Rand svoltò l’angolo per entrare nel vicolo e trovò Rochaid ad attenderlo. Il Murandiano aveva di nuovo il mantello gettato all’indietro ed entrambe le mani sull’elsa della sua spada. Il vincolo di pace di Far Madding intesseva elsa e fodero all’interno di una rete intricata di fili. Lui esibiva un sorrisetto scaltro. «Hai abboccato come un piccione» disse, cominciando a estrarre la spada. I filamenti erano stati tagliati, poi riparati in modo da apparire ancora integri a un’occhiata casuale. «Fuggi, se vuoi.»
Rand non fuggì. Invece fece un passo in avanti, spingendo con forza la sua mano sinistra sull’estremità dell’elsa della spada di Rochaid, intrappolando la lama ancora per metà nel fodero. Gli occhi dell’uomo si sgranarono dalla sorpresa, tuttavia non si rese conto che l’essersi soffermato a gongolare l’aveva già ucciso. Si mosse all’indietro, cercando di ottenere spazio per sguainarla del tutto, ma Rand lo segui con un movimento fluido, tenendo la spada intrappolata, e ruotò sul fianco, conficcando forte le nocche guantate nella gola di Rochaid. La cartilagine scricchiolò rumorosamente e il rinnegato poté dimenticarsi di uccidere chiunque. Barcollando all’indietro, con gli occhi fissi e strabuzzati, si portò entrambe le mani alla gola e cercò disperatamente di far passare l’aria attraverso la trachea spezzata. Rand stava già partendo con il colpo decisivo, sotto lo sterno, quando un sussurro provenne da dietro di lui, e all’improvviso la provocazione di Rochaid assunse un nuovo significato. Facendo inciampare Rochaid, Rand si lasciò cadere a terra sopra di lui. Del metallo vibrato con forza risuonò con fragore contro un muro di pietra e un uomo imprecò. Afferrando la spada di Rochaid, Rand lasciò che il movimento della caduta si trasformasse in un rotolamento, liberando la lama mentre ruzzolava sulla propria spalla. Rochaid cacciò un acuto grido gorgogliante mentre Rand si accucciava fronteggiando il lato da cui era venuto.
Raefar Kisman era lì a guardare a bocca aperta Rochaid, la lama che voleva usare per pugnalare Rand conficcata invece nel petto di Rochaid. Del sangue gorgogliava sulle labbra del Murandiano: lui spinse i talloni contro il suolo e si insanguinò le mani sull’acciaio affilato come se potesse estrarlo. Soltanto di altezza media e pallido per un Tarenese, Kisman indossava vestiti semplici come quelli di Rand tranne per la cintura con la spada. Nascondendola sotto il suo mantello, sarebbe potuto andare ovunque a Far Madding senza essere notato.
Il suo sgomento durò solo un istante. Mentre Rand si alzava, la spada impugnata con entrambe le mani, Kisman liberò con uno strattone la propria lama e non guardò di nuovo il suo complice che si dibatteva. Osservava Rand e le sue mani si muovevano nervosamente sulla lunga elsa della spada. Senza dubbio era uno di quelli tanto orgogliosi di essere in grado di usare il Potere come un’arma, che non si era mai degnato di imparare a maneggiare davvero una spada. Rand no. Rochaid ebbe un ultimo spasmo e rimase immobile, fissando il cielo.
«Tempo di morire» disse Rand con calma, ma, mentre scattava in avanti, una raganella risuonò da qualche parte dietro il Tarenese, una vibrazione incessante, poi un’altra: le guardie cittadine.
«Ci prenderanno entrambi» ansimò Kisman frenetico. «Se ci trovano accanto a un cadavere ci impiccheranno entrambi! Sai che lo faranno!»
Aveva ragione, almeno in parte. Se le guardie li avessero trovati lì, sarebbero stati sbattuti nelle celle sotto la Sala delle Consigliere. Vibrarono altre raganelle, facendosi più vicine. Le guardie dovevano aver notato tre uomini che si infilavano uno per volta nello stesso vicolo. Forse avevano perfino visto la spada di Kisman. Con riluttanza, Rand annuì. Il Tarenese indietreggiò con cautela e, quando vide che Rand non faceva alcun movimento per inseguirlo, rinfoderò la sua lama e si lanciò in una corsa folle, il mantello scuro che sventolava dietro di lui. Rand gettò la spada che aveva preso in prestito sopra il corpo di Rochaid e corse dall’altra parte. Non c’erano ancora raganelle in quella direzione. Con un po’ di fortuna, sarebbe riemerso nelle strade, mischiandosi alla folla, prima di essere visto. Altri erano i suoi timori, non certo il cappio. Togliersi i guanti, mostrando i draghi che contrassegnavano le sue braccia, sarebbe stato sufficiente a impedire la sua impiccagione, ne era certo. Ma le Consigliere avevano proclamato la propria approvazione a quello strano decreto emanato da Elaida. Una volta in cella, vi sarebbe rimasto finché la Torre Bianca non avesse mandato qualcuno a prenderlo. Perciò corse più veloce che poteva.
Confondendosi fra la folla per strada, Kisman emise un sospiro di sollievo mentre tre guardie cittadine correvano nel vicolo dal quale era appena emerso. Tenendo stretto attorno a sé il mantello per nascondere la spada rinfoderata, si mosse col flusso del traffico, non più veloce di chiunque altro e più lento di alcuni. Nulla che attirasse l’occhio di una guardia. Un paio di loro passarono con un prigioniero infilato in un grosso sacco che pendeva da un bastone ferrato che portavano sulle spalle. Solo la testa dell’uomo usciva fuori, gli occhi folli e guizzanti. Kisman rabbrividì. Che i suoi occhi fossero folgorati, quello sarebbe potuto essere lui! Lui!
Era stato uno sciocco a lasciarsi convincere da Rochaid in questa follia. Si supponeva che dovessero attendere finché tutti non fossero arrivati, intrufolandosi nella città uno a uno per evitare di essere notati. Rochaid aveva voluto la gloria dell’essere colui che aveva ucciso al’Thor; il Murandiano bruciava dal desiderio di dimostrarsi migliore di lui. Ora era morto per questo, e aveva quasi portato con sé Raefar Kisman, e questo rendeva Kisman furioso. Lui desiderava il potere più della gloria, forse per governare Tear dalla Pietra. Forse di più. Voleva vivere per sempre. Questo era ciò che gli era stato promesso: erano le sue ricompense. Parte della sua rabbia proveniva dal fatto che non era sicuro che dovessero proprio uccidere al’Thor. Il Sommo Signore sapeva che lo voleva — non avrebbe dormito tranquillo finché quell’uomo non fosse stato morto e sepolto! — e tuttavia...
«Uccidetelo» aveva ordinato loro il M’Hael prima di mandarli a Cairhien, ma era stato tanto deluso dal fatto che fossero stati scoperti quanto che avevano fallito. Far Madding sarebbe stata la loro ultima opportunità; lo aveva messo in chiaro come ottone lucidato. Dashiva era semplicemente svanito. Kismannon sapeva se fosse fuggito o se il M’Hael l’avesse ucciso e non gli importava.
«Uccidetelo» aveva comandato poi Demandred, ma aveva aggiunto che sarebbe stato meglio per loro se fossero morti, piuttosto che lasciarsi scoprire di nuovo. Da chiunque, perfino dal M’Hael, come se non sapesse dell’ordine di Taim,.
E dopo ancora, Moridin aveva detto: «Uccidetelo se dovete, ma soprattutto portatemi tutto ciò che ha in suo possesso. Questo vi redimerà dalle vostre colpe passate.» L’uomo aveva detto di essere uno dei Prescelti, e nessuno era tanto folle da affermare una cosa del genere a meno che non fosse vera, tuttavia sembrava pensare che gli effetti personali di al’Thor fossero più importanti della sua morte, e che la sua uccisione fosse accessoria e non proprio necessaria. Quei due erano gli unici Prescelti che Kisman aveva incontrato, ma gli facevano dolere la testa. Erano peggio dei Cairhienesi. Sospettava che quello che non dicevano potesse uccidere un uomo più velocemente di un ordine firmato da un Sommo Signore. Be’, una volta che Torval e Gedwyn fossero arrivati, avrebbero potuto escogitare...