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«Ho pensato» cominciò Bethamin. Non le sarebbero più rimaste delle labbra se non avesse smesso di leccarsele. «Mia signora, se al Cercatore... capitasse un incidente... forse il pericolo morirebbe con lui.» Luce, la donna credeva in questo intrigo contro il Trono di Cristallo ed era pronta a lasciar correre per salvarsi la pelle. Egeanin si alzò e la sul’dam non ebbe altra scelta che seguirla. «Ci penserò, Bethamin. Verrai a trovarmi ogni giorno in cui sei libera. È ciò che il Cercatore si aspetta. Finché non avrò preso una decisione, non farai nulla. Mi capisci? Nulla tranne i tuoi compiti, e quello che io ti dirò.» Bethamin capiva. Era così sollevata che qualcun altro si stesse occupando del pericolo che si inginocchiò di nuovo e baciò la mano di Egeanin. Quasi cacciando a forza la donna dalla stanza, Egeanin chiuse la porta, poi scagliò la sua coppa nel caminetto. Questa colpì i mattoni e rimbalzò, rotolando lungo il piccolo tappeto sul pavimento. Si era scheggiata. Suo padre le aveva dato quel set di coppe quando lei aveva ottenuto il suo primo comando. Tutte le forze sembravano averla abbandonata. Il Cercatore aveva intrecciato raggi lunari ed eventi casuali in un cappio per il suo collo. Sempre che invece non venisse resa proprietà. A quella possibilità un brivido la percorse. Qualunque cosa facesse, il Cercatore la teneva in trappola.

«Posso ucciderlo.» Bayle si torceva le grandi mani. «È un uomo magro, da quel che ricordo. Abituato al fatto che tutti obbediscono ai suoi ordini. Non si aspetterà che qualcuno gli spezzi il collo.»

«Non riuscirai mai a trovarlo, Bayle. Non la incontrerà due volte nello stesso posto, e anche se tu la seguissi giorno e notte, è probabile che lui sarà travestito. Non puoi uccidere ogni uomo con cui parla.»

Irrigidendo la schiena, lei si diresse al tavolo dove si trovava il suo scrittoio e lo aprì. Lo scrittoio intagliato con delle onde, col suo calamaio di vetro con montatura in argento e una boccetta di sabbia sempre in argento, era stato il dono da parte di sua madre per il suo primo comando. I fogli di carta sottile, ordinatamente impilati, recavano il sigillo che le era appena stato concesso, una spada e un’ancora impigliata. «Scriverò il tuo affrancamento,» disse, intingendo il pennino d’argento «e ti darò abbastanza soldi per ottenere un passaggio.» La penna scivolò sulla pagina: aveva sempre avuto una buona mano. Le registrazioni del diario di bordo dovevano essere leggibili. «Non abbastanza per comprare una nave,temo, ma dovrà bastarti. Partirai sulla prima imbarcazione disponibile. Rasati il resto della testa e non dovresti avere problemi. È ancora sorprendente vedere uomini calvi che non indossano parrucche, ma finora sembra che nessuno...» Rimase a bocca aperta mentre Bayle faceva scivolare il foglio da sotto la sua penna.

«Se mi liberi, non puoi darmi ordini» disse. «Inoltre, devi assicurarti che io possa mantenermi, se mi liberi.» Gettò la pagina nel fuoco e osservò mentre si anneriva e si arricciava. «Una nave, hai detto, e dovrai tener fede alla tua parola.»

«Ascoltami bene» disse lei nella sua miglior voce da cassero, ma su di lui non fece alcuna impressione. Doveva essere per via di quel maledetto abito.

«Ti serve un equipaggio» disse lui sovrastando le sue parole «e posso trovartene uno, perfino qui.»

«A cosa mi serve un equipaggio? Non ho una nave. E anche se l’avessi, dove potrei navigare in modo che il Cercatore non possa trovarmi?»

Bayle scrollò le spalle come se quello non avesse importanza. «Un equipaggio, come prima cosa. Ho riconosciuto quel giovane nelle cucine, quello con la ragazza sulle ginocchia. Smetti di fare smorfie. Non c’è nulla di male in qualche bacio.»

Lei si raddrizzò, pronta a rimetterlo in riga con fermezza. Era accigliata, non stava facendo smorfie; quei due si stavano palpando in pubblico come animali, e lui era sua proprietà! Non poteva parlarle in questo modo!

«Il suo nome è Mat Cauthon» proseguì Bayle perfino mentre lei apriva la bocca. «A giudicare dai suoi vestiti, ha fatto strada nel mondo, e molta. La prima volta che lo vidi aveva una giacca da contadino e stava sfuggendo ai Trolloc in un posto di cui perfino i Trolloc hanno paura. L’ultima volta mezza città di Whitebridge stava bruciando, o quasi, e un Myrddraal stava cercando di uccidere lui e i suoi amici. Non l’ho visto coi miei occhi, ma non faccio fatica a crederci. Ogni uomo che riesce a sopravvivere a Trolloc e Myrddraal è utile, penso. Specialmente ora.»

«Qualche giorno» borbottò lei «ho proprio voglia di vedere alcuni di questi Trolloc e Myrddraal di cui vai parlando.» Quelle cose non potevano essere terrificanti la metà di come le descriveva.

Lui sogghignò e scosse il capo. Sapeva ciò che lei pensava su questa cosiddetta progenie dell’Ombra. «Ancora meglio, il giovane mastro Cauthon aveva dei compagni sulla mia nave. Uomini ottimi per questa situazione. Uno lo conosci. Thom Merrilin.»

Egeanin trattenne il fiato. Merrilin era un vecchio astuto. Un vecchio pericoloso. Ed era stato con quelle due Aes Sedai quando lei aveva incontrato Bayle. «Bayle, c’è una cospirazione? Dimmelo. Per favore.» Nessuno diceva ‘per favore’ alla sua proprietà, nemmeno ai so’jhin. A meno che non volesse qualcosa molto fortemente, comunque.

Scuotendo di nuovo la testa, lui appoggiò una mano sulla mensola di pietra del camino e si accigliò verso le fiamme. «Le Aes Sedai tramano così come i pesci nuotano. Potrebbero complottare con Suroth, ma la domanda è: lei potrebbe complottare con loro? L’ho vista guardare le damane come se fossero cani rognosi con le pulci e pieni di malattie. Potrebbe anche solo parlare a una Aes Sedai?» Alzò lo sguardo, e i suoi occhi erano limpidi e schietti, non nascondevano nulla. «Dico la verità. Sulla tomba di mia madre, non so di nessun complotto. Ma anche se sapessi che ce ne sono dieci, impedirei comunque che quel Cercatore o chiunque altro ti facesse del male, a qualunque costo.» Era il genere di cose che ogni leale so’jhin avrebbe potuto dire. Be’, nessun so’jhin di cui lei aveva mai sentito parlare sarebbe stato così diretto, ma il modo di pensare era lo stesso. Solo, lei sapeva che non era questo il suo caso, non avrebbe mai potuto esserlo.

«Grazie, Bayle.» Una voce ferma era indispensabile per comandare, ma fu orgogliosa che la sua voce lo fosse ora. «Trova questo mastro Cauthon, e Thom Merrilin, se riesci. Forse si può fare qualcosa.»

Lui non si inchinò prima di lasciare il suo cospetto, ma lei non prese nemmeno in considerazione l’ipotesi di rimproverarlo. Non aveva nemmeno intenzione di lasciare che il Cercatore la prendesse. Qualunque cosa per fermarlo. Era una decisione che aveva raggiunto prima di congedare Bethamin. Riempì di brandy la coppa sbeccata fino all’orlo, intenzionata a ubriacarsi tanto da non riuscire a pensare, ma invece si sedette a scrutare nel liquido scuro senza toccarne una goccia. Qualunque cosa fosse necessaria. Luce, non era migliore di Bethamin! Ma saperlo non cambiava nulla. Qualunque cosa.

22

Dal nulla

Il mercato Amhara era uno dei tre di Far Madding dove ai forestieri era consentito commerciare ma, a dispetto del nome, l’enorme piazza non aveva affatto l’aspetto di un mercato e non c’erano bancarelle o esposizioni di merci. Alcune persone a cavallo, una manciata di portantine sostenute da uomini in livrea colorata e l’occasionale carrozza con le cortine tirate si facevano strada attraverso una folla rada ma indaffarata che si poteva vedere in qualunque grande città. Molti di loro erano ben avvolti nei propri mantelli contro il vento mattutino che soffiava dal lago che circondava la città, ed era più il freddo a farli sbrigare che non qualche affare urgente. Attorno alla piazza, come negli altri due mercati per forestieri, gli alti edifici di pietra dei banchieri stavano fianco a fianco con locande di pietra dai tetti di ardesia dove i mercanti stranieri alloggiavano e con massicci magazzini di pietra senza finestre dove i loro beni venivano conservati, tutti mescolati fra stalle di pietra e cortili per i carri dai muri di pietra. Far Madding era una città di pareti di pietra e tetti d’ardesia. In questo periodo dell’anno, le locande erano piene per un quarto, nella migliore delle ipotesi, e i magazzini e i cortili per i carri ancora più vuoti. Una volta giunta la primavera, il commercio si sarebbe rianimato, però, e i mercanti avrebbero pagato il triplo per qualunque spazio fossero riusciti a trovare. Su un tondo piedistallo al centro della piazza si ergeva una statua di marmo di Savion Amhara, alta qualche spanna e orgogliosa in vesti bordate di pelliccia sempre di marmo, con elaborate collane della sua carica attorno al suo collo anch’esse di marmo. Il suo volto era austero sotto il diadema ingioiellato della Prima Consigliera, e la sua mano destra afferrava saldamente l’elsa di una spada, la sua punta poggiata fra le sue scarpette, mentre la mano sinistra sollevata puntava un dito in ammonimento verso la Porta di Tear, a circa tre quarti di miglio di distanza. Far Madding dipendeva da mercanti provenienti da Tear, Illian e Caemlyn, ma l’Alto Consesso era sempre cauto coi forestieri e le loro strane usanze corruttrici. Una delle guardie cittadine, con elmo di acciaio e giubba di cuoio con delle piastre metalliche quadrate cucite sopra e una mano dorata sulla spalla destra, era in piedi sotto la statua e usava una lunga asta flessibile per cacciar via piccioni grigi dalle ali nere. Savion Amhara era una delle tre donne più rispettate nella storia di Far Madding, anche se nessuna di loro era conosciuta molto oltre le sponde del lago. Due uomini della città erano menzionati in ogni storia del mondo, anche se, quando erano nati, questa si chiamava Aren Mador per uno e Fel Moreina per l’altro, ma Far Madding faceva del suo meglio con fervore per dimenticare Raolin Darksbane e Yurian Stonebow. In un certo senso, erano quei due uomini la ragione per cui Rand era a Far Madding.