Выбрать главу

«Per la Luce, rovinerai le nostre cose in quel modo» esclamò Min, allontanandolo con una spallata dalla cesta. Cominciò a togliere gli indumenti e a piegarli per bene sul letto accanto alla sua spada fissata col vincolo di pace. «Perché stiamo facendo i bagagli?» chiese lei, ma non gli diede l’opportunità di rispondere. «Comare Nalhera dice che tu non saresti così di malumore se io ti fustigassi ogni mattina» rise, dispiegando una delle giacche che qui non indossava. Lui le aveva detto che gliene avrebbe comprate di nuove, ma lei si rifiutava di lasciare indietro giacche e brache ricamate.

«Le ho detto che ci avrei pensato su. Lan le piace davvero molto.» D’improvviso modulò la sua voce in una tonalità alta per imitare la locandiera.

«Un uomo ordinato e ben educato è di gran lunga preferibile a un bel faccino, dico sempre io.»

Nynaeve sbuffò. «Quale donna vorrebbe un uomo che faccia tutto quello che gli viene detto, quando a lei piace?» Rand la fissò e la bocca di Min si spalancò. Questo era esattamente quello che Nynaeve faceva con Lan,e come quell’uomo lo sopportasse andava oltre la comprensione di Rand.

«Tu pensi troppo agli uomini, Nynaeve» disse Alivia in tono strascicato. Nynaeve si accigliò ma, invece di dire alcunché, si limitò a restare lì giocherellando con uno dei suoi braccialetti, un pezzo singolare con piatte catene d’oro che si estendevano lungo il dorso della sua mano sinistra fino ad anelli su tutte e quattro le dita. La donna più grande scosse il capo come delusa di non aver ottenuto una reazione.

«Sto facendo i bagagli perché dobbiamo andarcene, e dobbiamo farlo alla svelta» si affrettò a dire Rand. Nynaeve poteva essere silenziosa per il momento, per quanto strano fosse, ma se il suo volto si fosse rabbuiato ancora di più avrebbe cominciato a strattonarsi la treccia e a urlare finché per ore nessuno sarebbe stato in grado di interromperla.

Prima che lui terminasse lo stesso, resoconto che aveva fornito a Lan, Min smise di piegare gli abiti e prese a riporre i suoi libri nella seconda cesta, tanto in fretta da non imbottirli con dei mantelli come faceva di solito. Le altre due donne rimasero a fissarlo come se non l’avessero mai visto prima. In caso non fossero state svelte a capire come Min, lui aggiunse con impazienza: «Rochaid e Kisman mi hanno teso un’imboscata. Sapevano che li stavo seguendo. Kisman è riuscito a fuggire. Se conosce questa locanda, lui, Dashiva, Gedwyn e Torval potrebbero comparire qui, forse in due o tre giorni o forse in un’ora.»

«Non sono cieca» disse Nynaeve, ancora fissandolo. Non c’era impeto nella sua voce; stava protestando solo in maniera formale? «Se vuoi sbrigarti aiuta Min, invece di startene lì come uno zuccone.» Lo fissò per un altro momento e se ne andò scuotendo la testa.

Alivia, prima di seguirla, si fermò e lanciò un’occhiataccia a Rand. No, in lei non c’era più alcuna traccia di sottomissione. «Potresti farti uccidere in questo modo» disse con tono di disapprovazione. «Hai ancora troppo da fare per lasciare che ti uccidano. Devi permetterci di aiutarti.»

Lui guardò corrucciato la porta che si chiudeva dietro di lei. «Hai avuto qualche visione su di lei, Min?»

«Tutto il tempo, ma non del tipo che intendi, nulla che comprendo.» Arricciò il naso verso uno dei libri e lo mise da una parte. Era improbabile che avrebbe abbandonato anche un singolo volume della sua non proprio piccola biblioteca. Senza dubbio aveva intenzione di portarlo con sé e leggerlo alla prima opportunità. Trascorreva ore col naso in quei libri.

«Rand,» gli disse piano «tu hai fatto tutto questo, ucciso un uomo e affrontato un altro, e... Rand, io non ho percepito nulla. Nel legame, intendo. Niente paura né rabbia. Nemmeno preoccupazione! Nulla.»

«Non ero arrabbiato con lui.» Scuotendo il capo, Rand cominciò di nuovo a ficcare vestiti nella cesta. «Occorreva solo ucciderlo, tutto qua. E perché avrei dovuto avere paura?»

«Oh» rispose lei con voce sommessa. «Capisco.» E si piegò di nuovo verso i libri. Il legame si era fatto molto tranquillo, come se lei fosse persa nei pensieri, ma c’era un filo turbato che serpeggiava attraverso quella quiete.

«Min, prometto che non permetterò che ti accada qualcosa.» Non sapeva se sarebbe stato in grado di mantenere quella promessa, ma intendeva provarci. Lei gli sorrise, quasi scoppiando in una risata. Luce, era bellissima. «Lo so, Rand. E io non lascerò che accada nulla a te.» L’amore fluì lungo il legame come lo splendore di un sole di mezzogiorno. «Alivia ha ragione, però. Devi permetterci di aiutarti in qualche modo. Se tu ci descrivi abbastanza bene questi tizi, forse possiamo fare delle domande in giro. Di certo non puoi perlustrare l’intera città da solo.»

Siamo uomini morti, mormorò Lews Therin. Gli uomini morti dovrebbero essere tranquilli nelle loro tombe, ma non lo sono mai. Rand udiva appena la voce nella sua testa. All’improvviso seppe che non doveva descrivere Kisman e gli altri. Poteva disegnarli tanto bene che chiunque avrebbe riconosciuto i loro volti. Tranne il fatto che non era mai stato capace di disegnare in tutta la sua vita. Lews Therin sapeva farlo, però. Questo avrebbe dovuto spaventarlo. Avrebbe dovuto.

Isam andava su e già per la stanza, studiando l’onnipresente luce di Tel’aran’rhiod. La biancheria del letto passava da spiegazzata a ben tirata fra uno sguardo e il successivo. Il copriletto cambiava da un motivo a fiori a un rosso scuro uniforme fino a trapuntato. Le cose effimere cambiavano sempre qui, e lui ormai le notava appena. Non poteva usare Tel’aran’rhiod allo stesso modo dei Prescelti, ma era questo il posto in cui si sentiva più libero. Qui poteva essere quello che voleva. Sorrise al solo pensiero. Fermandosi accanto al letto, sfoderò con cautela i due pugnali avvelenati e uscì dal Mondo Invisibile in quello della veglia. Mentre lo fece divenne Luc. Sembrava appropriato.

La stanza era buia nel mondo della veglia, ma l’unica finestra faceva filtrare abbastanza luce lunare da permettere a Luc di distinguere le forme ammucchiate di due persone che giacevano addormentate sotto le coperte. Senza esitare, conficcò una lama in ognuna di esse. Si svegliarono con grida sommesse, ma lui estrasse le lame e le conficcò di nuovo dentro di loro, più e più volte. Col veleno era improbabile che uno dei due avrebbe avuto la forza di gridare abbastanza forte da essere udito fuori dalla stanza, ma lui voleva rendere quell’uccisione sua in un modo che il veleno non poteva offrirgli. Smisero presto di contrarsi quando lui ficcò una lama fra le loro costole.

Ripulendo i pugnali sul copriletto, li rinfoderò con la stessa cura con cui li aveva sguainati. Gli erano stati fatti molti doni, ma l’immunità al veleno, come a ogni altra arma, non era fra questi. Poi prese una corta candela dalla sua tasca e soffiò via abbastanza ceneri dai tizzoni ammucchiati nel caminetto per accendere lo stoppino. Gli piaceva sempre vedere le persone che aveva ucciso, almeno dopo se non poteva farlo durante. Aveva gradito in modo speciale quelle due Aes Sedai nella Pietra di Tear. L’incredulità sulle loro facce quando era apparso dal nulla, l’orrore quando si erano rese conto che non era venuto per salvarle: erano ricordi che conservava gelosamente. Quello era stato Isam, non lui, ma i ricordi non erano meno apprezzati per questo. Nessuno di loro riusciva a uccidere una Aes Sedai molto spesso.

Per un momento studiò le facce dell’uomo e della donna sul letto, poi spense fra le dita la fiamma della candela e se la rimise in tasca prima di rientrare in Tel’aran’rhiod.

Il suo cliente del momento lo stava aspettando. Un uomo, di quello era certo, ma Luc non riusciva a guardarlo. Non era come quei viscidi Uomini Grigi, che non potevi proprio notare. Una volta ne aveva ucciso uno, nella stessa Torre Bianca. Al tocco davano una sensazione fredda e vuota. Era stato come uccidere un cadavere. No, quest’uomo aveva fatto qualcosa col Potere, cosicché gli occhi di Luc scivolavano via da lui come l’acqua sdrucciola sul vetro. Perfino con la coda dell’occhio risultava indistinto.