«Nulla di ciò che abbiamo fatto l’ha messa in pericolo! Siamo vincolati a lei da un giuramento d’acqua!» A Faile e non a lui, aggiunse con quel tono. Si sarebbe dovuto scusare. Sapeva che avrebbe dovuto. Invece disse:
«Potete avere i vostri cavalli se mi date la vostra parola che farete tutto ciò che dico e non tenterete nulla di avventato.» ‘Avventato’ non era la parola giusta per questa gente. Erano capaci di correre via da soli non appena avessero saputo dove si trovava Faile. Potevano provocare la sua morte.
«Quando la troveremo, io deciderò come salvarla. Se il vostro giuramento d’acqua dice qualcosa di diverso, fateci un nodo, o sarò io ad annodare voi.»
La mascella della donna si serrò e il suo cipiglio divenne più profondo, ma infine disse: «Acconsento!» come se le parole le venissero estorte a forza. Uno dei Tarenesi, un tizio di nome Carlon che aveva il naso lungo, grugnì per protesta, ma bastò che Selande sollevasse un dito che lui chiuse la bocca. Con quel mento sfuggente, probabilmente rimpiangeva di essersi tagliato la barba. La donnetta aveva il resto di questi sciocchi nel palmo della sua mano, il che non rendeva lei meno sciocca. Giuramento d’acqua, come no! Non distolse gli occhi da quelli di Perrin. «Ti obbediremo finché lady Faile non verrà ritrovata. Poi, saremo di nuovo suoi. E lei potrà decidere il nostro toh. » Quest’ultima cosa sembrò più rivolta agli altri che a lui.
«Mi sta bene» le disse. Cercò di moderare il tono, ma la sua voce era ancora rude. «So che siete leali verso di lei, tutti voi. Lo rispetto.» Era praticamente tutto ciò che rispettava di loro. Come scusa non era granché, e la presero per quello che era. Un grugnito da Selande fu l’unica risposta che ricevette... quello e le occhiatacce degli altri mentre si allontanavano impettiti. E sia. Sempre che mantenessero la loro parola. Quell’intera marmaglia non aveva mai fatto un giorno di lavoro onesto. L’accampamento si stava svuotando. I carri avevano incominciato a muoversi verso sud, scivolando sulle loro slitte dietro i cavalli da tiro. Gli animali lasciavano profonde impronte, ma le slitte tracciavano solo solchi bassi che la nevicata cominciava immediatamente a seppellire. Gli ultimi uomini sulla collina stavano montando in sella e stavano raggiungendo gli altri che si erano già avviati coi carri. Poco lontano da un lato, la comitiva delle Sapienti cominciò a passare, e anche i gai’shain che guidavano gli animali da soma erano a cavallo. A quanto pareva, Dannil era riuscito a essere molto risoluto — oppure talmente poco, cosa più probabile — quanto bastava. Le Sapienti sembravano particolarmente goffe a cavallo a paragone della grazia di Seonid e Masuri, ma non se la cavavano così male come i gai’shain. Gli uomini e le donne dalle vesti bianche cavalcavano tutti dal terzo giorno nella neve, tuttavia erano accucciati sopra gli alti pomelli delle loro selle e si avvinghiavano al collo o alla criniera come si aspettassero di cadere al passo successivo. Solo farli salire in groppa aveva richiesto ordini diretti dalle Sapienti, e alcuni scivolavano giù e camminavano se non erano osservati.
Perrin montò su Stepper. Non era sicuro di non poter cadere lui stesso. Era ora per questa cavalcata che non voleva fare, però. Avrebbe ucciso per un pezzo di pane. O del formaggio. O un coniglio saporito.
«Aiel in arrivo!» urlò qualcuno dalla testa della colonna, e tutto si fermò. Risuonarono altre grida, passando parola come se tutti non avessero già sentito, e gli uomini impugnarono gli archi. I carrettieri si alzarono sui loro sedili, scrutando avanti, o balzarono giù per accucciarsi accanto al carro. Borbottando sottovoce, Perrin diede di talloni sui fianchi di Stepper. Sul davanti della colonna, Dannil era ancora in sella come i due uomini che portavano quei dannati stendardi, ma una trentina erano a terra, le coperture tolte dalle corde dei loro archi e le frecce incoccate. Gli uomini che tenevano i cavalli per coloro che erano smontati sgomitavano intorno, indicando e cercando di ottenere una visuale chiara. Anche Grady e Neald erano lì e scrutavano avanti con facce assorte, restando seduti calmi sui loro cavalli. Tutti gli altri trasudavano agitazione. Gli Asha’man all’olfatto sembravano solo pronti.
Perrin poteva distinguere quello che stavano fissando attraverso gli alberi con molta più chiarezza di loro. Dieci Aiel velati trotterellavano verso di loro nella nevicata, uno conduceva un alto destriero bianco. Poco dietro cavalcavano tre uomini, con mantello e cappuccio. Sembrava esserci qualcosa di strano nel modo in cui gli Aiel si muovevano. E c’era un fagotto legato alla sella del cavallo bianco. A Perrin si strinse il cuore finché non si rese conto che non era abbastanza grosso da essere un corpo.
«Riponete gli archi» disse. «Quello è il castrone di Alliandre. Deve trattarsi della nostra gente. Non vedete che gli Aiel sono tutte Fanciulle?»
Nessuno era tanto alto da essere un Aiel maschio.
«Posso a malapena distinguere che sono Aiel» borbottò Dannil rivolgendogli un’occhiata obliqua. Davano tutti per scontato che avesse occhi buoni e se ne vantavano anche — o erano soliti farlo — ma lui cercava di impedire che sapessero quanto buoni. In quel momento, però, non gli importava.
«Sono i nostri» disse a Dannil. «State tutti qui.»
Lentamente cavalcò avanti per incontrare il gruppo di ritorno. Le Fanciulle iniziarono a togliersi il velo mentre lui si avvicinava. In uno degli ampi cappucci degli uomini a cavallo riconobbe il volto nero di Furen Alharra. I tre Custodi, dunque; sarebbero tornati insieme. I loro cavalli parevano stanchi quanto lui, prossimi allo sfinimento. Voleva costringere Stepper a correre per sentire cosa avevano da riferire. Temeva quello che avrebbe udito. Corvi presso i corpi, e volpi... tassi forse, e solo la Luce sapeva cos’altro. Forse sapevano che gli stavano risparmiando un dolore non riportando quello che avevano trovato. No! Faile doveva essere viva. Cercò di fissare quel pensiero in testa, ma faceva male come tenere una lama tagliente con le mani nude.
Smontando di fronte a loro, inciampò e dovette reggersi alla sella per impedirsi di cadere. Si sentiva tutto intorpidito all’intenso dolore di restare aggrappato a quell’unico pensiero. Doveva essere viva. Anche i piccoli dettagli per qualche ragione si profilavano enormi. Non un solo fagotto assicurato alla sella minuziosamente lavorata, ma una serie di piccoli pacchetti che sembravano stracci avvoltolati. Le Fanciulle indossavano calzature da neve, arrabattate con rampicanti ed elastici rami di pino ancora con gli aghi. Ecco perché sembravano muoversi in modo strano. Jondyn doveva aver mostrato loro come farle. Cercò di concentrarsi. Pensò che il cuore gli uscisse fuori dalle costole.
Afferrando le lance e lo scudo tondo nella mano sinistra, Sulin prese uno dei piccoli involti di stoffa dalla sella prima di andare verso di lui. La cicatrice rosa che correva lungo la sua guancia simile a cuoio si contorse mentre sorrideva. «Buone notizie, Perrin Aybara» disse piano, porgendogli il panno blu scuro. «Tua moglie vive.» Alharra scambiò delle occhiate con l’altro Custode di Seonid, Teryl Wynter, che si accigliò. L’uomo di Masuri, Rovair Kirklin, tenne lo sguardo fisso in avanti, impassibile. Era trasparente come i baffi arricciati di Wynter che non erano sicuri che si trattasse di buone notizie. «Gli altri continuano per vedere cos’altro riescono a trovare» proseguì. «Anche se abbiamo riscontrato abbastanza stranezze.»
Perrin lasciò che l’involto gli si aprisse nelle mani. Era l’abito di Faile, tagliato sul davanti e lungo le braccia. Inalò profondamente, inspirando l’aroma di Faile dentro di sé, una flebile punta del suo sapone di fiori, un tocco del suo dolce profumo, ma soprattutto l’odore che era lei. E nessuna traccia di sangue. Il resto delle Fanciulle si radunarono attorno a lui, per lo più donne con volti severi, anche se non quanto quello di Sulin. I Custodi smontarono, non mostrando alcun segno di aver passato tutta la notte in sella, ma si tennero dietro le Fanciulle.