Calandosi dal solaio senza far rumore, Lan guardò i cadaveri e sollevò un sopracciglio. Tutto qua. Niente lo sorprendeva.
«Fain è qui» bisbigliò Rand. Come attivate dal pronunciare il nome, le ferite gemelle al suo fianco cominciarono a pulsare, la più vecchia come un disco di ghiaccio, la più recente come una barra di fuoco sopra l’altra.
«È stato lui a mandare la lettera.»
Lan fece un gesto con la spada verso la botola, ma Rand scosse il capo. Aveva voluto uccidere i rinnegati con le sue stesse mani, tuttavia ora che Torval e Gedwyn erano morti — e quasi certamente lo era anche Kisman: c’era quel cadavere gonfio menzionato dal mercante a La ruota dorata — ora si rese conto che non gli importava chi li avesse uccisi purché fossero morti. Se un estraneo avesse finito Dashiva, non gli sarebbe importato. Fain era un’altra faccenda. Fain aveva tormentato i Fiumi Gemelli coi Trolloc e gli aveva inflitto una seconda ferita inguaribile. Se Fain era entro la sua portata, Rand non gli avrebbe consentito di scappare. Fece un cenno a Lan di fare come nel solaio e si piazzò di fronte alla porta con la spada in entrambe le mani. Quando l’altro uomo aprì la porta con uno strattone, lui schizzò in un’ampia stanza illuminata da lampade con un letto a baldacchino contro la parete opposta e un fuoco che crepitava in un piccolo caminetto. Solo la velocità del suo spostamento lo salvò. Notò un guizzo di movimento con la coda dell’occhio, qualcosa strattonò il mantello che sventolava dietro di lui e Rand roteò goffamente per respingere i fendenti di un pugnale ricurvo. Ogni mossa era uno sforzo di volontà. Le ferite al suo fianco non pulsavano più; lo artigliavano, ferro fuso e l’essenza stessa del ghiaccio che lottavano per lacerarlo. Lews Therin ululò. Fu tutto ciò a cui Rand riuscì a pensare, in quell’agonia.
«Ti ho detto che è mio!» urlò l’uomo ossuto, balzando distante dal colpo di Rand. Col volto contorto dalla furia, il suo grosso naso e le orecchie a sventola lo facevano sembrare una creatura inventata per spaventare i bambini, ma nei suoi occhi brillava una luce omicida. I denti snudati in un ringhio, sembrava un furetto preso da una selvaggia furia assassina. Un furetto rabbioso, pronto a straziare perfino una pantera. Con quel pugnale, avrebbe potuto ucciderne un bel po’. «Mio!» strillò Padan Fain, facendo un altro balzo all’indietro quando Lan si precipitò nella stanza. «Uccidi quello brutto!»
Solo quando Lan si voltò rispetto a Fain, Rand si rese conto che c’era qualcun altro nella camera, un uomo alto e pallido che giunse con ardore quasi a incrociare la sua lama con quella del Custode. Il volto di Toram Riatin era scavato, ma si mosse nella danza di spade con la grazia del maestro spadaccino che era. Lan lo incontrò con uguale grazia, una danza d’acciaio e di morte. Per quanto Rand fosse sconcertato di vedere l’uomo che aveva cercato di rivendicare il trono di Cairhien qui a Far Madding vestito di una giacca logora, tenne gli occhi su Fain e la sua spada, su quello che un tempo era stato un ambulante. Amico delle Tenebre e peggio ancora, l’aveva chiamato Moiraine molto tempo fa. Il dolore accecante al fianco di Rand lo fece incespicare mentre avanzava verso Fain, ignorando i tonfi degli stivali e il tintinnio dell’acciaio dietro di lui, così come ignorava i gemiti di Lews Therin nella sua testa. Fain danzava e guizzava, cercando di avvicinarsi abbastanza da usare il pugnale che aveva inferto l’incurabile taglio nel fianco di Rand, borbottando imprecazioni a voce bassa quando la lama di Rand lo costringeva ad arretrare. All’improvviso si voltò e corse verso il retro dell’edificio.
Il tormento che straziava Rand si affievolì fino a un semplice pulsare mentre Fain scompariva dalla stanza, ma anche così lui lo seguì con cautela. Sulla soglia, però, vide che Fain non stava tentando di nascondersi. L’uomo era in piedi ad attenderlo in cima alle scale, il pugnale ricurvo in una mano. Il grosso rubino sulla punta dell’elsa scintillava, catturando la luce delle lampade poggiate su tavoli tutt’intorno alla stanza senza finestre. Non appena Rand entrò nella stanza, fuoco e ghiaccio si scatenarono nel suo fianco finché non sentì che il suo cuore veniva scosso da un tremito. Stare eretto richiedeva uno sforzo di volontà ferrea. Compiere un passo avanti faceva impallidire quello sforzo, ma fece quel passo, e quello successivo.
«Voglio che sappia chi lo sta uccidendo» frignò Fain in tono petulante. Stava guardando adirato dritto verso Rand, ma sembrava che stesse parlando con sé stesso. «Voglio che sappia! Ma se è morto, smetterà di perseguitare i miei sogni. Sì. La smetterà, allora.» Con un sorriso, sollevò la mano libera.
Torval e Gedwyn salirono le scale con i loro mantelli sopra le braccia.
«Io dico di non avvicinarci a lui finché non sappiamo dove sono gli altri» brontolò Gedwyn. «Il M’Hael ci ucciderà se...»
Senza pensare, Rand torse i polsi in Tagliare il Vento e immediatamente fece seguito con Spiegare il Ventaglio.
L’illusione degli uomini morti tornati in vita svanì, e Fain fece un balzo all’indietro con uno strillo, il sangue che gli colava dal lato del volto. All’improvviso inclinò il capo come in ascolto e, un istante più tardi, rivolgendo a Rand un urlo di rabbia senza parole, fuggì giù per le scale. Stupito, Rand prese a seguire il rumore degli stivali di Fain che scendevano, ma Lan lo afferrò per un braccio.
«La strada sul davanti si sta riempiendo di guardie, pastore.» Una macchia umida e scura chiazzava il lato sinistro della giacca di Lan, ma la sua spada era rinfoderata, prova sufficiente di chi aveva danzato meglio. «È tempo di essere sul tetto, se vogliamo andarcene.»
«Un uomo non può nemmeno camminare per un vicolo con una spada, in questa città» borbottò Rand, rinfoderando a sua volta la lama. Lan non rise, ma era pur vero che lo faceva di rado, tranne per Nynaeve. Grida e urla si levarono su per la tromba delle scale dal basso. Forse le guardie cittadine avrebbero catturato Fain. Forse l’avrebbero impiccato per i cadaveri lassù. Non era sufficiente, ma sarebbe dovuto bastare. Rand era stanco di quello che sarebbe dovuto bastare.
Nel solaio, Lan saltò per afferrare la cimasa della botola sul soffitto e si issò fuori. Rand non era sicuro di riuscire a fare quel balzo. L’agonia se n’era andata con Fain, ma si sentiva il fianco come se fosse stato percosso con manici di accette. Mentre si stava concentrando per tentare, Lan fece capolino attraverso la botola e protese una mano.
«Potrebbero non venire subito quassù, pastore, ma per quale motivo stare ad attenderli?»
Rand prese la mano di Lan e si lasciò issare in alto dove poté afferrare la cimasa e tirarsi fuori fin sul tetto. Accucciandosi, si mossero lungo le umide tegole di ardesia fino al retro dell’edificio, poi cominciarono la breve scalata verso la sommità. Potevano esserci guardie in strada, ma c’era ancora una possibilità di allontanarsi non visti, specialmente se fossero riusciti a far segno a Nynaeve di creare una distrazione. Rand raggiunse la cima del tetto e, dietro di lui, lo stivale di Lan scivolò sulle tegole con uno stridio. Girandosi, Rand afferrò il polso dell’uomo, ma il peso di Lan lo trascinò giù per lo sdrucciolevole pendio grigio. Invano rasparono con le loro mani libere per trovare un appiglio, il bordo di una tegola, qualunque cosa. Nessuno proferì parola. Le gambe di Lan finirono oltre il bordo, e poi il resto di lui. Le dita guantate di Rand afferrarono qualcosa; non sapeva cosa e non gli importava. La testa e una spalla sporgevano oltre l’orlo del tetto, e Lan stava dondolando dalla sua presa sopra la caduta di dieci passi fino al vicolo accanto alla casa bassa.