Mat inghiottì l’ultimo pezzo di formaggio e si sfregò le mani. «Pensi che te l’abbia fatto ripetere troppo spesso?» disse, scrollando le spalle della sua giacca. Una semplice giacca verde scuro. Un uomo voleva essere abbigliato in modo semplice quando era impegnato in affari come quelli di oggi.
«Voglio assicurarmi che tu lo sappia a memoria. Ricordati, se non mi vedete domani prima dell’alba, continuate a muovervi finché non trovate Talmanes e la Banda.» L’allarme sarebbe scattato con l’ispezione mattutina dei canili, e se lui non fosse stato fuori dalla città prima di allora, si aspettava di mettere alla prova la sua fortuna tentando di fermare l’ascia di un boia. Gli era stato detto che era destinato a morire e vivere di nuovo — una profezia, o qualcosa di molto simile — ma era piuttosto sicuro che fosse già accaduto.
«Ma certo, mio signore» disse Lopin in tono blando. «Sarà come comanda il mio signore.»
«Certo, mio signore» mormorò Nerim, funereo come sempre. «Il mio signore comanda, e noi obbediamo.»
Mat sospettava che stessero mentendo, ma due o tre giorni d’attesa non gli avrebbero certo fatto male, e per allora avrebbero dovuto capacitarsi che lui non sarebbe giunto. Metwyn e gli altri due soldati li avrebbero convinti, all’occorrenza. Quei tre potevano seguire Mat Cauthon, ma non erano tanto sciocchi da mettere il proprio collo sul ceppo del boia se la sua testa era già caduta. Per qualche motivo, non era sicuro di Lopin e Nerim. Olver non era tanto dispiaciuto di lasciare Riselle quanto Mat aveva temuto. Tirò in ballo l’argomento mentre stava aiutando il ragazzo a impacchettare i suoi oggetti da portare alla locanda. Tutte le cose di Olver erano disposte ordinatamente sullo stretto lettino in quello che era stato il pensatoio, un piccolo soggiorno, dove c’erano stati gli appartamenti di Mat.
«Sta per sposarsi, Mat» disse Olver in tono paziente, come se lo stesse spiegando a qualcuno che non riconosceva l’ovvietà della cosa. Aprendo una stretta scatolina intarsiata che gli aveva dato Riselle per il tempo sufficiente ad accertarsi che la sua piuma di falco rosso fosse al sicuro, la richiuse e la infilò nel fagotto di cuoio che avrebbe portato sulla spalla. Per la piuma nutriva la stessa attenzione che aveva riservato al borsellino con venti corone d’oro e una manciata d’argento. «Non penso che a suo marito piacerebbe che lei continuasse a insegnarmi a leggere. Anche per me sarebbe così, se fossi suo marito.»
«Oh» disse Mat. Una volta presa la decisione, Riselle si era data in fretta da fare. Il suo matrimonio col generale di stendardo Yamada era stato annunciato pubblicamente ieri e avrebbe avuto luogo domani, anche se secondo le usanze di solito doveva esserci un periodo d’attesa di mesi. Yamada poteva essere un generale capace — Mat non lo sapeva — ma non aveva mai avuto una possibilità contro Riselle e quel magnifico seno. Oggi erano in visita a un vigneto nelle colline Rhiannon che lo sposo le avrebbe comprato come regalo di nozze.
«Pensavo solo che magari tu volessi — non so — portarla con noi o cose del genere.»
«Non sono un bambino, Mat» disse seccamente Olver. Ripiegando il panno di lino attorno al suo guscio di tartaruga a strisce, lo riunì al fagotto.
«Tu giocherai a serpenti e volpi con me, vero? A Riselle piace giocare, e tu non hai più tempo.» A parte i vestiti che Mat stava impacchettando in un mantello che sarebbe andato in una cesta da soma, il ragazzo aveva nel fagotto un paio di brache di riserva e alcune camicie e paia di calze pulite. E il gioco di serpenti e volpi che il suo defunto padre aveva fatto per lui. Era meno probabile perdere quello che uno portava sulla propria persona, e Olver aveva già perso nei suoi dieci anni molto più di quello che parecchi smarrivano in un’intera vita. Ma credeva ancora di poter vincere a serpenti e volpi senza infrangere le regole.
«Lo farò» promise Mat. L’avrebbe fatto, se fosse riuscito a fuggire dalla città. Di certo stava infrangendo così tante regole che meritava di vincere.
«Tu pensa solo a badare a Vento finché io non arrivo.» Olver esibì un largo sorriso, e, per lui, era davvero molto largo. Il ragazzo adorava quel castrone grigio dalle gambe lunghe quasi quanto amava serpenti e volpi. Sfortunatamente, Beslan era un altro che pareva pensare che si potesse vincere a serpenti e volpi.
«Stanotte» borbottò lui, camminando su e giù davanti al caminetto nel soggiorno di Tylin. Gli occhi di quell’uomo snello erano tanto freddi da smorzare il calore del fuoco, e le sue mani erano strette dietro la schiena come per tenerle lontane dall’elsa della spada dalla stretta lama. L’orologio a cilindro ingioiellato sulla mensola di marmo intagliata a onde suonò quattro rintocchi per la seconda ora del mattino. «Con qualche giorno di preavviso, avrei potuto preparare qualcosa di grandioso!»
«Non voglio nulla di grandioso» gli disse Mat. Non voleva nulla da quell’uomo, ma per caso Beslan aveva visto Thom intrufolarsi nel cortile della stalla de La donna errante poco prima. Thom vi si era recato per tenere di buon umore Joline finché Egeanin non avesse portato la sua sul’dam quella sera, per calmarle i nervi e rallegrarla con maniere cortesi, ma poteva essersi recato alla locanda per moltissime ragioni. Be’, forse non così tante, dato che era piena di Seanchan, ma di certo un bel po’. Purtroppo, però, Beslan era balzato sulla ragione come un’anatra su uno scarafaggio e rifiutava di essere lasciato fuori. «Sarà sufficiente se alcuni dei tuoi amici daranno alle fiamme alcune delle scorte che i Seanchan hanno ammassato sulla Via della Baia. Dopo mezzanotte, bada, e che la calcolino bene; meglio un’ora dopo che prima.» Con un po’ di fortuna, lui sarebbe stato fuori dalla città prima di mezzanotte. «Questo attirerà la loro attenzione a sud, e sai che perdere le scorte li danneggerà.»
«Ho detto che l’avrei fatto,» disse Beslan amareggiato «ma non si può dire che appiccare incendi sia esattamente un gesto grandioso.»
Tornando a sedere, Mat appoggiò le mani sui braccioli della sedia intagliati a forma di bambù e aggrottò le sopracciglia. Voleva riposare le mani, comunque, ma il suo anello con sigillo faceva un suono metallico sul legno dorato mentre tamburellava le dita. «Beslan, tu ti farai vedere a una locanda quando quei fuochi vengono appiccati, vero?» L’altro fece una smorfia.
«Beslan?»
Beslan gettò in alto le mani. «Lo so; lo so. Non devo mettere in pericolo mia madre. Mi farò vedere. Per mezzanotte, sarò ubriaco come il marito di una locandiera! Ci puoi scommettere che mi farò vedere! È solo che non è molto eroico, Mat. Sono in guerra con i Seanchan, che mia madre lo sia o meno.»
Mat cercò di non sospirare. Quasi ci riuscì.
Non c’era modo di nascondere le tre Braccia Rosse che portavano i cavalli fuori dalle stalle, ovviamente. Due volte quella mattina notò delle servitrici che porgevano delle monete ad altre, e in entrambe le occasioni la donna che le consegnava gli rivolse un’occhiataccia quando lo vide. Perfino con Vanin e Marana all’apparenza ancora sistemati stabilmente nella lunga camerata accanto alle stalle, tutti a palazzo sapevano che Mat Cauthon se ne sarebbe andato presto e già venivano pagate le scommesse. Lui doveva solo fare in modo che nessuno scoprisse quanto presto prima che fosse troppo tardi.
Il vento acquistò forza nel corso della mattinata, ma Mat fece sellare Pips e lo cavalcò facendo incessantemente cerchi nel cortile delle stalle del palazzo, rannicchiandosi un poco sulla sella e tenendo stretto il suo mantello. Cavalcava più lentamente del solito, cosicché i ferri di Pips emettevano un pigro suono arrancante sul selciato. Ogni tanto lui guardava imbronciato le nuvole sempre più scure nel cielo e scuoteva il capo. No, a Mat Cauthon non piaceva star fuori con questo tempo. Mat Cauthon sarebbe stato in qualche posto caldo e asciutto finché il cielo non si fosse schiarito, sì. Anche le sul’dam che facevano passeggiare le damane nel proprio cerchio nel cortile sapevano che lui se ne sarebbe andato presto. Forse le servitrici non parlavano direttamente alle Seanchan, ma ciò che una donna sapeva diventava in poco tempo noto a ogni altra donna nel raggio di un miglio. Gli incendi nei boschi secchi non si propagavano tanto velocemente quanto i pettegolezzi fra le donne. Un’alta sul’dam bionda guardò nella sua direzione e scosse il capo. Una bassa, tozza sul’dam dal volto scuro quanto quelli del Popolo del Mare rise ad alta voce. Lui era solo il giocattolo di Tylin. La sul’dam non lo preoccupava, ma Teslyn sì. Per diversi giorni, fino a stamattina, non l’aveva vista fra le damane a cui veniva fatto fare esercizio. Oggi le sul’dam lasciavano che i loro mantelli svolazzassero al vento, ma le damane si tenevano strette i propri, tranne il mantello grigio di Teslyn che sbatteva qua e là, dimenticato, e lei stessa inciampava un poco dove il selciato era irregolare. I suoi occhi erano sgranati e inquieti nel suo volto da Aes Sedai. Di tanto in tanto scoccava un’occhiata alla prosperosa sul’dam dai capelli neri che portava l’altra estremità del suo guinzaglio d’argento, e ogni volta che lo faceva si umettava le labbra con fare titubante. Lo stomaco di Mat si serrò. Dov’era andata la sua determinazione? Se era pronta a sottomettersi...