Davanti a una tenda molto più grande di ogni altra che poteva vedere, teli candidi con un unico lungo pennone, Kayen smontò e l’aiutò a scendere. Esitò riflettendo se fare lo stesso per Birgitte e Aviendha, ma Birgitte risolse il suo dilemma smontando agilmente e porgendo le sue redini a un soldato in attesa e Aviendha quasi cadendo dalla sella. Aveva migliorato le proprie capacità di cavalcare, ma montare e smontare le creavano ancora delle difficoltà. Guardandosi attorno torva per vedere se qualcuno stesse ridendo, si lisciò le voluminose gonne, poi svolse lo scialle dalla sua testa e se lo pose sulle spalle. Birgitte osservò il suo cavallo che veniva condotto via come desiderando di aver preso con sé l’arco e la faretra dalla sella. Kayen aprì uno dei lembi d’ingresso e s’inchinò.
Traendo un ultimo respiro tranquillizzante, Elayne guidò dentro le altre due donne. Non poteva consentire che la vedessero come una supplice. Non era qui per implorare o per stare sulla difensiva. «Talvolta,» le aveva detto Gareth Bryne quand’era una bambina «ti ritroverai in minoranza, senza alcuna via di fuga. Fai sempre quello che il tuo nemico meno si aspetta, Elayne. In quel caso, devi attaccare.» Doveva attaccare, fin dall’inizio. All’interno, Merilille scivolò verso di lei lungo gli strati di tappeti disposti in terra a fare da pavimento. Il sorriso della minuta Grigia non era precisamente sollevato, ma dimostrava che era chiaramente lieta di vedere Elayne. A parte lei, c’erano altri cinque presenti, due donne e tre uomini, e uno degli ultimi era un servitore, un vecchio soldato di cavalleria, a giudicare dalle sue gambe incurvate e dal volto sfregiato, che venne a prendere mantelli e guanti — e ammiccò ad Aviendha — prima di ritirarsi presso un semplice tavolo di legno su cui era poggiato un vassoio d’argento con una caraffa dall’alto collo e una serie di coppe. Gli altri quattro governavano le nazioni delle Marche di Confine. Alcune sedie da campo senza schienale e quattro grandi bracieri contenenti tizzoni scintillanti completavano il mobilio della tenda. Questo non era il genere di ricevimento che l’erede al trono di Andor si sarebbe potuta aspettare, con cortigiani e molti servi, e frivole discussioni prima che cominciassero quelle più serie, e uomini e donne alle spalle di quei regnanti pronti a consigliarli. Quello che trovò era ciò che aveva sperato.
La Guarigione aveva schiarito gli occhi di Merilille dalle sue borse scure prima che lasciasse il palazzo, e introdusse Elayne con semplice dignità.
«Questa è Elayne Trakand, dell’Ajah Verde, come vi ho detto.» Quello e nient’ altro. Elayne grazie a Vandene aveva saputo abbastanza da distinguere l’uno dall’altro i quattro governanti di fronte a lei.
«Ti do il benvenuto, Elayne Sedai» disse Basar di Shienar. «La Pace e la Luce ti sostengano.» Era un uomo non più alto di lei, magro, in una giubba color bronzo, il volto senza rughe e un lungo codino bianco che gli pendeva da un lato della testa. Guardando i suoi occhi tristi, lei si rammentò che era reputato un governante saggio e un abile diplomatico, così come un eccellente soldato. Nell’aspetto, non si sarebbe detto che fosse niente di tutto questo. «Posso offrirti del vino? Le spezie non sono fresche, ma col tempo hanno preso un sapore più penetrante.»
«Quando Merilille ci ha detto che saresti venuta fin da Caemlyn oggi, confesso che avrei dubitato di lei, se non fosse stata una Aes Sedai.» Ethenielle di Kandor, forse un palmo e mezzo più alta di Merilille, era grassoccia, i suoi capelli neri spolverati di grigio, ma in lei non c’era nulla di materno malgrado il suo sorriso. Era ammantata di una dignità regale come dal suo elegante abito di lana azzurro. Anche i suoi occhi erano azzurri, calmi e chiari.
«Siamo lieti che tu sia venuta» disse Paitar di Arafel con una voce sorprendentemente forte e profonda che in qualche modo riscaldò Elayne.
«Abbiamo molto da discutere con te.» Vandene aveva detto che era l’uomo più bello nelle Marche di Confine, e forse lo era stato molto tempo fa, ma l’età aveva tracciato profonde rughe sul suo volto, e solo una frangia di corti capelli grigi rimaneva sulla sua testa. Era alto e con le spalle larghe, però, vestito di verde, e aveva un aspetto forte. E non era uno sciocco. Mentre gli altri portavano i propri anni con clemenza, Tenobia di Saldea col suo naso aquilino e la bocca larga ostentava gioventù, anche se non bellezza. I suoi occhi obliqui, quasi viola, alla stessa altezza di quelli di Elayne, erano la sua migliore caratteristica. Forse l’unica. Mentre gli altri vestivano in modo semplice, anche se governavano delle nazioni, il suo vestito azzurro pallido e la sua chioma erano adornati di perle e zaffiri. Adatto per la corte, ma non per un accampamento. E mentre gli altri erano affabili... «In nome della Luce, Merilille Sedai,» disse Tenobia ad alta voce, accigliandosi «so che dici la verità, ma sembra più una bambina che una Aes Sedai. E non avevi detto che avrebbe portato con sé una Aiel dagli occhi neri.»
Il volto di Easar non cambiò mai, ma la bocca di Paitar si serrò, ed Ethenielle si spinse a scoccare un’occhiata verso Tenobia simile a quella che avrebbe lanciato una madre. Una madre molto irritata e scontenta.
«Neri?» borbottò Aviendha confusa. «I miei occhi non sono neri. Non ho mai visto occhi neri tranne su un ambulante finché non ho attraversato il Muro del Drago.»