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«Verin, lui può fare tutto ciò che desidera, qualunque cosa, sempre che viva fino a raggiungere Tarmon Gai’don. E sempre che io sia al suo fianco quanto basta per fargli imparare di nuovo come ridere e piangere.» Chiudendo gli occhi, si sfregò le tempie con la punta delle dita e sospirò. «Si sta tramutando in una roccia, Verin, e, se non apprende di nuovo a essere umano, vincere l’Ultima Battaglia non sarà molto meglio che perderla. La giovane Min gli ha detto che ha bisogno di me; sono riuscita a ottenerlo da lei senza destare i sospetti della ragazza. Ma devo aspettare che sia lui a venire da me. Vedi il modo barbaro in cui tratta Alanna e le altre. Sarà già abbastanza difficile insegnargli, anche se lo chiede. Rifugge i consigli, pensa di dover fare tutto, imparare tutto da sé, e se io non lo faccio faticare per questo, non imparerà affatto. Le sue mani ricaddero sul tombolo che aveva in grembo. «Sembra che io sia in vena di confidenze, stasera. Insolito, per me. Se riuscirai mai a finire di versare quel tè, potrò confidarti qualcos’altro.»

«Oh, sì... ma certo.» Affrettandosi a riempire una seconda tazza, Verin fece scivolare di nuovo in tasca la fialetta ancora chiusa. Era bello poter essere infine sicura di Cadsuane. «Ci vuoi del miele?» chiese nel suo tono più confuso. «Non ricordo mai.»

26

Aspettativa

Camminando lungo il prato dall’erba bruna del villaggio di Emond’s Field con Egwene, Elayne si sentiva rattristata dai cambiamenti. Egwene sembrava sbalordita. Non appena era apparsa in Tel’aran’rhiod, una lunga treccia pendeva lungo la schiena di Egwene che indossava un semplice abito di lana e scarpe robuste che facevano capolino da sotto le sue gonne mentre camminava. Elayne ipotizzò che fosse il genere di vestiti che aveva indossato quando viveva nei Fiumi Gemelli. Ora i suoi capelli scuri le arrivavano alle spalle, assicurati da una cuffietta di squisito merletto, e i suoi abiti erano eleganti come quelli di Elayne, di un blu intenso ricamato d’argento sul corpetto e sull’alto collo, così come sull’orlo della gonna e sui polsi. Scarpette di velluto decorate d’argento presero il posto delle pesanti scarpe di cuoio. Elayne doveva mantenere la concentrazione per impedire che il suo abito di seta verde per cavalcare mutasse, probabilmente in una foggia imbarazzante, ma per la sua amica, senza alcun dubbio, i cambiamenti erano intenzionali. Sperava che Rand potesse ancora amare Emond’s Field, ma non era più il villaggio dove lui ed Egwene erano cresciuti. Non c’erano persone, qui nel Mondo dei Sogni, tuttavia ora Emond’s Field era una cittadina di dimensioni considerevoli, prospera, con quasi una casa su tre fatta di pietre squadrate, alcune di tre piani, e molte con tetti di tegole in ogni tinta dell’arcobaleno e non solo coperture di paglia. Alcune strade erano pavimentate con pietre lisce ben allineate, nuove e non ancora consumate, e c’era perfino uno spesso muro di pietra a recintare la città, con torrette e cancelli rivestiti di ferro adatti piuttosto a una cittadina delle Marche di Confine. Fuori dalle mura c’erano mulini e segherie, una fonderia di ferro e grandi officine per tessitori sia di lana sia di tappeti, mentre all’interno c’erano botteghe di mobilieri, vasai, sarte, coltellinai, orafi e argentieri, molti di questi abili come quelli di Caemlyn, anche se nello stile alcuni sembravano provenire da Arad Doman o Tarabon. L’aria era fresca ma non fredda, e non c’era alcun segno di neve su terreno, almeno per il momento. Il sole era allo zenit qui, anche se Elayne sperava che nel mondo della veglia fosse ancora notte. Voleva un po’ di sonno vero prima di dover affrontare la mattinata. Era sempre stanca, negli ultimi giorni; c’era così tanto da fare e così poche ore. Erano venute qui perché sembrava improbabile che qualunque spia potesse trovarle in questo posto, ma Egwene si era attardata per fissare i cambiamenti nel luogo in cui era nata. Ed Elayne aveva le sue ragioni, oltre Rand, per voler dare una bella occhiata a Emond’s Field. Il problema, uno dei problemi, era che capitava di passare un’ora nel mondo della veglia mentre ne trascorrevano cinque o dieci nel Mondo dei Sogni, ma poteva anche accadere il contrario. A Caemlyn poteva essere già mattina. Fermandosi al bordo del parco, Egwene si voltò per fissare l’ampio ponte di pietra che attraversava il torrente. Questo andava ingrossandosi e scorreva da una fonte che sgorgava da un affioramento della roccia tanto forte da poter gettare a terra un uomo. Nel mezzo del parco si ergeva una massiccia colonna di marmo con nomi intagliati su tutta la superficie e due alte aste che poggiavano su piedistalli di pietra. «Un monumento di battaglia» mormorò. «Chi avrebbe immaginato una cosa del genere a Emond’s Field?

Anche se Moiraine aveva detto che una volta una grande battaglia fu combattuta proprio in questo punto, durante le Guerre Trolloc, quando Manetheren scomparve.»

«Era nella storia che ho studiato» disse piano Elayne, guardando le aste spoglie. Spoglie per il momento. Non riusciva a percepire Rand, qui. Oh, era ancora nella sua testa quanto Birgitte. Un nodo di emozioni e sensazioni fisiche simile a una roccia che era ancora più difficile da interpretare ora che era lontano. Tuttavia, qui in Tel’aran’rhiod, non riusciva a capire in che direzione si trovasse. Le mancava quella conoscenza, per piccola che fosse. Le mancava lui.

Degli stendardi apparvero in cima alle aste, rimanendo per un tempo appena sufficiente a incresparsi pigramente. Abbastanza a lungo da permettere di distinguere un’aquila rossa in campo blu. Non un’aquila rossa, no. Proprio l’Aquila Rossa. Una volta, visitando questo posto con Nynaeve in Tel’aran’rhiod, aveva pensato di averla intravista ma aveva stabilito di essersi sbagliata. Mastro Norry aveva cominciato a farle comprendere la realtà delle cose. Lei amava Rand, ma se qualcuno nel luogo in cui era nato stava cercando di far risorgere Manetheren dal suo antico sepolcro, lei avrebbe dovuto prenderne atto, per quanto la cosa lo addolorasse. Quello stendardo e quel nome portavano con loro ancora abbastanza potere da minacciare l’Andor.

«Ho appreso dei cambiamenti da Bode Cauthon e dalle altre novizie che sono a casa,» proseguì Egwene, guardando corrucciata le case attorno al parco «ma non immaginavo nulla del genere.» Molte di quelle case erano fatte di pietra. Una minuscola locanda si ergeva accanto alle fondamenta di alcuni edifici più grandi in costruzione, con una massiccia quercia che cresceva proprio nel mezzo, ma quella che sembrava una locanda di dimensioni molto maggiori era quasi finita dall’altro lato delle fondamenta, con una cartello che diceva ‘Gli Arcieri’ già appeso sopra la porta. «Mi domando se mio padre sia ancora sindaco. Mia madre starà bene? E le mie sorelle?»

«So che domani sposterai l’esercito,» disse Elayne «sempre che non sia già domani, ma di certo puoi trovare qualche ora per far visita qui una volta raggiunta Tar Valon.» Viaggiare rendeva le cose talmente facili. Forse lei stessa avrebbe dovuto mandare qualcuno a Emond’s Field. Se solo avesse saputo di chi fidarsi per quella missione. Se solo avesse potuto privarsi di qualcuno di cui si fidava. Egwene scosse il capo. «Elayne, ho dovuto ordinare che delle donne con cui sono cresciuta venissero fustigate perché non credono che io sia l’Amyrlin Seat, oppure quando lo credano, ritengono di poter violare le regole solo poiché mi conoscono.» All’improvviso la stola a sette colori pendeva dalle sue spalle. Quando lei la notò con una smorfia, scomparve di nuovo.

«Non penso di poter affrontare il gesto di presentarmi a Emond’s Field come Amyrlin» disse lei con aria triste. «Non ancora.» Si riscosse e la sua voce si fece ferma. «La Ruota gira, Elayne, e tutto cambia. Devo abituarmici. Mi ci abituerò.» Il suo tono era molto simile a quello di Siuan Sanche, lo stesso che aveva Siuan a Tar Valon prima che tutto cambiasse. Stola o meno, Egwene suonava come l’Amyrlin Seat. «Sei certa di non volere che ti mandi alcuni soldati di Gareth Bryne? Abbastanza per aiutare a difendere Caemlyn, almeno.»