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All’improvviso furono circondate da neve luccicante, e vi ci si trovarono sepolte fino al ginocchio. La neve formava cumuli che brillavano debolmente sui tetti, come dopo una pesante nevicata. Questa non era la prima volta che accadeva loro una cosa del genere, e semplicemente si rifiutavano di lasciare che quel freddo improvviso le toccasse, piuttosto che immaginare mantelli e vestiti più caldi.

«Nessuno muoverà contro di me prima della primavera» disse Elayne. Gli eserciti non si spostavano in inverno, per lo meno non senza il vantaggio di poter Viaggiare, come quello di Egwene. Tutto rimaneva impantanato nella neve, e nella fanghiglia in cui questa si scioglieva. Quella gente delle Marche di Confine probabilmente aveva cominciato la propria marcia verso sud pensando che quest’anno l’inverno non sarebbe mai giunto. «Inoltre avrai bisogno di ogni uomo quando raggiungerai Tar Valon.»

Egwene fece un cenno d’assenso col capo senza ripetere l’offerta, cosa non sorprendente. Perfino col mese appena trascorso passato a reclutare tenacemente, Gareth Bryne non aveva ancora più della metà dei soldati che, a quanto le aveva detto, gli sarebbero serviti per prendere Tar Valon. Stando a Egwene, era pronto a incominciare con ciò che aveva, ma chiaramente la cosa la preoccupava. «Ho dure decisioni da prendere, Elayne. La Ruota ordisce come vuole, ma sono sempre io quella che deve decidere.»

D’impulso, Elayne arrancò attraverso la neve e gettò le braccia attorno a Egwene per stringerla. Almeno, cominciò ad arrancare. Mentre stringeva a sé l’altra donna, la neve svanì, non lasciando neanche una macchia di umidità sui loro vestiti. Entrambe barcollarono come se stessero danzando insieme fin quasi a cadere.

«So che prenderai la decisione giusta» disse Elayne, ridendo malgrado tutto. Egwene non si unì alla sua risata.

«Spero di sì,» disse in tono grave «perché qualunque sarà la mia decisione, a causa sua delle persone moriranno.» Diede una pacca sul braccio di Elayne. «Be’, tu capisci questo genere di decisioni, certo. Dobbiamo tornare entrambe nei nostri letti.» Esitò prima di proseguire. «Elayne, se Rand viene di nuovo da te, devi farmi sapere ciò che dice, sia che ti dia qualche indizio su cosa intende fare, sia che ti riveli dove vuole andare.»

«Ti dirò tutto ciò che posso, Egwene.» Elayne provò una fitta di senso di colpa. Aveva detto tutto a Egwene — quasi tutto — ma non che si era legata a Rand con Min e Aviendha. La legge della Torre non proibiva quello che avevano fatto. Alcune domande poste con molta cautela a Vandene l’avevano messo in chiaro. Ma non era affatto sicuro se sarebbe stato permesso. Tuttavia, come aveva sentito dire da un mercenario arafelliano reclutato da Birgitte, ‘ciò che non è proibito è lecito’. Suonava quasi come uno degli antichi detti di Lini, anche se dubitava che la sua balia fosse mai stata così permissiva. «Sei turbata da lui, Egwene. Più del solito, intendo. Posso vederlo. Perché?»

«Ho motivo per esserlo, Elayne. Le spie riferiscono dicerie allarmanti. Solo dicerie spero, ma se non lo fossero...» Aveva proprio l’aria da Amyrlin Seat ora: una donna giovane, bassa e snella, che sembrava forte come l’acciaio e alta come una montagna. La determinazione riempiva i suoi occhi scuri e induriva la sua mascella. «So che lo ami. Anch’io lo amo. Ma non sto cercando di Guarire la Torre Bianca solo perché lui possa incatenare le Aes Sedai come damane. Dormi bene e fai sogni piacevoli, Elayne. I sogni piacevoli valgono molto di più di quanto la gente pensi.» Così scomparve, tornando nel mondo della veglia.

Per un momento Elayne rimase a fissare il punto dove Egwene era stata. Di cosa stava parlando? Rand non l’avrebbe mai fatto! Anche solo per amore di lei non l’avrebbe fatto! Tastò quel nodo duro come la roccia in fondo alla sua testa. Con lui così distante, le venature dorate brillavano solo nella sua memoria. Di certo non l’avrebbe fatto. Preoccupata, fece un passo fuori dal sogno, tornando al suo corpo dormiente.

Aveva bisogno di sonno, ma non fece in tempo a tornare nel suo corpo che la luce del sole colpì le sue palpebre. Che ora era? Aveva appuntamenti a cui presenziare, compiti da portare a termine. Avrebbe voluto dormire per mesi. Lottò col dovere, ma il dovere vinse. Aveva una giornata piena davanti a sé. Ogni giornata lo era. Spalancò gli occhi, sentendoli intorpiditi come se non avesse dormito affatto. Dall’inclinazione della luce attraverso le finestre, l’alba era passata da un pezzo. Poteva semplicemente restarsene distesa lì. Dovere. Aviendha si mosse nel sonno, ed Elayne le diede bruscamente di gomito nelle costole. Se lei doveva essere sveglia, allora Aviendha non se ne sarebbe rimasta in panciolle. Aviendha si svegliò di soprassalto, allungandosi per prendere il suo coltello sopra il tavolino dal suo lato del letto. Prima che la sua mano toccasse la scura elsa di corno, la lasciò ricadere. «Qualcosa mi ha svegliato» borbottò. «Pensavo che uno Shaido stesse... Guarda il sole! Perché mi hai lasciato dormire così fino a tardi?» domandò, strisciando giù dal letto. «Solo perché mi è consentito stare con te...» le parole si smorzarono per un istante mentre si faceva passare sopra la testa la camicia da notte sgualcita per il sonno «...non significa che Monaelle non mi fustigherà se pensa che io sia pigra. Hai intenzione di startene sdraiata qui tutto il giorno?»

Con un grugnito, Elayne scese dal letto. Essande era già in attesa sulla porta dello spogliatoio; non svegliava mai Elayne a meno che lei non si ricordasse di ordinarglielo. Elayne si affidò alle cure quasi silenziose della donna dai capelli bianchi mentre Aviendha si vestiva. Ma sua sorella fece da contrasto alla quiete di Essande con una serie di allegri commenti su come farsi vestire da qualcuno significasse tornare a sentirsi bambini. Alludeva al fatto che Elayne era capace di dimenticarsi di vestirsi e che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo facesse per lei, visto che aveva fatto all’incirca lo stesso ogni mattina dal momento in cui avevano cominciato a condividere il letto. Aviendha lo trovava molto divertente. Elayne non disse una parola, tranne per rispondere alle proposte della sua ancella su cosa dovesse indossare, finché l’ultimo bottone di madreperla non fu allacciato e poté rimanere a esaminarsi nello specchio intero.

«Essande,» disse poi, con disinvoltura «i vestiti di Aviendha sono pronti?» L’elegante abito di lana blu con un piccolo ricamo d’argento sarebbe stato sufficiente per ciò che doveva affrontare oggi.

Essande si rallegrò. «Intende tutti i begli abiti di seta e i merletti di lady Aviendha, mia signora? Oh, sì. Sono stati spazzolati, puliti, stirati e messi via.» E indicò gli armadi allineati lungo la parete.

Elayne sorrise a sua sorella voltandosi appena. Aviendha fissò gli armadi come se contenessero vipere, poi deglutì e si affrettò a finire di avvolgere il fazzoletto scuro attorno alla sua testa. Quando Elayne ebbe congedato Essande, le disse: «Solo nel caso in cui tu ne abbia bisogno.»

«Molto bene» borbottò Aviendha, sistemandosi la sua collana d’argento.

«Basta con le battute sulla donna che ti veste.»

«Bene. O le dirò di cominciare a vestire te. Quello sì che sarebbe divertente.»

Ironizzando sottovoce sulla gente che non sapeva stare allo scherzo, era chiaro che Aviendha non era d’accordo. Elayne quasi si aspettava che esigesse che tutti i vestiti che aveva comprato venissero portati via. Era un po’ sorpresa che Aviendha non avesse già provveduto.

Per Aviendha, la colazione predisposta nel soggiorno consisteva in prosciutto affumicato con uvetta, uova cotte con prugne secche, pesce essiccato preparato con pinoli, pane fresco spalmato di burro e tè reso sciropposo col miele. Be’, non era proprio sciroppo, ma lo sembrava. Elayne non riceveva burro sul pane, molto poco miele nel suo tè e, invece del resto, un porridge caldo di cereali ed erbe che si riteneva fosse specialmente salutare. Non si sentiva incinta, non importa quello che Min aveva detto ad Aviendha, tra l’altro l’aveva detto anche a Birgitte, non appena loro tre avevano cominciato a diventare alticce. Fra la sua Custode, Dyelin e Reene Harfor, ora lei si ritrovava limitata a una dieta ‘adatta a una donna nella sua condizione’. Se mandava nelle cucine qualcuno a prenderle un dolcetto, questo non arrivava mai, e se lei andava laggiù di persona, i cuochi le scoccavano occhiate tanto cupe da farla sgattaiolare di nuovo fuori senza niente.