeva quasi i flussi o li vedeva davvero? Talvolta pensava anche di percepire l’incanalare. Perfino le sul’dam dovevano sottoporsi alla prova annuale fino al loro venticinquesimo compleanno, e lei l’aveva superata fallendo ogni volta. Solo... Q sarebbe stata una nuova prova dopo che Renna e Seta fossero state scoperte, una nuova prova per individuare le marath’damane che in qualche modo avevano eluso la prima. Di fronte a un tale colpo l’impero stesso avrebbe potuto tremare. E con l’immagine di Renna e Seta che le bruciava nella mente, aveva concluso con totale certezza che, dopo quelle prove, Bethamin Zeami non sarebbe più stata una cittadina rispettata. Invece, una damane di nome Bethamin avrebbe servito l’impero. La vergogna si condensava nella sua quiete. Aveva messo le paure personali davanti alle esigenze dell’impero, davanti a tutto ciò che sapeva essere giusto, vero e buono. La battaglia e l’incubo erano giunti a Falme, ma lei non si era affrettata a completarsi con una damane e a unirsi alle sue file. Invece, aveva sfruttato la confusione per procurarsi un cavallo e fuggire, scappando più forte e più lontano che poteva. Si rese conto di essersi fermata, fissando la vetrina di una sartoria senza davvero vedere cosa c’era dentro. Non che lo volesse. L’abito blu coi suoi riquadri rossi col simbolo del fulmine era l’unico vestito che avesse pensato di indossare da anni. E di certo non avrebbe indossato qualcosa che la mettesse in mostra in modo tanto indecente. Con le gonne che le turbinavano attorno alle caviglie, continuò a camminare, ma non riuscì a scacciare Renna e Seta dai suoi pensieri, o Suroth.