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Perrin placò il ringhio che aveva in faccia. Ci provò, almeno. Rimase nella sua voce. «Che io sia folgorato, ho dormito in quella tenda, diamine. Non ho fatto altro! Diglielo!»

Un violento attacco di tosse scosse l’uomo corpulento. «Io?» Quando fu in grado di parlare, Gill aveva il fiatone. «Vuoi che sia io a dirglielo? Mi romperà la zucca se solo accenno una cosa del genere! Penso che quella donna sia nata a Far Madding durante una tempesta. E probabilmente ha intimato al tuono di star zitto. E quello probabilmente l’ha fatto.»

«Tu sei uno shambayan» gli disse Perrin. «Non puoi limitarti a far caricare i carri nella neve.» Voleva mordere qualcuno!

Gill parve percepirlo. Bofonchiando un cortese commiato, fece un inchino scattoso e si affrettò ad andarsene tenendo stretto il suo mantello. Non per trovare Lini, Perrin ne era certo. Gill dava ordini a tutta quanta la casa, ma mai a lei. Nessuno dava ordini a Lini tranne Faile.

Perrin osservò con aria depressa gli esploratori che si allontanavano a cavallo attraverso la nevicata, dieci uomini che stavano osservando gli alberi attorno prima di scomparire oltre i carri. Luce, le donne avrebbero creduto a qualunque cosa su un uomo soprattutto se si trattava di qualcosa di male. E tanto era peggiore, più ne parlavano. E lui che aveva pensato che Rosene e Nana fossero tutto ciò di cui doveva preoccuparsi. Era probabile che Lini l’avesse detto a Breane, l’altra cameriera di Faile, non appena tornata, e a quest’ora Breane di sicuro l’aveva detto a ogni altra donna nell’accampamento. Ce n’erano molte fra chi si occupava dei cavalli e fra i carrettieri, e, dato che i Cairhienesi erano quello che erano, probabilmente non avevano atteso un minuto prima di dire tutto anche agli uomini. Questo genere di cose non era visto con benevolenza ai Fiumi Gemelli. Una volta guadagnata la reputazione, perderla non era facile. All’improvviso vide sotto una nuova luce il fatto che gli uomini si facessero da parte per farlo passare e il modo esitante in cui l’avevano guardato, e perfino lo sputo di Lem. Nella sua memoria, il sorriso di Kenly divenne un sogghigno. L’unico lato positivo era che Faile non ci avrebbe creduto. Era ovvio che non lo avrebbe fatto. Certo che no.

Kenly tornò a un incerto trotto attraverso la neve, portandosi dietro Stepper e il suo stesso slanciato castrone. Entrambi i cavalli soffrivano per il freddo, con le orecchie ripiegate all’indietro e le code contratte, e lo stallone bruno non tentò nemmeno di mordere il destriero di Kenly come avrebbe fatto di solito.

«Non mostrare i denti tutto il tempo» sbottò Perrin, strappandogli le redini di Stepper. Il ragazzo lo osservò dubbioso, poi se la svignò lanciando qualche occhiata dietro di sé.

Borbottando sottovoce, Perrin controllò il sottopancia della sella dello stallone. Era ora di trovare Masema, ma non salì a cavallo. Si disse che era perché era stanco e affamato, che voleva solo riposare un poco e mettere qualcosa nello stomaco, sempre che riuscisse a trovare qualcosa. Si disse questo, ma continuava a vedere fattorie bruciate e corpi appesi sul ciglio della strada, uomini, donne e perfino bambini. Anche se Rand era ancora in Altara, la strada era lunga e lui non aveva scelta: nessuna che potesse costringersi a prendere.

Era in piedi con la fronte che sbatteva contro la sella di Stepper quando una delegazione dei giovani sciocchi che si erano aggregati a Faile lo trovò, quasi una dozzina di loro. Lui si raddrizzò con aria stanca, desiderando che la neve li seppellisse tutti.

Selande andò a mettersi a fianco delle zampe posteriori di Stepper, una donna bassa e snella con pugni guantati di verde piantati sulle anche e un cipiglio arrabbiato che le increspava la fronte. Riusciva a essere tracotante anche solo restando ferma. Malgrado nevicasse, un lato del suo mantello era gettato all’indietro per permetterle di prendere facilmente la spada, mostrando sei chiari squarci sul davanti della sua giubba blu scuro. Tutte le donne portavano vestiti da uomo e spade, e di solito erano pronte a usarle due volte più degli uomini, il che la diceva lunga. Sia gli uomini sia le donne erano permalosi con chiunque, e avrebbero combattuto duelli ogni giorno se Faile non vi avesse messo freno. Tutto il gruppo insieme a Selande odorava arrabbiato, scontroso, imbronciato e petulante, tutto mischiato insieme, un aroma che gli faceva contrarre il naso per il fastidio.

«Finalmente ti vedo, mio lord Perrin» disse Selande in tono formale in un nitido accento cairhienese. «Sono in corso i preparativi per partire, ma ci vengono ancora negati i nostri cavalli. Vi porrai rimedio?» Lo fece suonare come una necessità. Lo vedeva, eh? Lui desiderò non vedere lei. «Gli Aiel camminano» borbottò, e soffocò uno sbadiglio, non curandosi affatto delle occhiatacce furiose che questo gli procurò. Cercò di scrollarsi il sonno dalla mente. «Se non volete camminare, salite sui carri.»

«Non puoi fare questo!» protestò in tono arrogante una delle Tarenesi, una mano stretta al mantello, l’altra sull’elsa della spada. Medore era alta, con vividi occhi azzurri nel volto scuro e, se non era proprio bella, poco ci mancava. Le ampie maniche striate di rosso della sua giubba apparivano decisamente stravaganti insieme al suo seno abbondante. «Alarossa è la mia cavalcatura preferita! Non mi verrà negata!»

«Terza volta» disse Selande in modo criptico. «Quando ci fermeremo stanotte, discuteremo del tuo toh, Medore Damara.»

Apparentemente, il padre di Medore era un uomo anziano che si era ritirato nei suoi possedimenti di campagna anni prima, ma Astoril era comunque un Sommo Signore a tutti gli effetti. Ciò considerato, questo poneva sua figlia ben sopra Selande, solo una nobile minore a Cairhien. Tuttavia Medore deglutì forte e strabuzzò gli occhi finché non sembrò quasi che si aspettasse di essere scuoiata viva.

All’improvviso Perrin ne ebbe abbastanza di questi sciocchi e delle loro idiozie fatte di parti di Aiel e pure scempiaggini da nobili. «Quando avete cominciato a fare le spie per mia moglie?» domandò. Se la loro spina dorsale si fosse congelata non si sarebbero potuti irrigidire di più.

«Noi eseguiamo piccoli compiti e incarichi che lady Faile ci richiede di tanto in tanto» disse Selande dopo un lungo momento, in tono molto attento. La cautela era densa nel suo odore. Tutta quella marmaglia odorava come volpi che cercavano di decifrare se un tasso avesse occupato la loro tana.

«Mia moglie era andata davvero a caccia, Selande?» le ringhiò accalorato. «Non aveva mai voluto farlo prima.» La rabbia ruggiva in lui, fiamme alimentate dagli avvenimenti della giornata. Spinse via Stepper con una mano e si avvicinò alla donna, torreggiando su di lei. Lo stallone gettò indietro la testa, avvertendo l’umore di Perrin. Il suo pugno gli doleva nel guanto per la stretta sulle redini. «O si è allontanata a cavallo per incontrare qualcuno di voi, appena arrivati da Abila? È stata rapita per via del vostro dannato spionaggio?»

Questo non aveva senso, e lo capì appena le parole lasciarono la sua bocca. Faile avrebbe potuto parlare con loro dappertutto. E non avrebbe mai organizzato un incontro con i suoi occhi e orecchie — Luce, le sue spie! — in compagnia di Berelain. Era sempre un errore parlare senza pensare. Sapeva di Masema e dei Seanchan grazie al loro spionaggio. Ma voleva prendersela con qualcuno, ne aveva bisogno, e gli uomini che voleva colpire fino ad annichilirli erano a miglia di distanza. Con Faile. Selande non si ritrasse dalla sua rabbia. I suoi occhi si assottigliarono fino a diventare due fessure. Le sue dita si aprirono e si chiusero sull’elsa della sua spada, e non fu la sola. «Noi moriremmo per lady Faile» sbottò.