Be’, nessuno sarebbe stato a rischio di congelare tranne Rolan e gli altri. Tuttavia, gli doveva un piccolo favore. Molto piccolo, in fondo. Forse gli avrebbe solo tagliato via le orecchie. Se ne avesse mai avuto la possibilità, così com’era, circondata da migliaia di Shaido. Migliaia? Si contavano in centinaia di migliaia, e decine di migliaia tra loro erano algai’d’siswai. Furiosa con sé stessa, lottò contro la disperazione. Sarebbe fuggita. Sarebbero fuggite tutte, e lei avrebbe portato con sé le orecchie di quell’uomo!
«Farò in modo che Rolan venga ripagato come merita» borbottò quando il gai’shain tolse la tazza per riempirla di nuovo. Lui strinse gli occhi fissandola con sguardo diffidente, e lei si affrettò a continuare. «Come dici tu, sono un’abitante delle terre bagnate. Molte di noi lo sono. Noi non seguiamo il ji’e’toh. Stando alle vostre usanze, non dovremmo essere affatto rese gai’shain, non è vero?» Il volto sfregiato dell’uomo non si mosse: non batté ciglio. Un debole pensiero le diceva che era troppo presto, che non conosceva ancora il terreno, ma pensieri gelidi per il freddo non potevano frenare la sua lingua. «E se gli Shaido decidono di rompere altre usanze?
Potrebbero decidere di non lasciarti andare quando giungerà il tuo tempo.»
«Gli Shaido rompono molte usanze,» le disse in tono placido «ma non io. Devo indossare il bianco ancora per più di metà anno. Fino ad allora, servirò come le usanze richiedono. Se riesci a parlare così tanto, forse hai bevuto abbastanza tè?»
Con un movimento goffo, Faile gli strappò via la tazza. Lui sollevò le sopracciglia e lei si riaggiustò con una mano le pieghe del mantello più veloce che poteva, le sue guance che avvampavano. Di certo costui sapeva di star guardando una donna. Luce, stava brancolando attorno come un bue cieco! Doveva pensare, concentrarsi. Il suo cervello era la sua unica arma. E, al momento, poteva pure essere formaggio congelato. Bevendo d’un fiato il dolce tè caldo, iniziò a pensare a qualche modo in cui l’essere circondata da migliaia di Shaido potesse tornare a suo vantaggio. Non le venne in mente nulla, però. Proprio nulla.
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«Cosa abbiamo qui?» disse una voce severa di donna. Faile alzò lo sguardo e osservò, il tè caldo che per il momento aveva abbandonato i suoi pensieri.
Due donne Aiel con una gai’shain molto più bassa in mezzo a loro comparvero dalla neve turbinante, affondando fino a metà polpaccio nel bianco tappeto che ricopriva il terreno, ma riuscendo comunque a muoversi con poderose falcate. La gai’shain incespicava e arrancava per cercare di tenere il passo, e una delle altre aveva una mano sulla sua spalla per assicurarsi che lo facesse. Erano un terzetto che valeva la pena fissare. La donna in bianco teneva la testa umilmente abbassata più che poteva e le mani ripiegate nelle sue ampie maniche proprio come un gai’shain doveva fare, ma le sue vesti avevano la lucentezza di seta pesante, per quanto sorprendente. Ai gai’shain era impedito portare gioielli, tuttavia un’ampia ed elaborata cintura d’oro e gocce di fuoco le cingeva la vita, e una collana coordinata era appena visibile dentro il cappuccio che quasi le copriva il collo. Pochissimi, tranne i membri delle famiglie reali, potevano permettersi qualcosa del genere. Per strana che fosse la gai’shain, comunque, furono le altre su cui Faile si soffermò. Qualcosa le disse che erano Sapienti. Avevano un’aria troppo autorevole perché fossero qualcos’altro: queste erano donne abituate a dare ordini e a farsi obbedire. Oltre a questo, però, la loro semplice presenza catturava l’occhio. La donna che spingeva avanti la gai’shain, un volto aquilino dagli occhi azzurri con uno scialle grigio scuro avvolto attorno alla testa, la superava di almeno una spanna in altezza, come la maggior parte degli Aiel, mentre l’altra era almeno un palmo e mezzo più alta di Perrin! Non era massiccia, però, tranne per un particolare. Fluenti capelli biondi le arrivavano alla vita, scostati dal viso da un ampio fazzoletto scuro, e uno scialle marrone poggiava sulle sue spalle, aperto abbastanza da mostrare un incredibile seno che erompeva dalla sua pallida blusa. Come faceva a non gelare, restando così tanto scoperta con questo tempo? Tutte quelle pesanti collane di oro e avorio dovevano ferire come bande di ghiaccio!
Mentre si fermavano di fronte alle prigioniere inginocchiate, la donna col volto aquilino si girò con aria di disapprovazione verso gli Shaido che le avevano catturate e fece un secco gesto di congedo con la sua mano libera. Per qualche ragione, continuava a tenere stretta la spalla della gai’shain. Le tre Fanciulle si voltarono immediatamente, affrettandosi verso la moltitudine di Shaido in movimento. Anche uno degli uomini lo fece, ma Rolan e il resto si scambiarono occhiate inespressive prima di seguirlo. Forse significava qualcosa, forse nulla. Faile all’improvviso seppe come poteva sentirsi qualcuno in un gorgo, mentre si aggrappava disperatamente a qualunque cosa.
«Quello che abbiamo sono altre gai’shain per Sevanna» disse quella donna straordinariamente alta in tono divertito. Aveva un volto forte che alcuni avrebbero potuto definire bello, ma accanto a quello dell’altra Sapiente sembrava tenero. «Sevanna non sarà soddisfatta finché l’intero mondo non sarà gai’shain, Therava. Non che io abbia qualcosa in contrario» terminò con una risata. La Sapiente dagli occhi aquilini non rise. Il suo volto era di pietra. La sua voce era di pietra. «Sevanna ha già troppi gai’shain, Someryn. Noi abbiamo troppi gai’shain. Ci rallentano fino a farci arrancare quando dovremmo solo correre.» Il suo sguardo tagliente corse lungo la linea di persone inginocchiate. Faile trasalì quando la toccò e seppellì in fretta il viso nella tazza. Non aveva mai visto Therava prima, ma in quegli occhi riconobbe che tipo era quella donna: desiderosa di schiacciare completamente ogni minaccia e capace di riconoscerla perfino in un’occhiata casuale. Era una sensazione già abbastanza spiacevole finché si trattava solo di uno sciocco nobile a corte o di qualcuno incontrato per strada, ma la fuga sarebbe diventata più che difficile se quest’aquila avesse nutrito un interesse personale. Ciò nonostante, lei osservò la donna con la coda dell’occhio. Sembrava di guardare una vipera inanellata nelle sue spire, con le scaglie che scintillavano al sole, arrotolata a un piede dal suo naso.
Remissiva, pensò. Sono inginocchiata qui remissiva; senza altri pensieri in testa oltre al mio tè. Non hai bisogno di guardarmi due volte, strega dagli occhi di ghiaccio. Sperò che le altre vedessero quello che aveva fatto. Alliandre no. Cercò di sollevarsi sui piedi gonfi, barcollò, poi ricadde sulle ginocchia con un sussulto. Anche così, stette in ginocchio ritta nella nevicata, a testa alta, una coperta a strisce rosse avvolta attorno a sé come se fosse uno scialle di squisita seta sopra uno splendido abito. Le gambe nude e i capelli scompigliati dal vento guastavano un poco l’effetto, tuttavia era comunque l’arroganza su un piedistallo.