Alliandre e Maighdin, comunque, le ultime donne che Faile si aspettava causassero problemi, erano tutta un’altra faccenda. Quando si resero conto di cosa stava accadendo, entrambe lottarono selvaggiamente. Non ponevano una grande minaccia, due donne nude ed esauste con i gomiti legati stretti dietro la schiena, ma si contorcevano e urlavano e scalciavano contro chiunque arrivasse loro a tiro; Maighdin arrivò perfino ad affondare i denti nella mano di un Aiel incauto, avvinghiandosi come un mastino.
«Smettetela, sciocche!» urlò loro Faile. «Alliandre! Maighdin! Lasciate che vi portino! Obbeditemi!» Né la sua cameriera né la sua vassalla le prestarono la minima attenzione. Maighdin ringhiò come un leone mordendo l’Aiel. Alliandre fu trattenuta a terra a forza, mentre ancora urlava e dibatteva i piedi. Faile aprì la bocca per impartire un altro ordine.
«Le gai’shain staranno tranquille» grugnì Rolan, sculacciandola forte. Lei digrignò i denti e mugugnò sottovoce. Il che le valse un’altra sculacciata! L’uomo aveva dei coltelli infilati alla cintura. Se avesse potuto mettere le mani su uno solo...! No. Doveva sopportare tutto quello che poteva. Intendeva scappare, non fare gesti inutili.
La lotta di Maighdin durò un po’ più a lungo di quella di Alliandre, finché un paio di uomini robusti non riuscirono a disserrarle la mascella dalla mano dello Shaido. Ce ne vollero due. Con grande sorpresa di Faile, invece di schiaffeggiare Maighdin, il tizio che era stato morso si scrollò via il sangue dalla mano e rise! Questo non la salvò, però. In un istante, la cameriera di Faile si ritrovò faccia a terra nella neve accanto alla regina. Concessero loro solo alcuni momenti per riprendere fiato e contorcersi per il freddo crescente. Due Shaido, fra cui una Fanciulla, comparvero dagli alberi circostanti, togliendo le protuberanze da lunghi ramoscelli coi loro pesanti pugnali. Con un piede piantato sulle scapole di ogni donna e un pugno sui gomiti legati per togliere di mezzo le mani che si agitavano, rosse sferzate cominciarono a segnare le anche candide.
All’inizio entrambe le donne continuarono a combattere, dimenandosi malgrado il modo in cui erano trattenute. I loro sforzi erano ancora più inutili di quando stavano erette. Tutto era solo uno scuotersi scomposto di teste e mani. Alliandre continuava a strillare che non potevano farle questo, cosa comprensibile da parte di una regina, per quanto sciocco, date le circostanze. Era ovvio che potevano, e lo stavano facendo. Sorprendentemente, Maighdin alzò la voce nelle stesse penetranti urla di incredulità. Chiunque l’avrebbe presa per una nobildonna, invece che per una cameriera. Faile sapeva per certo che Lini aveva percosso Maighdin con uno scudiscio senza che facesse tutte queste storie. In ogni caso, quelle urla non servirono a nulla per nessuna delle due. Le metodiche sferzate continuarono per tutto il tempo per cui entrambe seguitarono a scalciare e urlare in modo inintelligibile, e anche qualcosa di più. Quando alla fine furono issate come le altre prigioniere, penzolarono piangenti, senza più alcuna forza di lottare. Faile non provava alcuna compassione. Quelle sciocche a suo parere si erano guadagnate ogni scudisciata. Tralasciando il congelamento e i tagli ai piedi, quanto più a lungo rimanevano all’esterno senza vestiti, tanto maggiore era la probabilità che qualcuna di loro potesse non sopravvivere per scappare. Gli Shaido le stavano di sicuro portando verso qualche genere di rifugio, e Alliandre e Maighdin avevano ritardato l’arrivo. Forse era poco più che un quarto d’ora di ritardo, ma alcuni minuti potevano rappresentare la differenza fra la vita e la morte. Inoltre, perfino gli Aiel avrebbero di certo abbassato un poco la guardia una volta che avessero trovato rifugio e approntato dei fuochi. E potevano riposare, se le trasportavano. Sarebbero potute essere pronte a cogliere l’occasione quando si fosse presentata. Trasportando le loro prigioniere, gli Shaido si avviarono di nuovo al loro passo rapido. Semmai, sembravano muoversi attraverso la foresta più rapidi di prima. La dura custodia di cuoio dell’arco sbatteva contro il fianco di Faile mentre lei ondeggiava, e cominciò a provare un senso di vertigini. Ogni lunga falcata di Rolan le mandava un sobbalzo alla vita. Senza farsi notare, cercò di trovare qualche posizione in modo da non essere colpita e sbatacchiata con tanto vigore.
«Stai ferma o cadrai» borbottò Rolan, dandole una pacca sull’anca come avrebbe potuto fare con un cavallo per calmarlo.
Sollevando la testa, Faile lanciò un’occhiata ad Alliandre, accigliandosi. Il suo aspetto ricordava a malapena la regina di Ghealdan, e segni scarlatti si intersecavano dalla sommità delle sue anche fin quasi alle sue ginocchia. A ripensarci, un breve ritardo e poche frustate potevano essere un piccolo scotto da pagare per strappare via a morsi un bel pezzo di questo ceffo che la portava sulle spalle come un sacco di patate. Non della sua mano, però. La sua gola sarebbe stata una scelta migliore.
Pensieri spavaldi e, peggio ancora, inutili. Sciocchi. Anche se veniva trasportata, sapeva di dover combattere il freddo. Per certi versi, cominciò a rendersi conto che essere trasportata era peggio. Camminando, almeno era stato lo sforzo di stare in piedi a tenerla sveglia, ma più la sera avanzava e l’oscurità di addensava, più il movimento dondolante sulla spalla di Rolan sembrava avere un effetto soporifero. No. Era il freddo che le stava annebbiando la mente. Che le infiacchiva il sangue. Doveva combatterlo, o sarebbe morta.
Ritmicamente mosse le mani e le braccia legate, tese le gambe e le rilassò, e ancora le tese e le rilassò costringendo il sangue a circolare nei suoi muscoli. Pensò a Perrin: progetti concreti su quello che avrebbe dovuto fare con Masema e come lei l’avrebbe convinto se avesse esitato. Analizzò mentalmente la discussione che avrebbero avuto quando Perrin avesse scoperto che lei stava usando i Cha Faile come spie, pianificò come affrontare la sua rabbia e incanalarla. Guidare la rabbia di un marito nella direzione che volevi era un’arte e lei l’aveva appresa da un’esperta: sua madre. Sarebbe stata una splendida discussione. E poi una splendida riappacificazione. Pensare alla riconciliazione con lui le fece dimenticare di tenere in esercizio i suoi muscoli, perciò cercò di concentrarsi sulla discussione, sulla pianificazione. Il freddo ottundeva i suoi pensieri, però. Cominciò a perdere il filo e dovette scuotere la testa e ricominciare. I grugniti di Rolan che le chiedevano di stare ferma aiutavano: una voce su cui concentrarsi, che la teneva sveglia. Perfino le sculacciate con cui li accompagnava aiutavano, per quanto odiasse ammetterlo, ognuna un colpo che la faceva sobbalzare e scuotere. Dopo un po’, cominciò ad agitarsi di più, poi si dimenò quasi fino a cadere, sollecitando rudi scapaccioni. Qualunque cosa per star sveglia. Non avrebbe potuto dire quanto tempo era passato, ma le sue contorsioni cominciavano a indebolirsi, finché Rolan non grugnì più, né tanto meno le diede uno schiaffo. Luce, voleva che quell’uomo la suonasse come un tamburo!
Perché per amor della Luce vorrei una cosa del genere?, pensò pigramente, e in un vago angolo della sua mente si rese conto che la battaglia era perduta. La notte pareva più buia di quanto doveva essere. Non riusciva nemmeno a distinguere il bagliore della luce lunare sulla neve. Poteva sentirsi scivolare, però, sempre più veloce verso un’oscurità più profonda. Gemendo in silenzio, sprofondò nel torpore.
Giunsero i sogni. Era seduta in grembo a Perrin, che aveva le braccia tanto strette attorno a lei che le riusciva difficile muoversi, davanti a un bel fuoco scoppiettante in un caminetto di pietra. La sua barba ricciuta le grattava le guance mentre lui le mordicchiava le orecchie in modo quasi doloroso. All’improvviso un forte vento ululò nella stanza, spegnendo il fuoco come una candela. Perrin si mutò in fumo e svanì nella raffica. Da sola nell’amara oscurità, lei combatté il vento, ma fu sbattuta da una parte all’altra fino a ritrovarsi tanto stordita da non distinguere l’alto dal basso. Da sola e precipitando senza fine in una gelida oscurità, sapeva che non l’avrebbe mai più ritrovato. Corse su un terreno ghiacciato, arrancando da un cumulo di neve all’altro, cadendo, ritirandosi su per continuare a correre in preda al panico, inspirando aria tanto fredda che le tagliava la gola come schegge di vetro. Dei ghiaccioli luccicavano su rami spogli accanto a lei e un vento gelido gemeva attraverso la foresta priva di foglie. Perrin era molto arrabbiato e lei se n’era dovuta andare. In qualche modo, non riusciva a ricordare i particolari della discussione, solo che per qualche motivo aveva spinto il suo bellissimo lupo a una vera rabbia, fino al punto di scagliare oggetti. Solo che Perrin non scagliava oggetti. L’avrebbe sculacciata, come aveva fatto una volta, tempo fa. Perché stava scappando da questo, però? Poi ci sarebbe stata la riappacificazione. E lei gliel’avrebbe fatta pagare per l’umiliazione, ovviamente. Comunque, lei lo aveva fatto sanguinare un poco una volta o due con una scodella o una brocca ben mirata, anche se non lo voleva davvero, mentre sapeva che lui non le avrebbe mai fatto del male. Ma sapeva anche che doveva correre, doveva continuare a muoversi, o sarebbe morta.