«Cosa?» squittì Egeanin, la sua testa che sferzava verso di lui così velocemente che la sua coda di capelli arrivò a percuotergli il volto. Non avrebbe mai pensato che lei potesse squittire. «Non puoi dire questo! Non devi dire questo!»
«Perché no?» domandò lui. Gli Aelfinn davano sempre risposte vere. Sempre. «Lei è mia moglie. La vostra dannata Figlia delle Nove Lune è mia moglie!»
Lo fissarono tutti, tranne Juilin che si tolse il copricapo e vi guardò dentro. Domon scosse il capo e Noal rise sommessamente. La bocca di Egeanin era spalancata. Le due sul’dam lo osservarono come se fosse un folle, sconnesso e delirante. Tuon aveva lo sguardo fisso, ma la sua espressione era del tutto indecifrabile, e nascondeva ogni pensiero dietro quegli occhi scuri. Oh, Luce, cosa doveva fare? Tanto per cominciare, doveva darsi una mossa prima che...
Selucia entrò nella stanza in tutta fretta e Mat grugnì. Sarebbero arrivati tutti quelli dell’intero maledetto palazzo? Domon cercò di afferrarla, ma lei lo scansò balzando via. La prosperosa so’jhin bionda non era solenne come al solito, e si torceva le mani e si guardava attorno con fare terrorizzato.
«Perdonami se te lo dico,» asserì con voce piena di paura «ma ciò che fai è insensato, oltre ogni follia.» Con un gemito, balzò in una posizione semiaccucciata fra le sul’dam inginocchiate con una mano sulla spalla di ognuna, come cercando la loro protezione. I suoi occhi azzurri non smisero mai di guizzare in giro per la stanza. «Quali che siano i presagi, possono ancora essere corretti se solo acconsentirai a tornare sui tuoi passi.»
«Calma, Selucia» disse Mat in tono rassicurante. Lei non lo stava guardando, ma lui fece comunque dei gesti tranquillizzanti. Non riuscì a trovare in nessun luogo della sua memoria un modo per trattare con una donna isterica. Tranne nascondersi. «A nessuno verrà fatto del male. A nessuno!
Te lo prometto. Puoi calmarti, ora.»
Per qualche ragione, la costernazione balenò sul suo volto, ma lei si accomodò sulle ginocchia e ripiegò le mani in grembo. All’improvviso, tutto il suo timore svanì e lei fu regale come sempre. «Ti obbedirò, solo se non farai male alla mia padrona. Se lo farai, ti ucciderò.»
Se fosse stata Egeanin a dirlo, lo avrebbe fatto esitare. Ma da parte di questa donna grassoccia dalle guanciotte piene, bassa, seppure più alta della sua padrona, non lo impensierì. La Luce sapeva quanto fossero pericolose le donne, ma pensava di essere in grado di gestire una cameriera. Almeno non era più isterica. Strano come questa cosa nelle donne andasse e venisse.
«Suppongo che tu intenda lasciarle entrambe nel fienile?» disse Noal.
«No» rispose Mat, guardando Tuon. Lei lo fissò di rimando, ancora senza alcuna espressione che lui potesse decifrare. Una ragazzina magra come un fanciullo, quando a lui piacevano le donne con un po’ di carne intorno alle ossa. Erede al trono dei Seanchan, quando le nobildonne gli facevano venire la pelle d’oca. Una donna che aveva voluto comprarlo, e ora probabilmente voleva conficcargli un coltello fra le costole. E sarebbe stata sua moglie. Gli Aelfinn davano sempre risposte vere. «Le portiamo con noi» disse.
Infine, Tuon mostrò un’espressione. Sorrise, come se all’improvviso conoscesse un segreto. Sorrise, e lui rabbrividì. Oh, Luce, come rabbrividì.
32
Una porzione di saggezza
La ruota dorata era una grossa locanda, appena oltre il mercato Avharin, che aveva una lunga sala comune col soffitto di travi, affollata di tavolini quadrati. Però perfino a mezzogiorno non più di un tavolo su cinque era occupato, di solito si trattava di un mercante straniero seduto di fronte a una donna vestita di colori sobri coi capelli portati in cima alla testa o raccolti sulla nuca. Anche le donne erano mercanti o banchieri; a Far Madding l’attività bancaria e quella commerciale erano proibite agli uomini. Tutti i forestieri nella sala comune erano uomini, dato che le donne fra loro potevano essere portate nella Stanza delle Donne. Gli odori di pesce e montone preparati nelle cucine riempivano l’aria, e di tanto in tanto un grido da uno dei tavoli chiamava uno dei servitori che attendevano in fila sul fondo della stanza. Altrimenti, mercanti e banchieri tenevano bassa la voce. Il suono della pioggia all’esterno era più forte.
«Ne sei certo?» chiese Rand, riprendendo i disegni spiegazzati da un servitore con la mascella a forma di lanterna che aveva trascinato da un lato della sala.
«Penso che sia lui» disse il tizio in tono incerto, sfregandosi le mani su un lungo grembiule ricamato con una ruota di carro gialla. «Sembra lui. Dovrebbe tornare presto.» I suoi occhi guizzarono oltre Rand e sospirò.
«Dovresti comprare qualcosa da bere o andartene. A comare Gallger non piace che parliamo quando dovremmo lavorare. E comunque non le piacerebbe che parlassi dei suoi clienti.»
Rand lanciò un’occhiata indietro. Una donna ossuta con un alto pettine d’avorio infilato in una scura crocchia sulla nuca stava in piedi nell’arco dipinto di giallo che conduceva alla Stanza delle Donne. Dal modo in cui controllava la sala comune — per metà regina che contemplava il suo dominio, per metà agricoltore che esaminava i propri campi, e in entrambi i casi scontenta per la scarsa attività che vedeva consumarsi davanti a sé — era chiaro che si trattava della locandiera. Quando il suo sguardo cadde su Rand e sul tizio dalla mascella a lanterna, si accigliò.
«Vino speziato» disse Rand, porgendo all’uomo delle monete, rame per il vino e un pezzo d’argento per le sue informazioni, per quanto incerte. Era passata più di una settimana da quando aveva ucciso Rochaid e Kisman era fuggito, e in tutti quei giorni questa era la prima volta che quando aveva mostrato i disegni aveva ottenuto più di una scrollata di spalle. C’era una dozzina di tavoli vuoti lì accanto, ma voleva stare in un angolo nella parte anteriore della stanza, dove poteva vedere chi entrava senza essere visto a sua volta, e, mentre si faceva strada fra i tavoli, le sue orecchie coglievano brandelli di conversazione.
Un’alta donna pallida in seta verde scuro scosse la testa verso un uomo tozzo vestito con un’attillata giacca tarenese. La crocchia grigia la faceva assomigliare un po’ a Cadsuane, guardata di profilo. Lui sembrava un blocco di pietra, ma la sua scura faccia squadrata tradiva preoccupazione.
«Puoi tranquillizzarti riguardo all’Andor, mastro Admira» disse lei in tono rassicurante. «Credimi, gli Andorani potranno urlarsi contro e scuotere le spade l’uno contro l’altro a vicenda, ma non lasceranno mai che si giunga a una lotta vera e propria. È nel tuo miglior interesse restare sul tuo attuale itinerario per le merci. Cairhien ti tasserebbe un quinto in più di Far Madding. Pensa alle spese aggiuntive.» Il Tarenese fece una smorfia come se ci stesse pensando. O si stesse chiedendo se davvero i suoi migliori interessi coincidevano con quelli della donna.
«Ho sentito che il corpo era tutto nero e gonfio» disse a un altro tavolo un Illianese scarno con la barba bianca in una giacca blu scuro. «Ho sentito che le Consigliere hanno ordinato che venisse bruciato.» Sollevò le sopracciglia con aria significativa e picchiettò il lato di un naso a punta che gli conferiva le sembianze di un furetto.