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Se mi prende, pensò in modo sarcastico, almeno parte di me sarà al caldo. A questo pensiero prese a ridere, finché la bianca terra morta non le roteò attorno e seppe che presto sarebbe morta. Il mostruoso falò incombeva su di lei, una torreggiante pila di spessi ceppi che crepitavano nelle fiamme. Era nuda. E aveva freddo, tanto freddo. A prescindere da quanto si sporgesse vicino al fuoco, le sue ossa parevano congelate, la sua pelle pronta ad andare in frantumi in un solo colpo. Si fece vicino, più vicino. Il calore delle fiamme crebbe tanto da costringerla a indietreggiare, ma il freddo pungente rimase intrappolato dentro la sua pelle. Più vicino. Oh, Luce, era caldo, troppo caldo! E dentro lei aveva ancora freddo. Più vicino. Cominciò a urlare per il dolore bruciante, ustionante, ma dentro era ancora gelata. Più vicino. Più vicino. Stava per morire. Strillò, ma c’era solo il silenzio, e il freddo. Era giorno, ma nuvole plumbee riempivano il cielo. La neve cadeva in un rovescio costante, soffici fiocchi turbinavano nel vento tra gli alberi. Non un vento forte, ma che lambiva come lingue di ghiaccio. Creste bianche si accumulavano sui rami finché non erano tanto alte da crollare per il loro stesso peso e per il vento, mandando rovesci ancora più pesanti sul terreno sottostante. La fame le rodeva lo stomaco con denti consumati. Un uomo molto alto e ossuto con un cappuccio bianco di lana che gli riparava la faccia le infilò a forza qualcosa in bocca, il bordo di una grossa tazza d’argilla. I suoi occhi erano di un verde sbalorditivo, come smeraldi, e circondati da cicatrici raggrinzite. Era inginocchiato su un’ampia coperta di lana marrone con lei, e un’altra coperta striata di grigio era drappeggiata attorno alle sue nudità. Il sapore del tè caldo col miele le esplose sulla lingua, e lei afferrò debolmente il polso vigoroso dell’uomo con entrambe le mani per evitare che lui le togliesse la tazza. I suoi denti battevano contro il recipiente, ma tracannò con avidità il fumante liquido dolciastro.

«Non troppo in fretta; non devi versarne neanche un goccio» disse dolcemente l’uomo dagli occhi verdi. La dolcezza sembrava strana in quel volto feroce e in quella voce aspra. «Hanno offeso il tuo onore. Ma tu sei un’abitante delle terre bagnate, perciò forse per te la cosa non conta.»

Lentamente lei cominciò rendersi conto che non si trattava di un sogno. I pensieri si susseguivano in un rivolo di ombre che si scioglievano se cercava di trattenerli con troppa forza. L’energumeno con la veste bianca era un gai’shain. Il suo guinzaglio e i legacci erano spariti. Lui ritrasse il polso dalla sua debole stretta, ma solo per versare un liquido scuro da un otre di cuoio che gli pendeva dalla spalla. Del vapore si levò dalla tazza, insieme a un aroma di tè.

Tremando tanto forte fin quasi a cadere, tenne stretta la spessa coperta attorno a sé. Un dolore bruciante le stava avvampando nei piedi. Non sarebbe potuta restare eretta se ci avesse provato. Non che volesse. La coperta riusciva a coprirle tutto tranne i piedi, fintantoché rimaneva accucciata; stando eretta avrebbe avuto le gambe scoperte e forse qualcosa di più. Ma era al calore che pensava, non alla decenza, anche se riusciva a ottenere poco di entrambe. I denti della fame si facevano più aguzzi e lei non riusciva a smettere di tremare. Era gelata dentro, il calore del tè già solo un ricordo. I suoi muscoli sembravano budino congelato da una settimana. Voleva fissare la tazza che si riempiva, bramando quello che conteneva, ma si costrinse a cercare le sue compagne.

Erano tutte in fila con lei, Maighdin e Alliandre e il resto, rannicchiate in ginocchio sopra delle coperte, tremando dentro altre coperte punteggiate di neve. Davanti a ognuna era inginocchiato un gai’shain con un otre gonfio e una tazza o una coppa, e perfino Bain e Chiad bevevano come mezze morte di sete. Qualcuno aveva ripulito il volto di Bain dal sangue, ma a differenza dell’ultima volta che Faile le aveva viste, le due Fanciulle erano esauste e malferme come tutte le altre. Da Alliandre a Lacile, le sue compagne sembravano — qual era la frase di Perrin? — come se le avessero strizzate per farle passare in un buco nella parete. Ma tutte erano ancora vive; questo era l’importante. Solo i vivi potevano scappare.

Rolan e gli altri algai’d’siswai che le avevano in custodia formavano un capannello all’estremità più lontana della linea di persone in ginocchio. Cinque uomini e tre donne, la neve sul terreno che arrivava quasi al ginocchio delle Fanciulle. Coi veli neri che pendevano sui loro petti, osservavano le loro prigioniere e i gai’shain impassibili. Per un momento, li guardò accigliata, cercando di agguantare un pensiero sfuggente. Sì, ma certo. Dov’erano gli altri? La fuga sarebbe stata più semplice se il resto non fosse stato presente per qualche motivo. C’era qualcosa di più, un’altra domanda indistinta che non riusciva a cogliere.

All’improvviso quello che si trovava oltre gli Aiel le balzò agli occhi, e allo stesso tempo la domanda e la risposta. Da dove erano venuti i gai’shain? A un centinaio di passi di distanza, dissimulata dagli alberi sparsi e dalla neve che cadeva, un flusso costante di persone e animali da soma, carri grandi e piccoli, stava scorrendo. Neanche una fiumana: proprio una piena di Aiel in marcia. Invece di centocinquanta Shaido, aveva l’intero clan con cui vedersela. Sembrava impossibile che così tante persone potessero passare a un giorno o due da Abila senza destare alcun allarme, anche con la campagna nell’anarchia, ma la prova era proprio di fronte ai suoi occhi. Dentro di sé, si sentiva pesante come il piombo. Forse la fuga non sarebbe stata più difficile, ma non ci credeva.

«Come mi hanno offeso?» chiese con un sobbalzo, poi serrò la bocca per smettere di battere i denti. E la riaprì di nuovo quando il gai’shain sollevò un’altra volta la tazza verso di lei. Lei tracannò il prezioso calore, strozzandosi, e si costrinse a inghiottire più lentamente. Il miele, così denso che in un’altra occasione le sarebbe sembrato nauseante, placò un poco la sua fame.

«Voi abitanti delle terre bagnate non sapete nulla» disse l’uomo sfregiato in tono sbrigativo. «I gai’shain non sono vestiti in alcun modo finché non vengono date loro vesti adatte. Ma temevano che voi sareste morte di freddo e per coprirvi non avevano altro che i loro mantelli. Tu sei stata disonorata, marchiata come debole, se gli abitanti delle terre bagnate conoscono il disonore. Rolan e molti degli altri sono Mera’din, tuttavia Efalin e il resto avrebbero dovuto saperlo. Efalin non avrebbe dovuto permetterlo.»

Disonorata? Infuriata era più appropriato. Riluttante ad allontanare la testa dalla benedetta tazza, roteò gli occhi verso il gigante grande e grosso che l’aveva portata come un sacco di patate e l’aveva schiaffeggiata senza pietà. Le sembrava di ricordarsi vagamente di aver gradito quelle sculacciate, ma era impossibile. Certo che era impossibile! Rolan non aveva l’aria di un uomo che aveva passato buona parte del giorno, per non parlare della notte, a ritmo di corsa trasportando qualcuno. Il suo respiro si addensava normalmente in bianche volute. Mera’din? Pensò che volesse dire ‘senza fratelli’ nella lingua antica, ma c’era stata una nota di sdegno nella voce del gai’shain. Avrebbe dovuto chiedere a Bain e Chiad, e sperare che non si trattasse di una di quelle cose di cui gli Aiel non parlavano con gli abitanti delle terre bagnate, nemmeno quelli che consideravano buoni amici. Ogni informazione poteva aiutare la fuga. Non era per questo che avevano coperto i prigionieri contro il freddo?