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«Potrebbe anche darsi di no» replicò Elayne con calma. Con più calma di quanta ne provasse. Sembrava che un bel po’ di Sorelle stessero aspettando in disparte che la contesa fra Elaida ed Egwene terminasse. Due avevano lasciato Il cigno d’argento e altre tre erano giunte dal suo arrivo a Caemlyn. Non pareva un gruppo mandato in missione. E nessuna di loro era dell’Ajah Rossa; di certo Elaida avrebbe incluso delle Rosse. Comunque, erano sotto sorveglianza al meglio di quanto aveva potuto predisporre, anche se non lo disse a Sareitha. Elaida la voleva fortemente, molto più di quanto avrebbe voluto un’Ammessa fuggitiva o qualcuna che fosse connessa a Egwene e a quelle che Elaida chiamava ribelli. Diamine, non riusciva a capire. Una regina Aes Sedai sarebbe stato un enorme trofeo per la Torre Bianca, ma lei non sarebbe diventata regina se fosse stata presa e portata a Tar Valon. Se era per quello, Elaida aveva emanato l’ordine di riportarla indietro con qualunque mezzo necessario molto prima che ci fosse alcuna possibilità che lei assumesse il trono per molti anni a venire. Era un rompicapo su cui si era scervellata più di una volta da quando Ronde Macura le aveva somministrato quel ripugnante infuso che ottundeva la capacità di una donna di incanalare. Un enigma davvero preoccupante, in spedai modo ora che stava annunciando al mondo dove si trovava. I suoi occhi indugiarono un momento su una donna coi capelli neri in un mantello blu col cappuccio tirato indietro. La donna le rivolse a malapena un’occhiata prima di voltarsi ed entrare nel negozio di un candelaio. Una pesante sacca di tela le pendeva dalla spalla. Non era una Aes Sedai, decise Elayne. Semplicemente un’altra donna che era invecchiata bene, come Zaida. «In ogni caso» proseguì in tono fermo «non me ne starò rinchiusa per paura di Elaida.» Quali erano i piani di quelle Sorelle a Il cigno d’argento?

Sareitha sbuffò, e non proprio piano; sembrava sul punto di roteare gli occhi, poi pensò che era meglio di no. Ogni tanto Elayne coglieva una strana occhiata da parte di una delle altre Sorelle a palazzo, senza dubbio pensando a come era stata elevata, tuttavia, almeno all’apparenza, la accettavano come Aes Sedai e riconoscevano che aveva un rango inferiore solo a quello di Nynaeve. Questo non era sufficiente a impedir loro di dire ciò che pensavano, spesso in maniera molto più diretta che se l’avessero fatto con una Sorella che ricopriva il suo ruolo avendo ottenuto lo scialle in modo più consueto. «Lascia perdere Elaida, allora,» disse Sareitha «e ricordati chi altri vorrebbe averti in sua balìa. Una pietra ben mirata e sarai un fagotto privo di sensi, che può essere portato via con facilità nella confusione.»

Sareitha doveva proprio dirle che l’acqua era bagnata? Rapire altre pretendenti al trono era quasi un’abitudine, dopotutto. Ogni casata che si opponeva a lei aveva i suoi sostenitori a Caemlyn in cerca di un’opportunità, o lei avrebbe mangiato le proprie scarpe per colazione. Non che ci sarebbero potuti riuscire, non finché lei poteva incanalare, ma avrebbero tentato, se gliene fosse stata data l’occasione. Non aveva mai pensato che bastava semplicemente arrivare a Caemlyn per essere al sicuro.

«Se non oso lasciare il palazzo, Sareitha, la gente non mi seguirà mai» disse piano. «Devono vedermi andare in giro senza paura.» Ecco perché aveva otto guardie invece delle cinquanta che voleva Birgitte. Quella donna rifiutava di comprendere le realtà della politica. «Inoltre, ci vorrebbero due pietre ben mirate con te qui.»

Sareitha sbuffò di nuovo, ma Elayne fece del suo meglio per ignorare l’ostinazione della donna. Desiderò poter ignorare la sua stessa presenza, ma quello era impossibile. Aveva altre ragioni per questa cavalcata oltre all’essere vista. Halwin Norry le aveva fornito dati e cifre in quantità, anche se la voce monotona del Primo Funzionario la faceva quasi addormentare, tuttavia voleva vedere con i suoi occhi. Norry poteva far suonare una rivolta tanto noiosa quanto un rapporto sullo stato delle cisterne cittadine o la spesa per pulire le fogne.

Le folle erano piene di stranieri, Kandori con barbe biforcute e Illianesi con barbe che lasciavano scoperto il labbro superiore e Arafelliani con campanelli d’argento nelle trecce, Domanesi dalla pelle color rame, Altarani dalla carnagione olivastra e scuri Tarenesi, e Cairhienesi che risaltavano per la loro bassa statura e il pallore dei volti. Alcuni erano mercanti, sorpresi dall’improvviso inizio dell’inverno o speranzosi di superare la concorrenza, gente dalle facce lisce e pienotte che sapeva che il commercio era la linfa vitale delle nazioni, e ognuno di loro affermava di essere l’arteria principale perfino quando veniva sbugiardato da una giacca tinta male o una spilla di ottone e vetro. Molte delle persone a piedi avevano giubbe lise e sbrindellate, brache al ginocchio, abiti con orli sfilacciati e mantelli logori... o proprio nessun mantello. Quelli erano profughi, scacciati dalle proprie case dalla guerra o che vagabondavano credendo che il Drago Rinato avesse rotto ogni vincolo che li legava. Erano rannicchiati per difendersi dal freddo, le facce smunte e sconfitte, e si lasciavano trasportare dal flusso degli altri attorno a loro. Osservando una donna dallo sguardo fosco arrancare attraverso la folla tenendo stretto un bambino piccolo sulla sua spalla, Elayne cercò con le dita una moneta nel borsellino e la porse a una di quelle guardie con le guance rosse e gli occhi freddi. Tzigan affermava di venire da Ghealdan, la figlia di un nobile minore; be’, almeno poteva essere Ghealdana. Quando la guardia si sporse per offrire la moneta, la donna col bambino rimase lì barcollando, incurante, senza vedere. C’erano troppi come lei in città. Il palazzo ne nutriva a migliaia ogni giorno, presso cucine collocate in tutta la città, ma erano in troppi a non riuscire nemmeno a trovare le energie per andare a prendere il loro pane e la loro zuppa. Elayne offrì una preghiera per la madre e il bambino mentre lasciava ricadere la moneta nel suo borsellino.

«Non puoi nutrire tutti quanti» dichiarò Sareitha.

«Ai bambini non è consentito morire di fame nell’Andor» disse Elayne, come se stesse emanando un decreto. Ma non sapeva come porvi fine. C’era ancora cibo in abbondanza nella città, ma nessun ordine poteva costringere la gente a mangiare. Anche alcuni degli altri stranieri erano venuti a Caemlyn per quello, uomini e donne che non avevano altro che stracci e facce tormentate. Qualunque cosa li avesse fatti fuggire dalle loro case, avevano cominciato a pensare di aver viaggiato abbastanza lontano dalle attività che avevano abbandonato, spesso insieme a tutto quello che possedevano. A Caemlyn, però, chiunque fosse abile in un mestiere e avesse un po’ di iniziativa poteva sempre trovare un banchiere con una moneta pronta. C’erano nuove attività in città in questi giorni. Aveva già visto tre botteghe di orologiai questa mattina! In questo momento aveva davanti due negozi che vendevano vetro soffiato, e quasi trenta fabbriche erano state costruite a nord della città. D’ora in poi, Caemlyn avrebbe esportato vetro, non importato, e anche cristallo. In città c’erano anche merlettai, ora, i cui prodotti erano eccellenti quanto quelli fatti a Lugard, e non c’era da stupirsi dato che la maggior parte di loro veniva da lì.

Questo rallegrò un poco il suo umore — le tasse che quei nuovi mestieri pagavano avrebbero aiutato, anche se ci sarebbe voluto del tempo prima che si trattasse di somme ingenti — tuttavia c’erano altri nelle folle che lei notava particolarmente. Stranieri o Andorani, i mercenari potevano essere distinti con facilità, uomini dai volti induriti che portavano spade, che camminavano con aria tracotante anche quando avanzavano lenti per via della calca. Anche le scorte dei mercanti andavano in giro armate, tipi rudi che scostavano con una spallata molti degli uomini che si trovavano sulla loro strada, ma sembravano sommessi e contenuti a paragone delle spade prezzolate. E complessivamente esibivano meno cicatrici. I mercenari punteggiavano la folla come uvetta in un dolce. Con un bacino così ampio a cui attingere e la richiesta dei loro servigi sempre scarsa in inverno, non pensava che sarebbero costati troppo cari. A meno che, come temeva Dyelin, le costassero l’Andor. In qualche maniera, doveva trovare abbastanza uomini in modo che gli stranieri non fossero la maggioranza fra le guardie. E il denaro per pagarli.