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«Tutto bene?» disse Vanin quando Mat smontò e gli diede le redini di Pips. Aveva cominciato a cadere la pioggia, gocce grosse e fredde, e le sul’dam si stavano affrettando a portar dentro le donne di cui erano responsabili, ridendo e correndo per evitare di bagnarsi. Anche alcune delle damane stavano ridendo, un suono che gelò il sangue di Mat. Vanin non volle correre il rischio che qualcuno si domandasse perché se ne stavano a parlare sotto la pioggia. L’uomo grasso si piegò per sollevare la zampa anteriore sinistra di Pips ed esaminare lo zoccolo. «Sembri un po’ più deperito del solito.»

«Va tutto bene» gli disse Mat. Il dolore alla gamba e al fianco lo rodeva come un dente, ma ne era a malapena consapevole, così come non si curava della pioggia sempre più fitta. Per la Luce, se Teslyn si stava spezzando ora... «Ricorda. Se senti delle urla nel palazzo stanotte o qualcosa che indichi guai, tu e Harnan non aspettate. Prendi i cavalli e va’ a cercare Olver. Lui sarà...»

«So dove sarà il piccolo birbante.» Lasciando andare la zampa di Pips e rialzandosi, Vanin sputò da uno dei buchi fra i suoi denti. Gocce di pioggia gli colavano sul volto. «Harnan non è così stupido da non sapersi mettere gli stivali da solo e io so cosa fare. Tu occupati della tua parte e fa’ in modo che la tua fortuna funzioni. Andiamo, ragazzo» aggiunse con molto più calore rivolgendosi a Pips. «Ho della buona avena per te. E dell’ottimo pesce in umido per me.»

Mat sapeva che anche lui avrebbe dovuto mangiare, ma gli sembrava come di aver ingoiato una pietra, e non gli lasciava spazio per il cibo. Tornando zoppicante negli appartamenti di Tylin, gettò il suo mantello bagnato sopra una sedia e, per un po’, rimase a fissare l’angolo dove la sua lancia dal manico nero era appoggiata accanto al suo arco privo di corda. Aveva programmato di tornare a prendere l’ ashandarei all’ultimo momento. I membri del Sangue sarebbero stati tutti al letto nel momento in cui si sarebbe mosso, e così i servitori, lasciando sveglie solo le guardie, ma non avrebbero rischiato di farsi vedere con la lancia prima del necessario. Perfino i Seanchan che lo chiamavano giocattolo si sarebbero accorti che portava un’arma per i corridoi nel mezzo della notte. Aveva intenzione di prendere con sé anche l’arco. Buon legno di tasso nero era quasi impossibile da trovare fuori dai Fiumi Gemelli, e inoltre lo tagliavano troppo corto. Senza corda, un arco doveva essere di due palmi più alto dell’uomo che lo tendeva. Forse avrebbe dovuto abbandonarlo, dopotutto. Gli sarebbero servite entrambe le mani per usare l’ ashandarei, se fosse stato necessario, e il momento che gli occorreva per lasciar cadere l’arco poteva essere quello che l’avrebbe ucciso.

«Andrà tutto secondo il piano» disse ad alta voce. Sangue e ceneri, sembrava uno zuccone proprio come Beslan! «Non dovrò farmi strada combattendo per uscire dal maledetto palazzo!» E quasi altrettanto sciocco. La fortuna era un’ottima cosa coi dadi. Dipendere dalla fortuna in altri casi poteva portare alla morte. Stendendosi sul letto, appoggiò uno stivale sopra l’altro e restò li a studiare l’arco e la lancia. Con la porta per il soggiorno aperta, poteva sentire ogni ora i sommessi rintocchi dell’orologio a cilindro. Per la Luce, aveva bisogno della sua fortuna stanotte.

La luce alla finestra si affievolì così lentamente che quasi si alzò per vedere se il sole si fosse fermato, ma infine il grigio bagliore sbiadì in un crepuscolo violaceo, poi in una completa oscurità. L’orologio suonò due rintocchi e poi le uniche cose che si sentivano furono il tamburellare della pioggia e le folate del vento. I lavoratori che avevano sfidato le intemperie avrebbero messo da parte i propri attrezzi per arrancare verso casa. Nessuno arrivò ad accendere le lampade o a occuparsi del fuoco. Nessuno si aspettava che lui fosse lì, dato che la notte prima aveva dormito nel letto. Le fiamme nel caminetto della camera da letto scemarono e morirono. Tutto era in movimento, ora. Olver era nascosto in quella vecchia stalla; aveva ancora la maggior parte del tetto. L’orologio suonò la prima ora della notte e, dopo quella che parve non più di una settimana, quattro rintocchi per la seconda.

Alzandosi dal letto, procedette a tentoni nel buio pesto del soggiorno e aprì i battenti muniti di cardini di una delle alte finestre. Il forte vento spinse delle gocce di pioggia attraverso l’intricata schermatura bianca in ferro battuto, inzuppandogli in fretta la giacca. La luna era nascosta dietro le nuvole e la città era una massa di oscurità avvolta nella pioggia, senza nemmeno il fulmine a infrangerla. Tutti i lampioni apparentemente erano stati estinti dal vento e dalla pioggia: la notte li avrebbe nascosti bene una volta lasciato il palazzo. E ogni pattuglia che li avesse visti in giro con questo tempo li avrebbe di certo notati. Rabbrividendo per il vento che passava attraverso la sua giacca umida, chiuse i battenti. Sedendosi sul bordo di una delle sedie intagliate come bambù, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e osservò l’orologio sopra il caminetto spento. Non poteva vederlo nell’oscurità, ma qui poteva udire il ticchettio costante. Rimase immobile, anche se l’unico rintocco di un’altra ora lo fece sussultare. Ora non poteva far altro che aspettare. Fra poco, Egeanin avrebbe presentato Joline alle sue sul’dam. Se davvero era stata in grado di trovarne tre che avrebbero fatto quello che lei asseriva. Se Joline non si fosse fatta prendere dal panico non appena le avessero messo l’ a’dam. Thom, Joline e gli altri provenienti dalla locanda si sarebbero incontrati con lui appena prima che raggiungesse il Cancello Dal Eira. E se non vi fosse arrivato, Thom si era portato avanti con la sua parte del piano; era sicuro di poter fare in modo che superassero i cancelli con i suoi ordini contraffatti. Almeno, se tutto fosse andato in pezzi, avevano una possibilità. Se. Troppi ‘se’ a cui pensare, ora. Era troppo tardi per quello.

Ding, dall’orologio, come un cucchiaio che dà un colpetto a un oggetto di cristallo. Ding. A quest’ora Juilin si stava dirigendo verso la sua preziosa Thera e, con un po’ di fortuna, Beslan stava in una qualche locanda e cominciava a darci sotto col bere. Traendo un profondo respiro, si alzò nell’oscurità e controllò al tatto i suoi coltelli, su nelle maniche, sotto la giacca, infilati nei risvolti degli stivali, uno che pendeva dal retro del colletto. Fatto questo, lasciò gli appartamenti. Troppo tardi per qualunque cosa tranne iniziare. I corridoi vuoti che percorse erano solo fiocamente illuminati. Solo una lampada su tre o quattro era accesa davanti agli specchi del sostegno, piccole polle di luce con pallide ombre nel mezzo che non raggiungevano mai il buio. I suoi stivali erano rumorosi sulle piastrelle del pavimento. Risuonavano sulle scale di marmo. Era improbabile che ci fosse qualcuno ancora sveglio così tardi, ma se qualcuno l’avesse visto non doveva avere l’aria di muoversi di soppiatto. Infilando i pollici dietro la sua cintura, si costrinse a rallentare il passo. Non era peggio di rubare una torta dal davanzale della finestra della cucina. Anche se, a pensarci bene, dai ricordi frammentari che gli rimanevano della sua fanciullezza gli sembrava di aver rischiato di essere scuoiato per quello almeno una volta o due.