«Se abbiamo intenzione di fare questo, pastore,» disse Lan arcigno «faremmo meglio ad andare finché c’è ancora luce per vedere.» I suoi occhi azzurri sembravano più freddi che mai e duri come pietre levigate. Nynaeve gli rivolse uno sguardo tanto preoccupato che Min quasi si rammaricò per lei... quasi.
Rand assicurò la propria spada sopra la giacca, poi sistemò il mantello col cappuccio che gli pendeva sulle spalle e si voltò verso di lei. Il suo volto era duro quanto quello di Lan, i suoi occhi azzurro-grigi quasi altrettanto freddi, ma nella sua testa quella pietra gelida sfavillava con venature di oro brillante. Min voleva infilare le mani fra i suoi capelli tinti di nero che quasi gli sfioravano le spalle e baciarlo, senza curarsi di quante persone li stessero osservando. Invece incrociò le braccia contro il petto e sollevò il mento, rendendo evidente la sua disapprovazione. Nemmeno lei aveva intenzione di lasciarlo morire lì, e non voleva che Rand pensasse che lei avrebbe ceduto solo perché si comportava da testardo. Rand non cercò di prenderla fra le braccia. Annuendo come se comprendesse davvero, lui prese i suoi guanti dal tavolino accanto alla porta. «Sarò di ritorno il prima possibile, Min. Poi andremo da Cadsuane.» Quelle venature dorate continuarono a brillare perfino dopo che ebbe lasciato la stanza, seguito da Lan.
Nynaeve indugiò, tenendo la porta. «Baderò a entrambi, Min. Alivia, per favore, rimani con lei e bada che non faccia nulla di sciocco.» Era tutta una dignitosa, fredda compostezza da Aes Sedai. Finché non guardò nel corridoio. «Che siano folgorati!» uggiolò. «Se ne stanno andando!» E corse, lasciando la porta mezza aperta. Alivia la chiuse. «Vogliamo giocare a qualcosa per passare il tempo, Min?» Attraversando il tappeto, si sedette sullo sgabello di fronte al caminetto e prese un pezzo di spago dalla tasca della sua cintura. «Labirinto di fili?»
«No, grazie, Alivia» disse Min, quasi scuotendo la testa per l’impazienza nella voce della donna. Rand forse sarebbe stato compiacente con quello che Alivia aveva intenzione di fare, ma Min si era messa in testa di conoscerla, e ciò che aveva trovato era sconcertante. In superficie, l’ex damane era una donna matura, all’apparenza di mezz’età, severa e fiera, e perfino intimidatoria. Di certo riusciva a intimidire Nynaeve. Nynaeve di rado diceva ‘per favore’ a qualcuno eccetto ad Alivia. Ma era stata resa damane a quattordici anni, e il suo amore per i giochi da bambini non era la sua unica stranezza. Min desiderò che ci fosse un orologio nella stanza, anche se l’unica locanda in cui riusciva a immaginare un orologio in ogni stanza sarebbe stata un posto per re e regine. Camminando su e giù sotto lo sguardo vigile di Alivia, contava i secondi nella propria testa, cercando di stimare quanto tempo sarebbe servito a Rand e agli altri per allontanarsi dal raggio della locanda. Quando ebbe deciso che era passato abbastanza tempo, prese il suo mantello dal guardaroba.
Alivia scattò a bloccare la porta, le mani sui fianchi, e non c’era nulla di fanciullesco nella sua espressione. «Tu non li seguirai» disse con accento strascicato ma fermo. «Provocherebbe solo guai, ora, e io non posso permetterlo.» Con quegli occhi azzurri e quei capelli dorati, i colori erano tutti sbagliati, ma a Min ricordava sua zia Rana, che sembrava sempre sapere quando avevi fatto qualcosa di male e provvedeva sempre che non volessi farlo di nuovo.
«Ti ricordi quelle conversazioni che abbiamo avuto sugli uomini, Alivia?» L’altra donna diventò rossa paonazza e Min si affrettò ad aggiungere:
«Intendo quella su come non sempre pensano col cervello.» Spesso aveva udito delle donne deriderne altre perché non sapevano nulla degli uomini, ma non si era mai imbattuta in una di queste finché non aveva incontrato Alivia. Lei davvero non sapeva nulla! «Rand senza di me si caccerà in un bel po’ di guai. Ho intenzione di trovare Cadsuane, e se cerchi di fermarmi...» Sollevò un pugno serrato. Per un lungo istante, Alivia la guardò corrucciata. Infine disse: «Lasciami prendere il mantello e verrò con te.»
Non c’erano portantine o servi in livrea su Via della Carpa Azzurra, e delle carrozze non sarebbero mai riuscite a passare per la viuzza stretta e tortuosa. Negozi e case di pietra con tetti di ardesia fiancheggiavano la strada, la maggior parte a due piani, talvolta ammassati l’uno contro l’altro e talvolta con un vicoletto in mezzo. Il selciato era ancora scivoloso per la pioggia e il vento freddo cercava di portar via il mantello di Rand, ma la gente era di nuovo in giro affaccendata. Tre guardie cittadine, una con un calappio in spalla, indugiarono per lanciare un’occhiata alla spada di Rand, poi se ne andarono per la loro strada. Non lontano dall’altro lato della via, l’edificio che ospitava il negozio del calzolaio Zeram si ergeva per tre interi piani, non contando il solaio sotto il tetto a punta. Un uomo pelle e ossa col mento molto sfuggente fece cadere la moneta di Rand nel suo borsellino e usò un bastoncino di legno per sollevare un tortino di carne in una crosta marrone dalla graticola a carbone sul suo carrettino. Il suo volto era rugoso, la sua giubba scura logora e i suoi lunghi capelli ingrigiti erano legati con una corda di cuoio. I suoi occhi guizzarono verso la spada di Rand, poi li distolse in fretta. «Perché chiedi del calzolaio? Il miglior montone è qui.» Il suo mento quasi scomparve nel suo sorriso tutto denti e all’improvviso i suoi occhi parvero molto disonesti.
«La stessa Prima Consigliera non mangia di meglio.»
C’erano tortini di carne chiamati pasticci quando ero ragazzo, mormorò Lews Therin. Li compravamo in campagna e...
Passando il tortino da una mano all’altra, i suoi guanti che ne assorbivano il calore, Rand soppresse la voce. «Mi piace sapere che tipo di uomo è quello che mi confeziona gli stivali. È sospettoso con gli stranieri, per esempio? Un uomo non fa del suo meglio se è sospettoso di te.»
«Sì, comare» disse il tipo senza mento, chinando il capo a una corpulenta donna dai capelli grigi con uno sguardo furtivo. Avvolgendo quattro tortini di carne in carta scadente, le porse il pacchetto prima di prendere le sue monete. «Un piacere, comare. La Luce splenda su di te.» Lei trotterellò via senza una parola, tenendo stretti i tortini incartati sotto il suo mantello, e lui fece una smorfia stizzosa osservandola allontanarsi prima di tornare a rivolgere la sua attenzione a Rand. «Zeram non è mai stato un tipo sospettoso, e anche se lo fosse, Milsa non glielo permetterebbe. È sua moglie. Da quando l’ultimo dei loro figli si è sposato, Milsa affitta il piano alto. Quando trova qualcuno a cui non importa essere chiuso a chiave la notte, comunque» rise. «Milsa ha fatto mettere delle scale che salgono fino al terzo piano, in modo che sia privato, ma non ha scucito nulla per fare anche una nuova porta, così le scale sbucano nel negozio, e lei non si fida tanto da non chiuderlo a chiave di notte. Hai intenzione di mangiare quel tortino o solo di guardarlo?»
Prendendo un rapido morso, Rand si pulì via il sugo caldo dal mento e proseguì per trovare riparo sotto il cornicione del negozietto di un coltellinaio. Lungo la strada altri stavano comprando un pasto veloce dai venditori ambulanti di cibo, tortini di carne o pesce fritto o coni di carta attorcigliata colmi di piselli arrosto. Tre o quattro uomini alti quanto lui e due o tre donne alte quanto gli altri uomini nella strada potevano essere Aiel. Forse il tipo senza mento non era così disonesto come sembrava, o forse era solo che Rand non aveva mangiato nulla dalla colazione, ma lui si ritrovò a desiderare di ingozzarsi con il tortino e comprarne un altro. Invece si costrinse a mangiarlo lentamente. Pareva che Zeram avesse una buona attività. Un costante, se non incessante, flusso di uomini entrava nel suo negozio, molti di loro con un paio di stivali da riparare. Anche se lasciava salire i visitatori senza avvertire, sarebbe stato in grado di identificarli più tardi, e forse con lui altre due o tre persone.