«Io parlo per la Maestra delle Navi degli Atha’an Miere ed esigo il rispetto che mi è dovuto! Lo esigo, mi senti? Eh?»
«Posso chiederle di nominare qualcun altro» disse Sarene dubbiosa, come se si aspettasse che la richiesta non avrebbe cambiato nulla. «Devi comprendere che mi ha dato istruzioni piuttosto specifiche quel giorno. Ma non avrei dovuto andare in collera. È stata una mancanza da parte mia. La collera distrugge la logica.»
«Comprendo l’obbedienza agli ordini» brontolò Harine, rannicchiandosi sulla sella. Pareva pronta a gettarsi alla gola di Sarene. «Io approvo l’obbedienza agli ordini!» quasi ringhiò. «Comunque, gli ordini che sono stati eseguiti possono essere dimenticati. Non c’è più bisogno di parlarne. Mi comprendi?» Shalon la fissò di sottecchi. Di cosa stava parlando? Quali ordini aveva eseguito Sarene e perché Harine voleva che se ne dimenticasse? Moad non fece nemmeno finta di nascondere la propria espressione perplessa. Harine era consapevole del suo sguardo indagatore, per lo meno, e il suo volto divenne una nuvola temporalesca.
Sarene non parve notarlo. «Non capisco come una persona possa dimenticarsene di proposito,» disse lentamente, un lieve cipiglio che increspava la sua fronte «ma suppongo che tu intenda che dovremmo far finta. È così?» Le trecce decorate di perline che penzolavano fuori dal suo cappuccio schioccarono insieme quando lei scosse la testa a questa insensatezza.
«Molto bene. Risponderò alle tue domande meglio che posso. Cosa vuoi sapere?» Harine sospirò rumorosamente. Shalon avrebbe potuto prenderla per impazienza, ma pensò che si trattasse di sollievo. Sollievo!
Sollevata o no, Harine tornò la stessa di sempre, padrona di sé e autorevole, incontrò gli occhi della Aes Sedai come se stesse cercando di farle abbassare lo sguardo. «Puoi dirmi dove siamo e dove stiamo andando» domandò.
«Siamo nelle colline del Kintara» disse Cadsuane, comparendo all’improvviso davanti a loro, il suo destriero che si impennava e scalciava l’aria, scagliando via la neve «e stiamo andando a Far Madding.» Non solo era rimasta in sella, ma pareva che non si fosse nemmeno accorta dell’impennata dell’animale!
«Il Coramoor si trova in questo Far Madding?»
«La pazienza è una virtù, così mi hanno detto, Maestra delle Onde.»
Malgrado l’uso da parte di Cadsuane dell’appropriato titolo di Harine, non c’era rispetto nei suoi modi. Proprio il contrario. «Voi cavalcherete con me. Tenete il passo e cercate di non cadere. Sarebbe spiacevole se dovessi farvi trasportare come sacchi di patate. Non appena raggiungeremo la città, restate in silenzio a meno che non vi dica io di parlare. Non voglio che creiate problemi per la vostra ignoranza. Lascerete che sia Sarene a guidarvi. Lei ha le sue istruzioni.»
Shalon si aspettava uno scoppio di rabbia, ma Harine tenne a freno la lingua, anche se con sforzo evidente. Quando Cadsuane si voltò, Harine borbottò con rabbia sottovoce, ma serrò i denti quando il cavallo di Sarene si mosse. Chiaramente i suoi borbotti non erano fatti per essere uditi dalle Aes Sedai.
Si scoprì che cavalcare con Cadsuane voleva dire cavalcare dietro di lei, a sud attraverso gli alberi. Alanna e Verin cavalcavano effettivamente accanto alla donna, ma, quando Harine provò a unirsi a loro uno sguardo di Cadsuane mise in chiaro che nessun altro era benvenuto. Ancora una volta l’attesa esplosione non venne. Invece, Harine si accigliò per qualche ragione verso Sarene, poi fece voltare bruscamente il suo destriero per prendere posizione fra Shalon e Moad. Non si preoccupò di fare altre domande a Sarene, sull’altro lato di Shalon, e si limitò a guardare torva le schiene delle donne davanti a lei. Se Shalon non avesse saputo che non poteva essere così, avrebbe detto che nello sguardo di Harine c’era più broncio che rabbia. Da parte sua, Shalon era lieta di cavalcare in silenzio. Cavalcare era già abbastanza difficile senza dover parlare allo stesso tempo. Inoltre capì all’improvviso perché Harine si stava comportando in un modo tanto particolare. Harine forse stava cercando di calmare le acque con le Aes Sedai. Doveva trattarsi di quello. Harine non teneva mai sotto controllo la collera se non c’era un’enorme necessità. Lo sforzo di tenerla a freno doveva farla bollire dentro. E se i suoi tentativi non fossero culminati come voleva, avrebbe bollito Shalon. Pensare a quello faceva venire il mal di testa a Shalon. Che la Luce la aiutasse e guidasse, doveva esserci un modo per evitare di spiare sua sorella senza che Harine si ritrovasse la guancia privata di tutte le sue catene onorifiche e che Shalon stessa fosse assegnata a una chiatta sotto una Maestra delle Vele che rimuginava sul perché non aveva mai ottenuto un rango più alto e pronta a far ricadere il proprio risentimento su chiunque attorno a lei. Per di più, Mishael avrebbe potuto dichiarare rotti i loro voti nuziali. Doveva esserci un modo.
Talvolta si voltava sulla sella per guardare le Aes Sedai che cavalcavano dietro di lei. Non c’era nulla da apprendere dalle donne davanti, di certo. Di tanto in tanto Cadsuane e Verin scambiavano qualche parola, ma si chinavano vicine l’una all’altra e parlavano troppo piano per essere udite. Alanna pareva concentrata su qualunque cosa li attendesse, i suoi occhi sempre rivolti a sud. Due o tre volte affrettò l’andatura del suo cavallo per alcuni passi prima che Cadsuane la riportasse indietro con un calmo ordine a cui Alanna obbediva con riluttanza, con uno sguardo infastidito o una smorfia imbronciata. Cadsuane e Verin apparivano preoccupate per la donna, Cadsuane che le dava delle pacche sul braccio quasi allo stesso modo in cui Shalon dava dei buffetti sul collo del suo cavallo, e Verin le sorrideva gioiosa, come se Alanna si stesse ristabilendo da una malattia. Il che non diceva nulla a Shalon. Perciò pensò alle altre.
Sulle navi non si veniva promossi solo grazie alla capacità di Tessere i Venti o prevedere il tempo o calcolare la posizione. Occorreva leggere l’intenzione nascosta fra le parole dei propri ordini, interpretare piccoli gesti ed espressioni facciali; bisognava notare chi si comportava con deferenza nei confronti di chi, anche in modo sottile, poiché il coraggio e le capacità da soli potevano portare solo fino a un certo punto.
Quattro di loro, Nesune ed Erian, Beldeine ed Elza, cavalcavano in un capannello non molto dietro di lei, anche se non erano davvero insieme, ma occupavano solo lo stesso spazio. Non parlavano fra loro né si guardavano. Non sembravano piacersi molto. Nella sua mente, Shalon le aveva messe sulla stessa barca con Sarene. Le Aes Sedai fingevano di essere tutte unite sotto Cadsuane, tuttavia questo era palesemente falso. Merise, Corele, Kumira e Daigian erano l’equipaggio di un’altra barca, capitanata da Cadsuane. Alanna pareva talvolta in una barca, talvolta in un’altra, mentre Verin sembrava in qualche modo parte della barca di Cadsuane, ma non in essa. Forse vi nuotava a fianco, con Cadsuane che le teneva la mano. Se quello non era già abbastanza inspiegabile, c’era la questione della deferenza. Stranamente, pareva che le Aes Sedai stimassero la forza nel Potere più dell’esperienza o dell’abilità. Il loro rango dipendeva dalla forza, come marinai che gareggiano in taverne costiere. Tutte erano deferenti verso Cadsuane, naturalmente, ma c’erano delle stranezze sul resto. Stando alla loro gerarchia, alcune nella barca di Nesune erano in posizione tale da esigere deferenza da alcune in quella di Cadsuane, ma sebbene quelle nella barca di Cadsuane che dovevano portare rispetto lo facevano, era come se si rivolgessero a un superiore che aveva commesso un crimine efferato noto a tutti. Secondo quella gerarchia, Nesune era più in alto di chiunque tranne Cadsuane e Merise, tuttavia affrontava Daigian, che si trovava proprio in fondo, con aria di sfida come se avesse commesso di proposito quel crimine, e lo stesso facevano le altre nella sua barca. Era tutto molto discreto, un mento sollevato lievemente, un sopracciglio appena inarcato, una contrazione delle labbra, ma ovvio per un occhio allenato a farsi strada sulle navi. Forse in quello non c’era nulla che potesse aiutarla, ma se doveva prendere della stoppa, l’unico modo era trovare un filo e tirare. Il vento cominciò ad aumentare; delle folate le appiattivano il mantello contro la schiena e lo facevano sbattere da entrambi i lati davanti a lei. Quasi non se ne accorgeva.