L’identità dell’uomo la preoccupava, però. Di certo non aveva riconosciuto la descrizione. Con tutta probabilità, era venuto per le indagini che lei stava facendo, ma, se era così, se era stato in grado di rintracciarla qui, allora non era stata sufficientemente discreta. Forse si era comportata anche in maniera azzardata. Tuttavia, sperava che tornasse. Aveva bisogno di sapere. Ne aveva bisogno!
Quando aprì la porta della sua camera, si immobilizzò. Impossibile: il suo scrigno di ferro era appoggiato sul letto e il coperchio era spalancato. Aveva una serratura molto buona, e l’unica chiave si trovava sul fondo del borsellino che teneva alla cintura. Il ladro era ancora lì e, stranamente, stava sfogliando il suo diario! Per la Luce, com’era riuscito quell’uomo a superare la sorveglianza di comare Shoran?
La paralisi durò solo un istante. Estraendo il suo pugnale dal fodero, aprì la bocca per urlare aiuto.
L’espressione del tizio non cambiò mai, né cercò di fuggire o attaccarla. Si limitò a prendere qualcosa di piccolo dalla tasca e lo tenne in alto dove lei poteva vederlo, e il respiro si fece piombo nella sua gola. Stordita, rimise goffamente il pugnale nel fodero e allargò le mani per mostrargli che non aveva alcuna arma e non stava tentando di prenderne una. Il tale aveva in mano una placca d’avorio bordata d’oro, intarsiata con un corvo e una torre. All’improvviso vide davvero l’uomo, biondo e di mezza età. Forse era bello, come aveva detto comare Shoran, ma solo una pazza avrebbe pensato a un Cercatore della Verità in quel modo. Grazie alla Luce non aveva annotato nulla di pericoloso nel suo diario. Ma lui doveva sapere. Aveva chiesto di lei per nome. Oh, Luce, doveva sapere!
«Chiudi la porta» disse lui con calma, rimettendosi in tasca la placca, e lei obbedì. Voleva fuggire. Voleva implorare pietà. Ma era un Cercatore, perciò lei rimase lì, tremante. Con sua sorpresa, lui rimise il suo diario nello scrigno e fece un gesto verso l’unica sedia della stanza. «Siediti. Non c’è bisogno che tu stia scomoda.»
Lentamente, lei appese il suo mantello e si sistemò sulla sedia, per una volta non curandosi di quanto lo strano schienale a foggia di scala fosse scomodo. Non cercò di nascondere i propri brividi. Perfino uno del Sangue, o anche del Sommo Sangue, poteva tremare a essere interrogato da un Cercatore. Aveva una piccola speranza. Lui non le aveva semplicemente ordinato di accompagnarlo. Forse, dopotutto, non sapeva.
«Hai fatto domande su un capitano di nave chiamato Egeanin Sarna» disse. «Perché?»
La speranza vacillò con un tonfo che sentì abbattersi nel petto. «Stavo cercando una vecchia amica» fremette. Le migliori menzogne contenevano sempre quanta più verità possibile. «Eravamo a Falme insieme. Non so se sia sopravvissuta.» Mentire a un Cercatore era tradimento, ma lei lo aveva già commesso la prima volta quando aveva disertato nel corso della battaglia a Falme.
«È viva» tagliò corto lui. Si sedette a un’estremità del letto senza distogliere gli occhi da lei. Erano azzurri e le facevano venire voglia di riavere il suo mantello. «È un’eroina, un capitano dei verdi e ora si chiama lady Egeanin Tamarath. La sua ricompensa dalla Somma Signora Suroth. Anche lei è qui a Ebou Dar. Tu rinnoverai la tua amicizia con lei. E mi riferirai chi vede, dove va, quello che dice. Tutto.»
Bethamin serrò le mascelle per impedirsi di prorompere in una risata isterica. Il suo obiettivo era Egeanin, non lei. Lode alla Luce! Lode alla Luce nella sua infinita pietà! Lei aveva solo voluto sapere se la donna era ancora viva, se avesse dovuto prendere precauzioni. Egeanin l’aveva liberata una volta, tuttavia nei dieci anni precedenti a quell’evento in cui Bethamin l’aveva conosciuta, era stata un modello di virtù. Era sempre parso possibile che si pentisse di quella aberrazione, a prescindere dal costo per sé stessa ma, meraviglia delle meraviglie, non l’aveva fatto. Ed era lei l’obiettivo del Cercatore, non... Possibilità si levarono di fronte a lei, certezze, e non voleva più ridere. Invece si umettò le labbra.
«Come...? Come posso rinnovare la nostra amicizia?» Comunque non era mai stata un’amicizia, solo una conoscenza, ma ora era troppo tardi per dirlo. «Tu mi dici che è stata elevata a Sangue. Qualunque apertura deve provenire da lei.» La paura le dava coraggio. E la gettava nel panico proprio come a Falme. «Perché hai bisogno che ti faccia da Ascoltatore? Puoi prenderla per interrogarla in qualunque momento decidi.» Si morse l’interno della guancia per arrestare la propria lingua. Per la Luce, non voleva che lui agisse in quel modo. I Cercatori erano la mano segreta dell’imperatrice, che potesse vivere per sempre; nel nome dell’imperatrice, poteva porre sotto interrogatorio perfino Suroth o la stessa Tuon. Vero, sarebbe morto in modo orribile se si fosse scoperto che era in errore, ma il rischio era insignificante con Egeanin. Era solo del basso Sangue. Se lui avesse posto sotto interrogatorio Egeanin...
Con sua sorpresa, invece di ordinarle semplicemente di ubbidire, lui sedette lì a studiarla. «Spiegherò alcune cose» disse, e questa fu una sorpresa ancor più grande. I Cercatori non spiegavano mai, a quanto sapeva. «Tu non sei di alcuna utilità a me o all’impero, a meno che tu non sopravviva, e non sopravviverai se non riesci a capire cosa ti trovi davanti. Se riveli a qualcuno una parola di ciò che ti dico, sognerai la Torre dei Corvi come una tregua. Ascolta e impara. Egeanin era stata mandata a Tanchico prima che la città cadesse nelle nostre mani, nel tentativo, tra le altre cose, di trovare le sul’dam che erano state lasciate indietro a Falme. Stranamente, non ne trovò nessuna, a differenza di altre come quelle che hanno aiutato il tuo stesso ritorno. Invece, Egeanin assassinò la sul’dam che aveva trovato. Le ho mosso io stesso l’accusa, e lei non si è preoccupata di negarlo. Non si è dimostrata oltraggiata o nemmeno indignata. Inoltre, ha avuto frequentazioni segrete con le Aes Sedai.» Disse il nome in tono piatto, non col normale disgusto ma piuttosto come un’accusa. «Quando lasciò Tanchico, stava viaggiando su una nave comandata da un uomo di nome Bayle Domon. Lui aveva creato dei fastidi per il fatto che la sua nave fosse stata abbordata e presa come nostra proprietà. Egeanin lo comprò e lo rese immediatamente so’jhin, perciò è evidente che in qualche modo sia importante per lei. È interessante come abbia portato quello stesso uomo al Sommo Signore Turak a Falme. Domon si guadagnò la stima del Sommo Signore fino al punto che quel tizio veniva spesso invitato a conversare con lui.» Fece una smorfia. «Hai del vino? O del brandy?»
Bethamin ebbe un sussulto. «Lona ha una fiasca di brandy del luogo, penso. Non è un granché...»
Lui le ordinò di versargli comunque una coppa e lei si affrettò a obbedire. Voleva che continuasse a parlare: qualunque cosa pur di ritardare l’inevitabile. Lei sapeva per certo che Egeanin non aveva ucciso delle sul’dam, tuttavia la sua prova l’avrebbe condannata a condividere l’amaro fato di Renna e Seta. Se era fortunata e se questo Cercatore vedeva il suo compito per l’impero allo stesso modo di Suroth. Lui scrutò nella sua coppa di peltro, facendo mulinare lo scuro brandy di mele mentre lei si sedeva di nuovo.
«Il Sommo Signore Turak era un grand’uomo» mormorò. «Forse uno dei più grandi che l’impero abbia mai visto. Un peccato che i suoi so’jhin abbiano deciso di seguirlo nella morte. Onorevole da parte loro, ma rende impossibile essere sicuri che Domon fosse nel gruppo che assassinò il Sommo Signore.» Bethamin trasalì. Talvolta qualcuno del Sangue moriva per mano di qualcun altro, certo, ma la parola ‘assassinio’ non veniva mai utilizzata. Il Cercatore continuò, ancora scrutando nella sua coppa senza bere. «Il Sommo Signore mi aveva ordinato di sorvegliare Suroth. Sospettava che fosse un pericolo per l’impero stesso. Parole sue. E, con la sua morte, lei è riuscita a ottenere il comando dei Predecessori. Non ho prove che sia stata lei a ordinarne la morte, ma vi sono molti particolari significativi. Suroth portò una damane a Falme, una giovane donna che era Aes Sedai,» di nuovo il nome era piatto e duro «e che in qualche modo riuscì a fuggire il giorno stesso in cui Turak morì. Suroth ha anche nella sua cerchia una damane che una volta era Aes Sedai. Non è stata mai vista senza collare, ma...» Scrollò le spalle, come se si trattasse di una cosa senza importanza. Bethamin strabuzzò gli occhi. Chi avrebbe tolto il collare a una damane? Una damane ben addestrata era un piacere e una gioia, ma sarebbe stato come togliere il guinzaglio a un grolm ubriaco! «Sembra molto probabile che abbia anche una marath’damane nascosta fra la sua proprietà» proseguì lui, come se non stesse elencando crimini che rasentavano il tradimento. «Ritengo che Suroth abbia dato l’ordine di uccidere le sul’dam che erano riuscite a raggiungere Tanchico, forse con lo scopo di nascondere gli incontri di Egeanin con le Aes Sedai. Voi sul’dam dite sempre di poter riconoscere una marath’damane soltanto vedendola, giusto?»