«La coppia che riposava in questa camera dormirà per sempre,» disse Luc «ma l’uomo era calvo e la donna aveva i capelli grigi.»
«Un peccato» disse l’uomo, e la voce parve sciogliersi nelle orecchie di Luc. Non sarebbe stato in grado di riconoscerlo se l’avesse sentito senza il camuffamento. Quell’uomo doveva essere uno dei Prescelti. Pochi tranne i Prescelti sapevano come raggiungerlo, e nessuno fra i pochi uomini in grado di incanalare, altrimenti avrebbero osato provare a comandarlo. I suoi servizi venivano sempre implorati, tranne dal Sommo Signore in persona e, più di recente, dai Prescelti, ma nessuno di quelli che Luc aveva incontrato aveva mai preso precauzioni del genere.
«Vuoi che provi di nuovo?» chiese Luc.
«Forse. Quando te lo dirò. Non prima. Ricorda, non una parola con nessuno su questo.»
«Come comandi» replicò Luc inchinandosi, ma l’uomo stava già creando un passaggio, un buco che si aprì nella radura di una foresta ammantata di neve. Era scomparso prima che Luc si raddrizzasse.
Era davvero un peccato. Era stato piuttosto ansioso di uccidere suo nipote e la servetta. Ma se doveva passare del tempo, cacciare era sempre un piacere. Divenne Isam. A Isam piaceva uccidere lupi ancor più che a Luc.
23
Perdere il sole
Cercando di tenere stretto attorno a sé l’inconsueto mantello di lana con una mano, provando a non cadere giù dalla sedia ancor meno familiare, Shalon spronò goffamente il suo cavallo in avanti e seguì Harine e il suo Maestro della Spada Moad attraverso il buco nell’aria che conduceva da un cortile delle stalle nel Palazzo del Sole a... Non era sicura, sapeva solo che si trattava di una lunga area aperta — una radura, era chiamata?, pensò che fosse corretto — una radura più vasta del ponte di un perlustratore, fra alberi striminziti disseminati sulle colline.
I pini, gli unici alberi che riconoscesse fra quelli, erano troppo piccoli e contorti per essere utili a qualcosa di diverso da catrame e trementina. Molti degli altri mostravano grigi rami spogli che le fecero pensare a delle ossa.
Il sole mattutino sedeva appena sopra le sommità degli alberi e, se possibile, il freddo sembrava più pungente qui che nella città che si era lasciata alle spalle. Sperava che il cavallo non facesse passi falsi e la facesse ruzzolare sulle rocce che spuntavano ovunque le macchie di neve non coprissero le foglie marce sul terreno. Non si fidava dei cavalli. A differenza delle navi, gli animali avevano una propria mente. Erano cose infide su cui arrampicarsi. E i cavalli avevano denti. Ogni volta che il suo destriero mostrava i suoi, avvicinandosi alle sue gambe, lei trasaliva, gli dava delle pacche sul collo e produceva suoni tranquillizzanti. Almeno sperava che la bestia li riconoscesse come tali. La stessa Cadsuane, abbigliata in verde scuro, sedeva agevolmente su un alto cavallo con criniera e coda nere, mantenendo il flusso che creava il passaggio. I cavalli non la impensierivano. Nulla la impensieriva. Un’improvvisa brezza agitò il mantello grigio scuro drappeggiato sopra la parte posteriore del suo cavallo, ma lei non diede alcun segno di sentire affatto il freddo. Gli ornamenti dorati che le pendevano dai capelli attorno alla crocchia grigio scuro dondolarono quando lei voltò la testa per osservare Shalon e i suoi compagni. Era una donna attraente, ma nessuno le avrebbe rivolto una seconda occhiata in una folla, tranne per il fatto che il suo volto liscio non si accordava troppo coi suoi capelli. Una volta riconosciuta, era troppo tardi.
Shalon avrebbe dato molto per vedere come era costituito il flusso, anche se avrebbe significato stare vicino a Cadsuane, ma non le era stato permesso di entrare nel cortile delle stalle finché il passaggio non era stato completo, e vedere una vela spiegata sui pennoni non ti insegnava come disporla, e men che meno come farla. Tutto quello che sapeva al riguardo era il nome. Cavalcando avanti, evitò di incontrare lo sguardo della Aes Sedai, ma lo percepì. Gli occhi della donna le facevano contrarre le dita dei piedi, cercando un appiglio che le staffe non potevano offrirle. Non riusciva a vedere alcuna via di fuga, tuttavia sperava di trovarne una studiando le Aes Sedai. Era disposta ad ammettere senza difficoltà di sapere molto poco sulle Aes Sedai — non ne aveva mai incontrata una prima di arrivare a Cairhien, e pensava a loro solo per lodare la Luce di non essere stata scelta per farne parte — ma c’erano delle correnti fra i compagni di Cadsuane, in profondità sotto la superficie. Correnti forti e profonde potevano alterare ogni cosa che apparisse visibile in superficie.
Le quattro Aes Sedai che erano passate subito dopo Cadsuane stavano aspettando sui cavalli su un lato della... radura... con tre Custodi. Per lo meno, Shalon era certa che Ihvon fosse il Custode della focosa Alanna, e Tomas quello della piccola, grassoccia Verin, ma era anche sicura di aver visto il giovanissimo uomo che stava così vicino a fianco della paffuta Daigian indossare una giubba nera da Asha’man. Di certo lui non poteva essere un Custode. O sì? Eben era solo un ragazzo. Tuttavia, quando la donna lo fissava, il suo gonfio orgoglio sembrava crescere ancora di più. Kumira, una donna di aspetto piacente con occhi azzurri che potevano tramutarsi in coltelli quando qualcosa la interessava, sedeva sulla sua sella un po’ di sbieco, esaminando il giovane Eben in modo tanto tagliente che era un miracolo che lui non giacesse a terra scuoiato.
«Non sopporterò oltre tutto questo» borbottò Harine, dando di talloni alla sua giumenta per continuare a farla muovere. Le sue sete di broccato giallo non la aiutavano a star seduta bene sulla sella, non più di quanto lo facessero quelle blu di Shalon. Dondolava e scivolava coi movimenti dell’animale, sul punto di ruzzolare a terra a ogni passo. La brezza soffiava di nuovo, sventolando attorno alle estremità penzoloni della fusciacca, facendo gonfiare il mantello, ma lei non si degnava di controllare i suoi indumenti. I mantelli non venivano usati molto sulle navi; davano fastidio e potevano intrappolare braccia e gambe quando ti servivano per sopravvivere. Moad lo aveva rifiutato, affidandosi alla giacca blu imbottita che indossava nei mari più freddi. Nesune Bihara, tutta in abiti di lana color bronzo, cavalcò attraverso il passaggio guardandosi intorno come cercando di vedere tutto insieme, e poi Elza Penfel, che per qualche ragione mostrava un’espressione imbronciata e teneva stretto il suo mantello verde orlato di pelliccia. Nessuna delle altre Aes Sedai sembrava preoccuparsi molto di ripararsi dal freddo.
« Potrei essere in grado di vedere il Coramoor, dice lei» brontolò Harine, tirando le redini finché la sua giumenta non si diresse verso il lato della radura distante da dove le Aes Sedai si stavano radunando. «Potrei! E lei offre questa opportunità come se stesse concordando un privilegio.» Harine non aveva bisogno di fare nomi; quando diceva ‘lei’ in quel modo, come la puntura di una medusa, poteva riferirsi a una sola donna. «Ho il diritto, per il quale ho contrattato e pattuito! Lei mi nega il seguito concordato! Devo lasciare indietro la mia Maestra delle Vele e i miei attendenti!» Erian Boroleos apparve attraverso l’apertura, tanto concentrata come se si aspettasse di trovare una battaglia, seguita da Beldeine Nyram, che non sembrava nemmeno una Aes Sedai. Entrambe vestivano di verde, Erian completamente, Beldeine con strisce diagonali sulle maniche e sulle gonne. Voleva forse dire qualcosa? Probabilmente no. «Devo forse avvicinarmi al Coramoor come un mozzo che si tocca il cuore davanti a una Maestra delle Vele?» Quando diverse Aes Sedai erano insieme, i loro volti lisci e senza età risaltavano chiaramente, perciò non si poteva dire se una avesse vent’anni o il doppio, questo perfino se i suoi capelli erano bianchi, e Beldeine aveva semplicemente l’aspetto di una ventenne. E quello non le diceva di più sulle sue gonne. «Devo forse stendere le mie lenzuola e lavare la mia stessa biancheria? Lei getta al vento il protocollo! Non lo permetterò! Non più!»